"In Giuseppe Sarto l'impegno pastorale coincise con la costante vicinanza al suo popolo"

Omelia del Patriarca Moraglia nella Messa di apertura delle celebrazioni nel centenario della morte di San Pio X

Venezia, (Zenit.org) | 211 hits

Riprendiamo di seguito il testo dell’omelia pronunciata questo pomeriggio nella Basilica di San Marco dal patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, nella Santa Messa solenne per l’apertura delle celebrazioni nel centenario della morte di San Pio X - 1914/2014.

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Carissimi confratelli, diaconi, consacrati, consacrate, fedeli,

con questa celebrazione eucaristica nella Basilica, che fu la sua cattedrale, iniziamo l’anno centenario della morte di san Pio X.

Giuseppe Melchiorre Sarto fu, innanzitutto, un “pastore d’anime”, nel senso più alto del termine. E, in quanto realmente e in modo pieno dedito alla vita pastorale, fu sempre attentissimo alle persone e alle comunità che, di volta in volta, gli venivano affidate.

Esercitò così un’azione riformatrice ad ampio raggio, marcata e forte nella vita della Chiesa che lo annovera tra i suoi figli migliori, ossia, i santi.

A cento anni dalla morte, avvenuta il 20 agosto 1914, la Chiesa che è in Venezia e di cui Giuseppe Sarto fu Patriarca per nove anni - dal 24 novembre 1894 all’8 agosto 1903 - si dispone, con gratitudine e riconoscenza, a ricordarne la figura e l’opera attraverso le iniziative pensate per sottolinearne l’anno giubilare.

Si può ben dire che l’azione riformatrice di Papa Sarto toccò tutti gli ambiti della vita ecclesiale: dalla catechesi alla liturgia, dalla musica sacra alla formazione dei sacerdoti nei seminari; Pio X, inoltre, assunse importanti decisioni di carattere pastorale, legislativo e disciplinare e mirò, soprattutto, al rinnovamento spirituale del clero e dei fedeli.

Il programma di san Pio X è già tutto racchiuso nella prima enciclica - E supremi apostolatus del 4 ottobre 1903 - e si esprime bene nel suo motto, tratto da un versetto della lettera agli Efesini: “Instaurare omnia in Christo” (cfr. Ef 1,10).

Sia il programma sia il motto di papa Sarto esprimono in pienezza l’odierna liturgia della Chiesa; la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo celebra, infatti, Gesù Cristo come origine, senso e compimento della creazione e della redenzione glorificatrice. Cristo è, quindi, l’alfa e l’omega, ovvero, l’inizio e la fine di tutte le cose, di quelle che sono nei cieli e di quelle che sono sulla terra.

Si tratta di abbracciare e far nostro il progetto salvifico di Dio Padre, vale a dire ricapitolare ogni realtà in Cristo che è il nuovo e vero Adamo (cfr. 1 Cor 15,45). Questo - lo ribadisco - è proprio il senso dell’ultimo giorno dell’anno liturgico: Cristo, Re e Signore dell’universo.

Tale programma lo accompagnò, momento dopo momento, per tutta la vita, dovunque fu mandato: a Tombolo come cappellano, a Salzano come parroco, in cattedrale a Treviso in curia come cancelliere vescovile e padre spirituale del seminario, a Mantova come Vescovo, a Venezia come Patriarca e, infine, a Roma come Sommo Pontefice.

Il motto di Giuseppe Sarto non corrispondeva a una scelta estemporanea ma, piuttosto, esprimeva un’esigenza intima della sua anima; non era, quindi, qualcosa d’improvvisato e d’estemporaneo; per questo, era destinato a incidere profondamente nel suo apostolato.

Il suo servizio pastorale, l’impegno nel riformare la Chiesa, i suoi atti di governo li comprendiamo nella loro giusta prospettiva e diventano chiari se li consideriamo alla luce della sua totale adesione al motto “Instaurare omnia in Christo”.

In questa celebrazione, che a un secolo dalla morte intende mettere in evidenza la figura di Papa Sarto, desideriamo sottolinearne alcuni tratti che ne delineano la ricca personalità.

Sarto non fu un uomo di cultura in senso accademico e neppure fu diplomatico; non veniva, infatti, dalle file di coloro che avevano prestato servizio fra i rappresentanti pontifici. Era, quindi, un cardinale che almeno all’inizio, non veniva ritenuto tra i probabili successori del dotto e diplomatico Leone XIII.

Ma il non essere uomo di cultura e il non provenire dalle file della diplomazia pontificia non voleva dire per Giuseppe Sarto non godere di stima e non essere considerato uomo di grande intelligenza, capace di porsi con autorevolezza dovunque fosse richiesto di svolgere il suo ministero; in altri termini, la sua parola e le sue scelte s’imponevano per l’autorevolezza e per il prestigio personale di cui godeva.

Duranti gli studi in preparazione al sacerdozio - presso il seminario di Padova, nel 1854 - fece domanda per frequentare il corso teologico universitario e non quello diocesano. La richiesta era legata al desiderio di poter studiare le lingue orientali ma, quando il Vescovo di Treviso - a cui la domanda fu inoltrata - dispose diversamente, senza recriminazioni, ne accettò la decisione.

Questo particolare dice come il chierico Sarto fosse appassionato allo studio e interessato a un apprendimento che andasse oltre i corsi diocesani di teologia (il corso seminaristico) e come, nello stesso tempo, fosse persona obbediente e umile. Tratti, questi, che segneranno l’intera vita del Sacerdote, del Vescovo, del Papa.

Sulle sue caratteristiche intellettuali è interessante annotare il giudizio che ne diede Filippo Crispolti, uomo politico e giornalista appartenente all’ala moderata del laicato cattolico. Incontrò il Patriarca Sarto a Venezia nell’anno 1900 e dal colloquio il Crispolti ricavò un impressione netta e chiara, ossia che “egli fosse un uomo intelligentissimo, come già - precisa il Crispolti - mi avevano riferito a Mantova, circa il tempo in cui era stato vescovo e in cui, fra l’altro, nelle riunioni di colleghi li dominava tutti per autorità personale e perspicacia… nel guardarvi aveva l’aspetto di chi guarda anche se stesso, per non cadere in insidie che il vostro discorso possa tendergli… Dico ciò contro la leggenda sorta più tardi, che la sua indubbia cultura, nelle materie strettamente ecclesiastiche, fosse sorretta soltanto da mente mediocre”.

Sulla linea di questa testimonianza, troviamo pure la lettera che il Prefetto di Mantova - in data 13 agosto 1892 - inviava al Ministro di Grazia e Giustizia e Culti. In essa sottolineava: “Per la sua intelligenza e dottrina è tenuto in gran pregio dall’Episcopato della Provincia ecclesiastica Lombarda, e segnatamente dalla Curia vaticana” .

In Giuseppe Sarto l’impegno pastorale coincise con la costante vicinanza al suo popolo: come Parroco, come Vescovo a Mantova e a Venezia, a Roma come Papa.

Tale vicinanza e cura per il popolo si esprimeva in molti modi, qui desidero indicarne uno: l’attenzione che sempre riservò alla catechesi, considerata come momento fondamentale nella formazione della comunità e  distinto da quello dell’omelia.

Egli voleva che questi due importanti atti del ministero sacerdotale fossero oggetto di una particolarissima cura da parte dei Parroci e, quindi, come Vescovo - per primo - avvertiva la necessità di dare testimonianza.

In una lettera indirizzata all’Arcivescovo di Milano - il Cardinale Andrea Ferrari - si può notare l’impegno e la dedizione che lo portavano ad occuparsi, in tale ambito, anche dei particolari; in tale lettera, infatti, il Patriarca tratta in modo personale e diretto anche di questioni che molti non avrebbero neppure colto.

Al contrario, il Patriarca Sarto si soffermava con scrupolo su di esse; tratta così di questioni pedagogiche che egli coglie e sulle quali interviene con perspicacia e vero senso pastorale, quel senso pastorale che poteva avere chi, per anni, in parrocchia - prima come cappellano e poi come parroco - aveva seguito la catechesi dei bambini, dei ragazzi e degli adulti.

Oltre alla sana dottrina e ai contenuti, egli mostrava grande cura per il momento comunicativo e mirava ad un linguaggio che realmente tenesse conto delle esigenze dell’uditorio. Suggeriva in particolare che, nel formulare una risposta, si riprendesse in maniera letterale la domanda stessa, così da facilitare l’apprendimento dei fanciulli.

Sintomatico, poi, è il passo in cui egli ritiene opportuno procedere alla revisione di un testo sostituendovi un avverbio che considerava non comprensibile da parte di bambini o adolescenti e ne dava una chiara motivazione. Ma ascoltiamo le stesse parole del Patriarca: “…sia per la proprietà della lingua, sia per l’intelligenza dei fanciulli… c’è un pertinacemente che i ragazzi non capiscono… ” (Archivio spirituale della Curia Arcivescovile di Milano, Corrispondenza cardinale Ferrari, n. 413). 

Che Pio X sia stato il Papa che curò a fondo l’insegnamento della dottrina cristiana - o più semplicemente il “Papa del catechismo” - non può essere considerata una sorpresa, qualcosa che desta stupore. Al contrario, la cura e la preoccupazione del catechista Sarto corrisponde ad una sua passione intima che l’ha sempre accompagnato, fin dai primi anni di sacerdozio.

Questo esempio che riguarda la catechesi vale anche per la liturgia, per il canto sacro, per la devozione eucaristica che lo portò poi, da Papa, ad ammettere i bambini, ancora in tenera età, alla prima comunione destando, all’inizio, qualche resistenza.

A questo punto mi pare ben calibrato e rispondente al vero quanto i Vescovi del Triveneto hanno scritto in occasione dei cento anni dalla promulgazione del decreto Quam Singulari voluto da san Pio X nell’anno 1910.

Nella loro Nota sulla prima comunione all’età dell’uso della ragione, i Vescovi del Triveneto così s’esprimono: “Il periodo storico in cui S. Pio X svolse il suo pontificato (1903-1914) e stato segnato da profondi conflitti sociali, da rapporti problematici tra la Chiesa ed i governi nazionali, da sfide di natura politica, come il diffondersi del socialismo, e da sfide culturali e religiose, come il modernismo. S. Pio X affrontò queste sfide con decisione e al tempo stesso con grande sensibilità e cura pastorale. Sentì che il suo primo compito era quello di custodire la fede del suo popolo, di rinvigorire  l’adesione a Cristo Risorto, di rinnovare la vita della Chiesa per il bene di tutta la società” (cfr. Conferenza Episcopale Triveneto, La prima comunione all’età dell’uso della ragione. Nota dei Vescovi a cento anni dal decreto «Quam Singulari» voluto da S. Pio X (1910) - Zelarino, 1 giugno 2010).

Siamo partiti sottolineando come l’animus apostolico di Giuseppe Sarto s’esprimesse nella prima enciclica - E supremi apostolatus del 4 ottobre 1903 - e particolarmente nel motto “Instaurare omnia in Christo”, ribadito poi nell’enciclica Il fermo proposito (del 1905). Tale enciclica era rivolta ai Vescovi dell’Italia e in essa si sottolineava come fosse necessario dare un posto di rilievo a Cristo nella costruzione della famiglia, della scuola e della società tutta intera.

Ascoltiamo oggi le sue parole, ad oltre cento anni da quando furono scritte, esse, infatti, rimangono riferimento attualissimo sia alla conclusione dell’Anno della Fede, sia nella prospettiva dell’appena celebrato Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione: “Restaurare tutto in Cristo - scrive Pio X - è stata sempre la divisa della Chiesa, ed è particolarmente la Nostra nei trepidi momenti che traversiamo. Ristorare ogni cosa, non in qualsivoglia modo, ma in Cristo: "in Lui, tutte le cose che sono in Cielo ed in terra", soggiunse l’Apostolo: ristorare in Cristo non solo ciò che appartiene propriamente alla divina missione della Chiesa di condurre le anime a Dio, ma anche ciò che (…) da quella divina missione spontaneamente deriva, la civiltà cristiana nel complesso di tutti e singoli gli elementi che la costituiscono” (Pio X, Lettera enciclica Il fermo proposito).

Per questo l’azione riformatrice di Papa Sarto fu veramente multiforme e toccò i vari ambiti della vita ecclesiale, quello catechistico, liturgico, pastorale, disciplinare, perseguendo sempre il rinnovamento spirituale del clero e dei fedeli, in altri termini la salus animarum.