In memoria dei martiri coreani

Omelia del cardinale Filoni al Santuario dei Martiri di Choltusan (Corea del Sud)

Citta' del Vaticano, (Fides.org) | 350 hits

Riportiamo di seguito l’omelia che il cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, ha tenuto oggi, sabato 5 ottobre, al Santuario dei Martiri di Choltusan (Seoul, Corea del Sud).

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Letture: Baruch 4, 5-12, 27-29;  Luca 10, 17-24.

Cari fratelli e sorelle,

sono particolarmente felice di essere qui con voi oggi, a pochi giorni dalla conclusione del “Mese dei Martiri”, proclamato dall’Arcidiocesi di Seoul in memoria di tutti i Martiri Coreani che hanno sacrificato la propria vita per il Vangelo. Proprio in questo sacro luogo, infatti, i primordi della storia della Chiesa in Corea sono stati santificati dal martirio e il sangue di tanti testimoni della fede è divenuto seme di una moltitudine che, accogliendo con gioia la Parola di Dio e credendo nel nome del Signore, ha reso gloriosa la Chiesa di questo Paese.  Ovunque si conosca la loro stupenda testimonianza di fede, si rimarrà profondamente colpiti dalla straordinaria prova di amore dei 103 Martiri canonizzati dal Beato Giovanni Paolo II e dalla schiera di innumerevoli Confessori della fede.  La bellezza della loro professione di amore a Cristo ci fa pensare ad una primavera dello Spirito, non dissimile da quella dei primi secoli della cristianità, e ci fa riflettere sull’unicità dell’origine e dello sviluppo della Chiesa in questo Paese.  Qui in Corea possiamo rilevare l’importanza, non solo dei missionari venuti da lontano per portare il Vangelo, ma soprattutto di uomini laici ai quali il Signore ha aperto il cuore e la mente alla grazia e alla Parola di Dio, divenendo essi stessi strumenti della Provvidenza divina nell’opera di evangelizzazione. Questa schiera eletta è mirabilmente costituita da uomini e donne di ogni età e ceto; vi sono persone sposate, vedove, anziane, giovani, adolescenti, catechiste, così come gente del popolo, poveri, nobili, sacerdoti e missionari

Finché esisterà la Chiesa in Corea, dunque, sempre se ne «conserverà la memoria», secondo la parola appena udita dal Profeta Baruc nella prima Lettura della Liturgia di oggi.  Lo stesso Profeta Baruc, poi, mentre ricorda le sofferenze del popolo d’Israele deportato in terra straniera, al tempo stesso suscitava le speranze e lo incoraggiava perché nella deportazione e nell’esilio non rimanesse schiacciato da tanto male.  Il Papa Giovanni Paolo II, che il 6 maggio 1984 canonizzava 103 Martiri, diceva nella sua omelia che “la splendida fioritura della Chiesa di oggi in Corea è realmente frutto della testimonianza eroica dei martiri”, e che “anche oggi il loro spirito immortale sostiene i cristiani”, compreso quelli “della Chiesa del silenzio del Nord di questo Paese tragicamente diviso” (Omelia del 6 maggio1984).

Non si possono nemmeno sottacere certe splendide espressioni dei nostri Martiri, che hanno lo stesso sapore di quelle dei Martiri Scillitani o di Roma o di Cartagine: “Ora che io ho conosciuto Dio, non mi è possibile tradirlo”, aveva detto pubblicamente Agostino Yu. E Peter Cho, a sua volta, testimoniava: “Come posso sostenere di non conoscere il celeste Padre e Signore, che è tanto buono?”. Ed Agata Yi ribadiva: “Noi non possiamo tradire il Signore del cielo che abbiamo sempre servito!”. In queste parole riconosciamo il compimento del Vangelo di oggi: tornando da Gesù, che li aveva inviati, i 72 Discepoli raccontano gioiosamente le loro esperienze di predicazione e quanto avevano compiuto nel suo nome; ma Gesù li esorta ad essere ancora più felici perché i loro “nomi sono scritti nei cieli” (Lc 10, 20).  Il Concilio Vaticano II, nella Costituzione sulla sacra Liturgia, ha voluto chiaramente ribadire che la Chiesa conserva gelosamente e con ogni cura la memoria dei suoi figli che sono “giunti alla perfezione con l’aiuto della multiforme grazia di Dio … proponendo ai fedeli i loro esempi che attraggono tutti al Padre per mezzo di Cristo e implora per i loro meriti i benefici di Dio” (SC, 104).

L’invito che i nostri santi Martiri e gli innumerevoli Confessori della fede oggi ci rivolgono è un invito alla santità e alla fedeltà generosa a Cristo, il Signore che essi hanno posto al centro della loro vita.  In una Catechesi del mercoledì (13 aprile 2011), Benedetto XVI poneva questo interrogativo: “Che cosa vuol dire essere santi? Chi è chiamato ad essere santo?”.  Ed aggiungeva: “Spesso si è portati ancora a pensare che la santità sia una meta riservata a pochi eletti”.  Poi spiegava che il punto di partenza per la santità sta nel mettere al centro del disegno della nostra vita, Cristo, colui che ha reso visibile Dio e ne ha mostrato il volto di Padre, e che “la santità, la pienezza della vita cristiana non consiste nel compiere imprese straordinarie, ma nell’unirsi a Cristo, nel vivere i suoi misteri, nel fare nostri i suoi atteggiamenti, i suoi pensieri, i suoi comportamenti”.  Il Concilio Vaticano II nella Costituzione sulla Chiesa parla con chiarezza dell’universale chiamata alla santità, da cui nessuno è escluso: pastori della Chiesa, sacerdoti, diaconi, religiosi, religiose, coniugi e genitori, vedove, nubili, giovani; nonché gente di ogni ceto e condizione, come malati, disagiati, afflitti da varie tribolazioni, carcerati e così via (n. 41).  Non c’è nessuno che sia tanto povero spiritualmente, moralmente o fisicamente da esserne respinto o pensare di escludersi da questa chiamata alla santità.

C’è ancora una questione da chiarire.  Diceva Benedetto XVI: “Come possiamo percorrere la strada della santità, rispondere a questa chiamata? Posso farlo con le mie forze?”.  E spiegava: “Una vita santa non è frutto principalmente del nostro sforzo, delle nostre azioni … è opera di Dio … ha radice nella grazia battesimale …  Ma Dio (che) rispetta sempre la nostra libertà … chiede che accettiamo questo dono” e vi corrispondiamo.  La santità, dunque, non va in vacanza, non è un accessorio della fede, non si impone.  In un tweet dell’estate scorsa, Papa Francesco ha scritto che tre sono gli strumenti fondamentali per accedere alla santità: “La preghiera, l’umiltà, la carità verso tutti”; e, in occasione dell’Angelus del 25 agosto scorso, ha spiegato che, dalla porta della santità, nessuno è tenuto fuori, visto che Cristo stesso è la porta: “Qualcuno di voi forse potrà dirmi: «Ma, padre, sicuramente io sono escluso perché sono un peccatore: ho fatto cose brutte, ne ho fatte tante nella vita…». No  -diceva il Papa-  non sei escluso!  Precisamente per questo sei il preferito, perché Gesù preferisce il peccatore, sempre.  Per perdonarlo, per amarlo … Gesù ti sta aspettando per abbracciarti, per amarti … non avere paura: Lui ti aspetta.  Fatti coraggio per entrare per la sua porta”.

Non è stata diversa l’esperienza di chi ci ha preceduti nella via della santità; basta leggerne le biografie e vedremo che un Sant’Ignazio di Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, decise di cambiare la propria vita per essersi incontrato con il Signore mentre era in carcere e ferito e che, per la Sua porta, cioè per Cristo, fu ammesso alla sua amicizia e alla sua sequela.  Forse l’esperienza di San Francesco d’Assisi non fu la stessa, passando da una vita gaudente all’imitazione di Cristo?  E la vita dei nostri Santi martiri coreani non è uguale?  Che cosa condusse Sant’Andrea Kim e tutti gli altri a scegliere Cristo nonostante le lusinghe dei giudici e delle autorità?  Non avevano essi posto Cristo al centro della loro vita?  Non avevano fatto della preghiera la sorgente del proprio coraggio? Non avevano fatto dell’umiltà il segno distintivo della propria fermezza?  E nel perdonare, non avevano anteposto la carità a qualsiasi offesa?

Anche oggi il Popolo coreano e la Chiesa in Corea hanno bisogno dell’esempio dei propri Santi Martiri per ritrovare vigore e forza.  Il Popolo coreano è stimato nel mondo a motivo della sua fierezza e del carattere forte, come bene evidenziano le tante conquiste umane, sociali ed economiche.  In mezzo a questo nobile Popolo coreano, la Chiesa cattolica è chiamata a divenire lievito e fermento; essere strumento di comunione e di bene, costruttrice di pace in Cristo.  Questa è la vostra missione.

E questo è anche il mio augurio e il messaggio che vi lascio, che siate fortemente emuli di quella radice profonda che sono i nostri Santi ai quali chiediamo protezione e forza. E Maria, Regina della pace e dei Martiri, vi manifesti la sua benevolenza e vi conduca sempre a Cristo. Amen.

(Fonte: Fides 5/10/2013)