"In Pakistan... è sempre colpa delle donne"

La denuncia di suor Nazreen Daniels, missionaria nella diocesi di Faisalabad

| 1475 hits

ROMA, lunedì, 16 gennaio 2012 (ZENIT.org) - «In Pakistan le donne imparano fin dalla tenera età che gli uomini hanno il diritto di picchiarle e maltrattarle. E si considerano degli oggetti. Se il marito da loro da bere, bevono. Altrimenti muoiono di sete». Suor Nazreen Daniels  opera in un centro della diocesi di Faisalabad - sostenuto in parte da Aiuto alla Chiesa che Soffre – che assiste ragazze, donne e perfino bambine vittime di violenza.

La religiosa, appartenente all’istituto della Beata Vergine Maria, racconta alla Fondazione pontificia alcune toccanti testimonianze di giovani che hanno subito abusi. Come la tredicenne Kiden, rimasta incinta dopo essere stata ripetutamente stuprata da uno dei figli della famiglia in cui lavorava come domestica - «il lavoro minorile è un’altra piaga che dobbiamo affrontare». O una bambina di appena otto anni, anche lei violentata, di cui la religiosa si è presa cura non molto tempo fa. «La loro strada è stata interrotta ancor prima di cominciare – afferma - Qui non c’è futuro per una ragazza che è stata violentata. Nessuno la vorrà». In una società fortemente islamizzata come quella pachistana è infatti inconcepibile che una donna non arrivi illibata al matrimonio. «In moltissimi – dice Suor Nazreen – espongono ancora il lenzuolo dopo la prima notte di nozze. E senza la prova della verginità, la ragazza è rifiutata dal marito e riconsegnata alla famiglia».

Per le vittime di violenza in Pakistan non vi è alcuna giustizia. Occorrono molti testimoni oculari per denunciare uno stupro: una richiesta ovviamente impossibile da soddisfare. E spesso gli aggressori costringono le donne al silenzio servendosi della legge antiblasfemia. La norma introdotta nel 1986 prevede l’ergastolo per chiunque profani il Corano e la pena di morte per chi insulta Maometto. E l’accusa di aver offeso il Profeta – che a differenza dello stupro non richiede troppe prove -  costituisce un valido motivo per tacere.

«Qualsiasi cosa accada – continua la religiosa - è colpa delle donne. Sono colpevoli di aver subito violenza e colpevoli del fallimento del proprio matrimonio». Se una coppia non ha figli l’uomo è autorizzato a sposarsi una seconda volta e la prima moglie «è trattata come una schiava, a volte perfino costretta a dormire nella stalla assieme al bestiame». Numerosi anche i casi di maltrattamento, omicidio e mutilazione per motivi d’onore: a molte giovani è stato tagliato il naso o bruciato il viso con l’acido perché hanno rifiutato di contrarre matrimonio. «E le violenze domestiche non sono l’eccezione, sono la regola». Suor Nazreen spiega che le donne pachistane si sono ormai rassegnate ad umiliazioni e soprusi ed hanno accettato completamente la condizione d’inferiorità. «Alle volte chiedo alle ragazze a cosa stiano pensando e loro mi rispondono: “Sorella, noi non pensiamo”».

La crescente islamizzazione della società pachistana ha poi contribuito a demolire i pochi traguardi finora raggiunti. Come l’educazione femminile che, spiega ad ACS il vescovo di Faisalabad monsignor Joseph Coutts, «per gli estremisti costituisce una vera e propria spina nel fianco. Ed è per questo che hanno distrutto una dozzina di istituti femminili nel Nord Ovest del Paese».

La Chiesa cattolica difende strenuamente la dignità delle donne in Pakistan, attraverso scuole, corsi di cucito e concreti aiuti alle vittime di stupro. «Ma soprattutto -  afferma Suor Nazreen – cerchiamo di diffondere la consapevolezza che siamo tutti esseri creati da Dio, con uguali diritti».

La religiosa racconta infine quanto sia pericoloso camminare per strada: «pochi centimetri di pelle sono considerati un invito allo stupro». Le pachistane non si spostano mai da sole e si coprono il più possibile. In alcune zone anche le suore sono costrette a nascondere il volto dietro a un velo per non attirare troppo l’attenzione. Per questo Aiuto alla Chiesa che Soffre fornisce numerose autovetture alle religiose che operano in Pakistan: per evitare che siano costrette a spostarsi a piedi o a servirsi dei mezzi pubblici, rischiando così di essere molestate, rapite o stuprate.