"In Pakistan l'estremismo danneggia sia i cristiani che gli islamici moderati"

Afferma monsignor Joseph Coutts, Vescovo di Faisalabad

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ROMA, venerdì, 22 giugno 2007 (ZENIT.org).- "In Pakistan l'estremismo danneggia sia i cristiani che gli islamici moderati", sostiene monsignor Joseph Coutts, Vescovo di Faisalabad, la seconda città del Punjab dopo Lahore, la capitale della regione.



In una intervista al quotidiano “L'Occidentale”, il presule, che è anche Presidente di Caritas Pakistan, ha spiegato che “la costituzione pakistana sancisce la libertà per ognuno di professare il proprio credo religioso”, e che “il Pakistan è una repubblica islamica solo nella sua denominazione ufficiale”.

“Le leggi infatti sono secolari, anche se durante il regime militare islamista di Zia ul Haq, negli anni '70 e '80, sono state introdotte alcune leggi a tutela dell'Islam tuttora in vigore”, ha aggiunto.

“Sulla base dell’ordinamento giuridico, la Chiesa cattolica, al pari delle altre confessioni, può officiare liberamente nei luoghi di culto – ha affermato – . Non è possibile fare opera di evangelizzazione diretta ai musulmani o predicare loro il Vangelo, ma non esistono restrizioni alle attività educative, sociale e caritatevoli che la Chiesa offre a tutti”.

“I pericoli per i cristiani, pertanto, non provengono dallo stato ma dall’estremismo islamico. Dopo l’11 settembre l’intolleranza nei nostri confronti è andata crescendo – ha spiegato – . Mai prima di allora le chiese erano state oggetto degli attacchi dei gruppi fondamentalisti”.

Inoltre – ha raccontato il presule, che ha ammesso di essere stato più volte minacciato di morte”– “qualche settimana fa, nella North West Frontier Province, al confine con l’Afghanistan, un gruppo islamico fondamentalista legato ai talebani ha intimando ai cristiani del posto di convertirsi all’Islam”.

La sopravvivenza delle comunità cristiane è, infatti, resa assai precaria da minacce e discriminazioni, nonostante la Chiesa abbia un ruolo di prim'ordine all'interno della società grazie alle attività portate avanti nell'ambito dell’istruzione (il tasso di analfabetismo nel Paese raggiunge il 60%).

Questo è lo scenario che si profila in un Paese composto da 165 milioni di abitanti, il 97% dei quali è musulmano (per la maggior parte sunnita, per il 20% sciita), mentre i cristiani rappresentano una esigua minoranza: il 2,5% della popolazione (i cattolici sono 1,2 milioni).

A inquadrare bene questa situazione è stato il rapporto annuale diffuso, il 2 maggio scorso, dalla Commissione USA sulla libertà religiosa internazionale (USCIRF - U.S. Commission on International Religious Freedom), che riguarda quei Paesi le cui autorità pubbliche risultano coinvolte in sistematiche violazioni della libertà di religione, dove il Pakistan figura fra i “Paesi di particolare preoccupazione” (CPC - countries of particular concern).

In questo contesto, il Vescovo di Faisalabad ha detto che, fortunatamente, la polizia fa di tutto per proteggere i fedeli cristiani: “Fuori ogni chiesa c’è almeno un uomo in divisa e la sicurezza aumenta quando sono in programma celebrazioni importanti, come in occasione delle festività”.

“La radicalizzazione dell’Islam è avvenuta con la presa del potere da parte del generale Zia ul Haq alla metà degli anni Settanta – ha continuato –. Zia ul Haq, col supporto finanziario dell’Arabia Saudita, favorì l’insegnamento nelle madrase di un Islam integralista, fanatico e violento, simile a quello wahabbita, perché sostenesse ideologicamente i suoi piani espansionistici nella regione”.

“Sono state le madrase pakistane a formare i mujaheddin che hanno combattuto la guerra santa in Afghanistan contro l'Unione Sovietica col supporto degli Stati Uniti – ha continuato –. E’ quindi per colpa di Zia ul Haq che l’insegnamento e l’educazione in Pakistan è caduta nelle mani degli estremisti”.

Il presule ha inoltre spiegato che è stato “su spinta del clero islamico più oltranzista che nel 1976 Zia ul Haq modificò la legge 295 che regolava i rapporti tra le varie confessioni religioni. La legge 295, risalente ai tempi della dominazione britannica, stabiliva il giusto principio che nessuna religione può offendere l’altra”.

“Zia ul Haq aggiunse alla legge due commi tuttora in vigore: il comma b prevede la prigione per chi oltraggia il Corano, il comma c la morte per chi offende il profeta Maometto, non importa se direttamente, indirettamente o in che modo”, ha continuato.

Nel 2004 il Parlamento ha approvato dei provvedimenti legislativi volti a ridurre la portata della “legge della blasfemia”, ma nonostante ciò continuano a verificarsi notevoli abusi nel suo utilizzo, come il ricorso strumentale per delazioni, vendette personali, atti di ritorsione contro avversari politici da parte dei musulmani integralisti.

“Chi viene accusato di oltraggio a Maometto ha il diritto di difendersi in tribunale nel corso di un regolare processo. Da questo punto di vista, la legge è garantista”, ha commentato monsignor Joseph Coutt.

Tuttavia, “spesso l’imputato non ha il tempo per provare la sua innocenza, perché può rimanere facilmente vittima della mano assassina di qualche fanatico prima di recarsi davanti alla corte”.

Il Vescovo ha quindi spiegato che il Presidente Pervez Musharraf non ha potuto abrogare i due commi della legge 295 “perché il potere di ricatto degli estremisti nei suoi confronti è molto forte”e perché “non riesce a trovare nella componente moderata un valido supporto”.

“Musharraf è impegnato a promuovere la cosiddetta 'Enlighten Moderation', vale a dire l’Islam moderato – ha aggiunto –. Ma la sua azione è risultata finora poco incisiva a causa della strenua resistenza dei gruppi estremisti che si oppongono alla modernizzazione del paese e vogliono piuttosto introdurre la sharia”.

Sempre in merito all'applicazione della “legge della blasfemia”, il presule ha quindi fatto notare “che delle 23 persone uccise dal 1997, 18 sono i musulmani e 'solo' cinque i cristiani”.

“Il fanatismo religioso quindi è un problema anche per il governo pakistano e i musulmani moderati, non solo per le minoranze”, ha osservato.

“Il dato è prova di quanto l’estremismo islamico rappresenti una minaccia per i musulmani moderati e non semplicemente per le altre religioni. I musulmani moderati sentono il peso del fondamentalismo proprio come noi”, ha affermato.

Tuttavia, ha aggiunto, esistono spiragli per il dialogo interreligioso: “Nella nostra diocesi, ad esempio, insieme agli ulema locali, ai pastori protestanti e agli esponenti delle altre religioni, come i sikh e gli indù, abbiamo dato vita al Comitato per la Pace, un foro dove è possibile riunirsi per discutere di problemi comuni e per celebrare le rispettive cerimonie e festività”.

“Le nostre scuole, inoltre, sono aperte anche ai bambini musulmani. Per loro assumiamo appositamente degli ulema per l’insegnamento del Corano; per il resto, bambini cristiani e musulmani stanno insieme e seguono le stesse materie, dalla matematica alla geografia, dall’inglese all’urdu, dalla storia alla letteratura”, ha concluso.