In Terra Santa i cristiani si impegnano per la riconciliazione

Intervista con monsignor Paul Nabil Sayah, arcivescovo maronita di Haifa e di Terra Santa

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ROMA, venerdì, 6 gennaio 2012 (ZENIT.org) - I maroniti, le cui radici risalgono a San Marone, non sono solo un rito orientale in seno alla Chiesa Cattolica: si tratta dell’unica Chiesa orientale che non si è mai separata da Roma.

Invece del latino, usano come lingua della liturgia il siriaco, un antico dialetto dell’aramaico. In una regione dove la popolazione cristiana raggiunge malapena quota 50.000 credenti, la Chiesa maronita è con 12.000 fedeli una delle più piccole comunità cattoliche. La comunità è stata decimata dall’emigrazione, in particolar modo verso la Cisgiordania.

In collaborazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre, Mark Riedemann ha intervistato per Where God Weeps (Dove Dio piange) monsignor Paul Nabil Sayah, arcivescovo maronita di Haifa e di Terra Santa.

La vostra comunità è geograficamente molto diffusa, circa 12.000 in Terra Santa, circa 800.000 in Libano, dai 7 ai 10 milioni in tutto il mondo. Come si fa ad amministrare una comunità così dispersa e come intende Lei il suo ruolo di pastore?

Mons. Sayah: Beh, la mia comunità è molto dispersa. Copro Israele, Giordania, Gerusalemme e la Palestina in due entità diverse. Come cerchiamo di amministrare? Devo essere presente. Essere ministro per il popolo significa essere il più vicino possibile alla gente. Tradizionalmente abbiamo tre responsabilità fondamentali: cerchiamo di offrire alla nostra gente il messaggio, cerchiamo di offrire al nostro popolo i sacramenti e tutti i servizi di cui hanno bisogno, e cerchiamo, per quanto possibile, di essere al servizio della nostra gente in ogni angolo, da ogni punto di vista, socialmente, psicologicamente e in ogni modo.

I cristiani arabi si trovano stretti tra due fuochi: uno è l’estremismo musulmano, l’altro è l’estremista sionista. È una maledizione o una benedizione per i cristiani arabi?

Mons. Sayah: Grazie a Dio, non sono tutti estremisti, ci sono molti ebrei e musulmani molto buoni, è una realtà di fatto. Per i cristiani in Terra Santa, che ci piaccia o no, il punto fondamentale è questo: per gli ebrei siamo arabi, e dunque forse potenziali terroristi, per i musulmani siamo cristiani, il che significa che siamo degli infedeli. Bene, così stanno le cose, così sono sempre state e così saranno, ma è una benedizione o una maledizione? Non lo so davvero. Per quanto ci riguarda, siamo qui. Noi siamo qui per rimanere. Eravamo in Terra Santa 600 anni prima dell’arrivo dell’Islam e sappiamo che la nostra vita non è facile, ma poi? La croce è la croce e la portiamo, ma c’è la risurrezione: questa è la nostra vita e la nostra missione e ce la teniamo.

Secondo Lei è questo l’unico ruolo che i cristiani arabi giocano in questa dinamica?

Mons. Sayah: Penso che siamo in grado di mediare. Siamo in grado di testimoniare. Bisogna ricordare che siamo stati incaricati di svolgere un’opera di riconciliazione. Penso che questa sia una dimensione molto importante nella vita cristiana, in aggiunta al lavoro svolto dai cristiani nel campo dell’educazione, della medicina, delle opere sociali e così via. Da questo punto di vista, stiamo offrendo una grande quantità di servizi che vanno ben oltre la nostra proporzione dell’1-2%, ma vorremmo essere agenti di riconciliazione, di dialogo e mostrare ai musulmani la vera vita cristiana.

Lei direbbe che la tensione tra palestinesi e israeliani è un problema religioso o razziale?

Mons. Sayah: Non credo che sia una questione religiosa. Ha una dimensione religiosa, nel senso che ci sono estremisti nelle società ebraica e musulmane e gli estremisti ce l’hanno con tutti, ma credo che fondamentalmente si tratti di un problema politico. È un problema di due popoli che cercano di condividere la terra e manifestano avidità per questa terra e per il potere.

È una grande responsabilità per i cristiani in Medio Oriente?

Mons. Sayah: Non lo è solo per i cristiani in Medio Oriente. È una dimensione molto importante della Chiesa universale. La Chiesa universale sta dicendo alla Chiesa del Medio Oriente: “non siete soli, siamo una sola Chiesa. La Chiesa universale è con voi e voi siete parte della Chiesa universale. Vi sosteniamo. Avete una missione. Avete qualcosa da offrire a noi come chiesa universale, ma noi siamo anche lì per aiutarvi. Non sentitevi soli”. Questo è un messaggio molto importante. Sentiamo che è un grande privilegio di essere in Terra Santa. È un privilegio per me essere un vescovo, servendo la mia comunità e la Chiesa universale. Quando ricevo pellegrini, sto svolgendo il mio ministero. Mi è capitato di essere in Terra Santa come vescovo e questo è un grande privilegio, ma al tempo stesso io non mi ci trovo solo per me stesso, mi ci trovo per la Chiesa in generale. La Terra Santa è dove è iniziato tutto ed essa appartiene a tutti. Non appartiene a noi come cristiani locali. Noi siamo i custodi. Siamo qui per conservare questo e mandare avanti la vita cristiana per il mondo intero a venire; per fare questa esperienza speciale di camminare veramente sulle pietre di Gerusalemme, di camminare in Galilea su e giù per le colline dove Cristo stesso ha camminato.

Cosa può fare la Chiesa universale?

Mons. Sayah: In primo luogo venire in Terra Santa. Penso che venendo, voi ci possiate aiutare molto, anche finanziariamente, e sentiamo di essere al vostro servizio. In secondo luogo, parlare della situazione in Medio Oriente. La popolazione locale non ha determinato la situazione in Palestina. È stata la comunità internazionale a creare questo. La comunità internazionale dovrebbe agire in modo veramente compatto e fare qualcosa al riguardo. La popolazione locale non sarà mai in grado di risolvere questo problema. Grazie a Dio, ci sono delle iniziative adesso: in particolare gli Stati Uniti sembrano fare sul serio, mentre l’Europa ha sempre dato il suo contributo. In terzo luogo, continuate ad aiutarci nei nostri progetti. Non avrei mai sognato di costruire un centro pastorale, che è costato centinaia di migliaia di euro, se avessi dovuto fare affidamento sul mio popolo. Quindi, fondamentalmente, è così che vedo il ruolo della Chiesa universale: aiutarci a mantenere il posto, non solo per noi, ma per la Chiesa universale stessa.

Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per "Where God Weeps", un settimanale televisivo e radiofonico prodotto da Radio Cattolica and Television Network in collaborazione con la carità cattolica internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre.

In rete:

Aiuto alla Chiesa che soffre: www.acn-intl.org
Aiuto alla Chiesa che Soffre Italia: www.acs-italia.glauco.it
Where God Weeps: www.wheregodweeps.org

[Traduzione dall’inglese a cura di Paul De Maeyer]