Incontro annuale del Comitato Cattolico Internazionale per gli Zingari

Intervista al Cardinale Péter Erdő, Primate d‘Ungheria

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DOBOGÓK, domenica, 15 aprile 2007 (ZENIT.org).- Dal 23 al 25 marzo si è svolto a Dobogók in Ungheria l’incontro annuale del Comitato Cattolico Internazionale per gli Zingari sul tema “Evangelizzazione: avvenire di libertà e di dignità per gli Zingari”.



All’assemblea, organizzata dal Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, sono intervenuti il Cardinale Stephen Fumio Hamao, Presidente emerito dello stesso Pontificio Consiglio, il Cardinale Péter Erdő, Primate d‘Ungheria, e il Vescovo Szilárd Keresztes, Presidente della Commissione della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti della Conferenza Episcopale Ungherese.

Inoltre, erano presenti i referenti di più di 20 Paesi che hanno presentato le loro esperienze nell’ambito della pastorale degli zingari e hanno discusso i problemi e le questioni attuali nell’ambito dell‘impegno pastorale.

Per l’occasione il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti ha inviato un messaggio ai partecipanti nel quale si sottolinea che “l’evangelizzazione e la promozione umana sono due aspetti complementari inscindibili per la diffusione del Regno di Dio, quindi, nell’attività pastorale a favore degli Zingari l’aiuto umanitario e la verità del Vangelo devono camminare insieme, sorretto, il primo, da elementi di giustizia, fratellanza e uguaglianza”.

Il messaggio afferma che “nei confronti degli Zingari si richiede alla Chiesa, e quindi a ognuno di noi, non soltanto la disposizione ad accoglierli, ma la volontà di assumersi il rischio di andare loro incontro e di aiutare il loro inserimento armonioso nella società, nella piena accettazione della legittima diversità”.

A Dobogók il 24 marzo il Cardinale Péter Erdő ha celebrato una Santa Messa per i partecipanti alla conferenza. Nella sua omelia il presule ha ribadito che “solo con umiltà, un atteggiamento di penitenza, generosità, ma anche di massima serietà riguardo i valori umani comuni possiamo affrontare il problema pastorale di diversi gruppi etnici, così anche dei rom in Europa”.

Il porporato ha poi sottolineato che “dobbiamo comprendere veramente le relazioni sociali ed umane all’interno di queste comunità e aiutare coloro che hanno riconosciuto la luce di Cristo nella Chiesa ad accostarsi liberamente alla fede e ai sacramenti senza alcun impedimento sociologico né da parte della propria comunità, né da parte di alcuni cattolici che giudicano secondo cose esterne e secondarie, e non come Cristo, secondo la vera intenzione del cuore”.

“Soprattutto i sacerdoti devono avere una grande apertura per non costringere la gente di buona volontà a rispondere a dei criteri puramente umani, troppo rigidi, magari arbitrariamente stabiliti da alcuni parroci, per poter accedere ai sacramenti e far parte della comunità ecclesiale”, ha continuato.

In occasione di questo incontro ZENIT ha intervistato il Cardinale Erdő.

Come hanno giudicato i rappresentanti presenti alla conferenza le esperienze nella pastorale degli zingari?

Card. Erdő: Le esperienze sono di diverso tipo e ci sono dei fatti che proprio nella parte occidentale del Continente europeo sembrano nuovi come una crescente immigrazione della popolazione zingara dai Paesi dell’Est Europa nei Paesi occidentali. Questa migrazione, però, non assume dimensioni troppo grandi rispetto alle altre migrazioni, per esempio di popolazione musulmana ecc. Per questo il problema pastorale pur essendo molto specifico resta di dimensioni piuttosto modeste. In Italia alcuni anni fa vivevano circa 100 mila zingari, adesso sono 200 mila. Mentre nella piccola Ungheria attualmente vivono almeno 600 mila se non 700 mila zingari per non parlare di altri Paesi come la Romania con un numero molto più elevato.

Per questo nei nostri Paesi la questione pastorale è un po' diversa da quella in Occidente. Eppure è chiarissimo che sia in Oriente che in Occidente tale lavoro pastorale richiede una grande competenza, una grande tolleranza, una buona preparazione specifica e per dire la verità anche molta pazienza. Non sono le grandi organizzazioni pubbliche a poter risolvere questo problema, che non è solamente un problema sociale, ma si tratta veramente della carità pastorale che è necessaria nei confronti anche di questa comunità.

Come descriverebbe la situazione della pastorale degli zingari in Ungheria?

Card. Erdő: La situazione pastorale è diversa in ciascun Paese. Prima di tutto, gli zingari in Ungheria non sono nomadi. Erano già in via di integramento nella società e anche nel mondo del lavoro alla fine dell’epoca comunista. Soprattutto nell’industria e nel settore edilizio oppure in altri settori dell’industria pesante c’erano molti posti di lavoro per gente meno qualificata. Così ufficialmente ma anche praticamente moltissimi zingari avevano un certo lavoro fisso, spesso lontano dalla loro famiglia e dal loro villaggio a cui ritornavano durante il fine-settimana.

Erano, quindi, in qualche modo inseriti nel mondo del lavoro. Loro sono stati colpiti forse più fortemente dai cambiamenti economici. Hanno perso il loro lavoro e la nuova industria molto più modesta nella sua misura non ha tanto bisogno di operai senza una qualificazione speciale. Per questo motivo la disoccupazione tra di loro è largamente diffusa ed è difficile anche trovare delle attività economiche che possano servire come base di esistenza per questa comunità. Eppure si deve evitare il riproporsi di quelle situazioni in cui interi villaggi o intere regioni vivevano soltanto di qualche sussidio sociale proveniente dal governo o da qualche organo pubblico.

Abbiamo di fronte a noi, in primis, compiti molto concreti nel campo dell’insegnamento. La Chiesa cattolica da noi ha centinaia di scuole: in queste scuole non usiamo mai il metodo della “segregazione” e i ragazzi stanno insieme agli altri.

Più della metà di questi giovani ha l’ungherese come lingua madre; per gli altri c’è anche l’insegnamento della loro lingua che però è un programma abbastanza impegnativo perché ci sono molti dialetti e differenti idiomi che i diversi gruppi usano. Quindi è un compito molto impegnativo conoscere tutta la situazione familiare e linguistica di questi singoli gruppi.

Un’altra occasione molto attraente e molto promettente è da sempre la liturgia nei luoghi di pellegrinaggio, nei grandi santuari, dove gente di diversa provenienza, zingari, non zingari, ungheresi e fedeli di altre nazionalità, si ritrovano insieme per pregare, adorare il Santissimo Sacramento, recarsi alla Vergine Maria e sentirsi una sola comunità cristiana. Quindi si manifesta la forza della nostra fede che riesce ad unire la gente di ogni provenienza.

Certamente esiste anche una tendenza più pericolosa: la società di zingari è anche fortemente strutturata. Ci sono dei rigidi rapporti di dipendenza personale e familiare. Quando il capo di una comunità passa ad un’altra comunità religiosa spesso anche gli altri, che dipendono da lui, non hanno più la libertà di esercitare la loro religione precedente - per esempio quella cattolica.

Quindi bisogna stare attenti anche a queste circostanze e avere un dialogo costruttivo e formativo con quegli individui che costituiscono un’autorità in quell’ambiente, soprattutto con gli intellettuali, gli artisti o i musicisti che godono spesso di un prestigio internazionale.