Inculturazione e Magistero della Chiesa secondo il professor Luis Martínez Ferrer

| 421 hits

ROMA, domenica, 10 dicembre 2006 (ZENIT.org).- Un libro in spagnolo raccoglie i documenti fondamentali del Magistero sull’inculturazione della fede. Per comprendere le implicazioni dell’inculturazione, ZENIT ha interpellato uno dei suoi autori, il professor Luis Martínez Ferrer.



Inculturación. Magisterio de la Iglesia y documentos eclesiásticos” (“Inculturazione, Magistero della Chiesa e documenti ecclesiastici”) presenta testi di vari Papi, del CELAM (Consiglio Episcopale Latinoamericano), del Concilio Vaticano II, del Pontificio Consiglio per la Cultura e della Commissione Teologica Internazionale.

Il prologo al libro è del Cardinale Paul Poupard, presidente dei Pontifici Consigli per la Cultura e per il Dialogo Interreligioso.

Martínez Ferrer (Madrid, 1964) è professore di Storia della Chiesa Moderna presso la Pontificia Università della Santa Croce di Roma (www.pusc.it). E’ dottore in Teologia e in Storia dell’America.

L’autore ha ricordato che Giovanni Paolo II è stato il primo a utilizzare il termine “inculturazione” in un discorso alla Pontificia Commissione Biblica nel 1979, anche se il concetto era già conosciuto dagli anni Cinquanta.

Secondo Martínez Ferrer, la “definizione classica” del termine si ritrova nell’enciclica di Giovanni Paolo II “Slavorum apostoli” (1985), scritta per commemorare l’azione missionaria dei santi Cirillo e Metodio e in cui si legge: “Nell'opera di evangelizzazione, che essi compirono – come pionieri in territorio abitato da popoli slavi –, è contenuto al tempo stesso un modello di ciò che oggi porta il nome di ‘inculturazione’ – l'incarnazione del Vangelo nelle culture autoctone – ed insieme l'introduzione di esse nella vita della Chiesa” (n. 21).

“E’ interessante segnalare che la parola inculturazione si utilizza per designare un fenomeno storico effettivamente reale, precedente alla sua concettualizzazione”, ha osservato.

L’inculturazione, ha proseguito, presenta due facce, “complementari e reciprocamente necessarie”: “l’incarnazione del Vangelo in una cultura determinata (dimensione locale) e allo stesso tempo l’introduzione di quella cultura nel concerto generale di tutta la Chiesa (dimensione universale)”.

Si può presentare un problema quando “si sviluppa unicamente la dimensione locale: la presentazione del messaggio evangelico (di per sé universale) nelle categorie di una cultura autoctona, ma chiusa in se stessa”, ha confessato.

“In questo caso, purtroppo frequente, la cultura locale è quella che detta le regole, ed è la fede che si deve adattare, e non il contrario. Il che è un enorme errore antropologico, perché la cultura locale è al servizio della persona, e non viceversa. Ed è un errore teologico, perché la fede deve informare le culture, e non il contrario. La priorità è della persona e della fede”.

“La dignità di una cultura si misura dalla sua capacità di apertura nei confronti della verità, per il bene degli appartenenti a quella cultura”, ha osservato.

Se una cultura si assolutizza e si chiude a qualsiasi influsso esterno, ha concluso, “si impoverisce tremendamente e, presto o tardi, entra in decadenza”.