Interruzione di gravidanza in Germania: "Un attestato che è una resa"

Intervista con Alexandra Linder, vicepresidente dell'associazione "Aktion Lebensrecht für Alle", ospite del Katholikentag di Ratisbona

Ratisbona, (Zenit.org) Michaela Koller | 436 hits

L’edizione di quest’anno del Katholikentag di Regensburg (Ratisbona) ospita per la prima volta uno stand dell’associazione "Donum Vitae“, molto discussa in Germania. Fondata nel 1999 da alcuni membri del “Zentralkomitee deutscher Katholiken” (Comitato centrale dei cattolici tedeschi), l’associazione offre consulenza alle donne che hanno intenzione di interrompere una gravidanza e rilascia un relativo attestato. Tale attestato di avvenuta consulenza è obbligatorio in Germania per poter eseguire legalmente un aborto. Proprio perché l’attestato apre la strada all’interruzione legale della gravidanza, la Chiesa ha vietato alle associazioni cattoliche di rilasciarlo, poiché in disaccordo con la difesa della vita dal momento del concepimento. Dal momento che “Donum vitae” continua a rilasciare l’attestato di avvenuta consulenza richiesto dalla legge tedesca, i vescovi della Germania hanno dichiarato che l’associazione non può essere considerata di ispirazione cattolica. Venerdì scorso ha avuto luogo un dibattito sui pro e contro dell’impegno nell’ambito della consulenza statale alle donne intenzionate ad abortire. Tale dibattito era previsto dagli organizzatori del Katholikentag come condizione per la concessione di uno stand informativo a “Donum vitae”. In un’intervista con ZENIT, la vicepresidente federale dell’associazione “Aktion Lebensrecht für Alle” (ALfA; Azione Diritto alla Vita per Tutti), Alexandra Linder, racconta come sia possibile dare una consulenza alle donne che si trovano a vivere una gravidanza in situazioni difficili, anche senza rilasciare il discusso certificato.

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In fase di programmazione del Katholikentag, l’adesione di “Donum vitae” all’edizione di quest’anno è stata fortemente criticata. Tuttavia, aderendo l’associazione ha dovuto confrontarsi in un dibattito comune. Era dunque questa la soluzione migliore?

Linder: Era giusto concedere loro questa occasione. Ma non dobbiamo mai dimenticare che i membri di “Donum vitae” non agiscono da cattolici coerenti. Col loro modo di agire si escludono da soli. E in più mettono in difficoltà la chiesa, perché presentandosi come un’associazione cattolica contribuiscono a diffondere nell’opinione pubblica l’idea che la chiesa in fondo tolleri l’aborto. La gente non è consapevole dei dibattiti interni al mondo delle associazioni di ispirazione cattolica.

Nelle precedenti edizioni del Katholikentag l’ordine del giorno non prevedeva grandi dibattiti sul diritto alla vita …

Linder: No, infatti l’argomento era quasi del tutto assente. Per questo siamo felici che una questione così importante sia finalmente stata messa a fuoco, e ci auguriamo che il dibattito possa continuare anche nell’ambito di manifestazione future.

Che impressione le ha fatto l’incontro di venerdì?

Linder: Le posizioni dei membri di “Donum vitae” mi sono sembrate chiuse e senza apertura a compromessi, cristallizzate. Sembrava che all’associazione premesse di più giustificare le proprie posizione, che dialogare e discutere gli argomenti. Per esempio, hanno ripetuto più volte che in Germania abbiamo la migliore legge sull’aborto d’Europa. Alle critiche mosse alla loro associazione, come quella che la loro attività contribuisca a formare nei giovani l’idea che abortire sia in fin dei conti eticamente corretto, semplicemente non hanno risposto. Da questo punto di vista, il dibattito è stato molto meno fecondo di quanto avevamo sperato.

Che cosa si aspettava da questo dibattito?

Linder: La mia proposta era di partire dalla comune e indiscussa bontà della consulenza data alle future madri, ma senza offrire alle donne l’opzione dell’aborto. Del resto, la consulenza di “Donum vitae” è finalizzata a convincere le donne a non abortire e il loro impegno in questo senso non è inferiore al nostro. Da qui mi sarebbe piaciuto chiarire che la legge che abbiamo non è proprio ideale e cercare di capire insieme come la si potrebbe migliorare. Per esempio, nella sua formula attuale la legge impone ai consulenti una forzatura indebita: se una donna rifiuta la consulenza, l’attestato deve comunque essere rilasciato.

Perché secondo lei la consulenza alle donne che vivono una gravidanza indesiderata non deve essere aperta in quanto all’esito?

Linder: Un cristiano semplicemente non può offrire un’opzione che preveda il ferimento o l’uccisione di un essere umano. Le donne che vengono da noi spesso cercano un aiuto contro la pressione esercitata su di loro dalla famiglia o dai conoscenti. Se poi dopo la consulenza rilasciamo loro l’attestato, questo equivale ad una resa. È come se negassimo tutto quello che abbiamo appena detto, perché in fondo con quell’attestato stiamo dicendo alle donne che non ci fidiamo della loro capacità di gestire la propria vita con un figlio.

Lei ha una vasta esperienza di consulenza alle donne incinte in difficoltà. Come si comporta con loro?

Linder: Come associazione ALfA abbiamo dato vita ad un fondo di sostegno per poter offrire anche un aiuto economico nei primi tre anni di vita del bambino. Il mio progetto personale è l’istituzione del numero verde 0800-3699963, che va sotto il nome di “vitaL”.  A questo numero, attivo 24 ore su 24, risponde un’operatrice disponibile al dialogo e a dare consigli e assistenza. Siamo contattabili anche via internet all’indirizzo http://www.vita-L.de. A seconda delle esigenze di chi ci chiama, possiamo fornire anche solo una consulenza anonima o dare un consiglio su dove si può trovare aiuto. A volte però seguiamo le donne che si rivolgono a noi anche per mesi e le aiutiamo a conoscere i propri diritti, a compilare moduli, a cercare casa o a trovarsi una babysitter. Quando abbiamo un po’ di disponibilità economica, mandiamo dei brevi spot pubblicitari ai cinema, per far conoscere i nostri contatti. Il nostro lavoro è in massima parte di volontariato e ci finanziamo esclusivamente con offerte e contributi.

Che tipo di esperienze ha fatto con le donne che vi contattano per telefono?

Linder: Le donne ci contattano quando iniziano a trovarsi in difficoltà. La situazione più comune è quella di una crisi del rapporto con il loro partner, dovuta al fatto che lui non vuole tenere il bambino. La prima cosa che ci chiedono in genere non è di rilasciargli l’attestato, ma di ascoltarle. La nostra esperienza degli ultimi anni dimostra che non è necessario affiliarsi al sistema di consulenza statale per raggiungere le donne in difficoltà. Questo per rispondere all’argomento più spesso citato dai membri di “Donum vitae”. Ecco perché pensiamo che sia giunto il tempo di ripensare questa strategia.

Cosa spera per il futuro?

Linder: Vorrei che tutti i centri di consulenza di ispirazione cristiana dessero una testimonianza chiara e senza ambiguità, per rendere forte e credibile il nostro impegno a favore delle donne e dei loro figli.