Ipocrisia dell’Europa sui diritti dei non nati

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ROMA, domenica, 22 agosto 2004 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo per la rubrica di Bioetica l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.



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L’8 luglio 2004 l’agenzia ANSA ha diffuso una significativa decisione giudiziaria: in Francia, una donna al sesto mese di gravidanza aveva subito nel 1991, presso l’ospedale di Lione, l’erronea rottura del sacco amniotico da parte del medico, andando incontro conseguentemente ad un aborto. Si era trattato di un caso increscioso di omonimia: la sua, infatti, doveva essere una semplice visita di routine.

Aveva quindi sporto denuncia, ottenendo prima la condanna del medico per lesioni involontarie e poi quella per omicidio involontario dalla Corte di Appello di Lione. Il verdetto era stato tuttavia ribaltato nel giugno 1999 dalla Corte di Cassazione, che aveva rifiutato di riconoscere al feto il diritto alla protezione assicurato dal codice penale a tutti gli esseri umani. Così, il danno era stato spostato dal bambino morto alla madre lesa.

La donna, insieme con il marito, si era allora appellata nel dicembre del 1999 alla Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo, invocando il secondo articolo della Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell'uomo e delle Libertà fondamentali, emendata dal Protocollo n. 11 secondo cui “il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge”. Nulla da fare: per il Consiglio d’Europa il caso non è in contrasto con la Convenzione.

In particolare, afferma la sentenza, “la Corte ritiene che la questione dell’inizio del diritto alla vita sia da decidere a livello nazionale, in primo luogo perché tale questione non è stata decisa dalla maggioranza degli stati che hanno ratificato la Convenzione, e in secondo luogo perché non esiste in Europa un consenso generale sulla definizione scientifica e giuridica dell’inizio della vita” (cfr. http://www.echr.coe.int/eng/Press/2004/July/GrandChamberjudgmentVovFrance080704.htm).

Si evidenzia quindi come, a livello europeo, venga sancita l’impossibilità di stabilire in maniera oggettiva, naturale, e quindi valida per tutti, se un feto sia un essere umano personale e come tale vada difeso dagli ordinamenti giuridici. La strada da percorrere nella difesa del diritto alla vita e nella tutela del debole si presenta ancora molto lunga.

Balza vistosamente agli occhi la distanza di questa impostazione con quella assunta dagli Stati Uniti d’America con l’approvazione da parte del Congresso dell’Unborn Victims of Violence Act firmato e reso esecutivo dal presidente George W. Bush il 1° aprile 2004.

La normativa, aperta ora alle possibili divergenze di applicazione dei singoli stati, offre tuttavia - al contrario della Convenzione europea - chiare indicazioni: “chiunque metta in atto azioni che (…) causano la morte o il danno fisico (…) di un bambino in utero (…) è colpevole di un reato distinto (…)”. Anche sulle definizioni di “bambino non nato” e di “bambino in utero” la legge è inequivocabile: “il termine ‘bambino non nato’ si riferisce al bambino in utero, e il termine ‘bambino in utero’ significa ‘membro della specie homo sapiens’, a qualunque stadio di sviluppo, portato in grembo”.

Da un lato, la “vecchia” Europa che declina pilatescamente ogni responsabilità nel decidere la sorte di vite umane, abbandonandole alla buona volontà degli organi esecutivi e legislativi nazionali secondo un ipocrita principio di maggioranza invocato soltanto all’occorrenza, dall’altro, la “giovane” America che definisce senza ambiguità cosa intende per “non nato” e mette gli operatori della politica, del diritto e della scienza di fronte alle loro responsabilità.

[I lettori sono invitati a porre domande sui differenti temi di bioetica scrivendo all’indirizzo: bioetica@zenit.org. La dottoressa Navarini risponderà personalmente in forma pubblica e privata ai temi che verranno sollevati. Si prega di indicare il nome, le iniziali del cognome e la città di provenienza]