Israele-Palestina: "Un circolo infernale, ma pregare darà frutto. Anche se non subito"

Mons. William Shomali, vescovo ausiliare di Gerusalemme, racconta il dramma vissuto in Terra Santa soprattuto dai giovani, prime vittime del conflitto, e dai cristiani, costretti alla fuga

Roma, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 503 hits

Strage e tragedia. È difficile definire diversamente la situazione in Terra Santa. Nella Striscia di Gaza si continua a morire ogni giorno, e tra lanci di razzi e bombardamenti la popolazione vive sotto assedio e nella paura costante. La diplomazia internazionale invoca una tregua tra Palestina e Israele, e le Nazioni Unite condannano i lanci di razzi contro i territori israeliani. Intanto uomini, donne, bambini, intere famiglie di Beit Lahya, a nord di Gaza, sono state costrette ieri a precipitarsi fuori dalle proprie case e fuggire, senza bagaglio e a digiuno, per non soccombere nell'ennesimo attacco dell'esercito israeliano. Una situazione insostenibile davanti alla quale Papa Francesco ha espresso il suo rammarico, esortando, ieri dopo l’Angelus, "le parti interessate e tutti quanti hanno responsabilità politiche a livello locale e internazionale a non risparmiare la preghiera e alcuno sforzo per far cessare ogni ostilità e conseguire la pace desiderata per il bene di tutti”. All’indomani dell’appello del Pontefice, ZENIT ha raccolto la testimonianza di mons. William Shomali, vescovo ausiliare di Gerusalemme e vicario patriarcale per la Palestina. Di seguito l’intervista.

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Eccellenza, cosa succede in Terra Santa?

Ciò che si sta succedendo è una reazione al rapimento e all'uccisione dei tre ragazzi ebrei, presso Hebron. Il governo di Netanyahu ha attribuito questo omicidio al partito Hamas ed ha reagito con una esasperata ricerca dei criminali, con numerosi arresti anche di ex detenuti. Nel frattempo, un giovane palestinese di Shufat, quartiere di Gerusalemme, è stato rapito e bruciato vivo da alcuni coloni israeliani. Questi fatti hanno avviato un circolo vizioso di violenza. L’esercito israeliano ha colpito a Gaza le basi di Hamas e del Jihad islamica. Queste ultime hanno risposto con il lancio di missili, arrivando a colpire gli insediamenti vicini nonché le città di Haifa, Tel Aviv e Gerusalemme. Questi missili, conosciuti per la loro imprecisione, fanno più rumore e paura, che distruzione. Per i palestinesi, invece, il bilancio è pesante: 170 morti, 1000 feriti e tante case distrutte a Gaza e nei territori palestinesi.

Qual è l’origine del conflitto in corso?

La ragione principale è il fallimento del processo di pace dello scorso mese di aprile. Il ministro americano Kerry, dopo nove mesi di lavoro intenso, non è riuscito a redigere un quadro politico per i futuri negoziati. Tale sconfitta ha creato nei cuori dei Palestinesi una disperazione, aumentata poi dalla continua costruzione di nuovi insediamenti israeliani. Queste costruzioni sono viste come un casus belli continuo. A ciò si aggiunge la tensione fra i due popoli riguardante il Monte del Tempio- Al Aksa. Qui la religione fa parte del problema ed è una causa aggravante.

Come spiega questo progressivo aumento di violenza a Gaza, a poche settimane dalla visita di Papa Francesco e dai suoi forti appelli di pace e riconciliazione? Inoltre, non possiamo dimenticare l’incontro di preghiera in Vaticano con Abbas e Peres…

La visita del Papa ha suscitato tante speranze, seguite tuttavia da tanta delusione. Una cosa simile è accaduta dopo il pellegrinaggio di san Giovanni Paolo II nel marzo del 2000: appena sei mesi dopo la sua visita scoppiò la seconda Intifada (28 settembre 2000 n.d.a.). In ambedue i casi, la violenza si è scatenata a causa del fallimento dei negoziati, preceduto dalle visite papali nel primo, dopo il crollo di Camp David; nel secondo, dopo quello della mediazione Americana.

In merito all’incontro di preghiera nei Giardini Vaticani, ribadisco quanto detto ieri dal Santo Padre nel suo appello: la preghiera porta sempre frutti anche se a lungo termine. Come nel caso dell’ulivo, piantato alla fine dell’incontro, la cui fioritura si fa attendere per molti anni. Occorre anche ribadire che le parole del Pontefice durante l'"Invocazione per la Pace" rimangono valide in quanto unica via giusta verso la pace. Mi ha molto colpito il Santo Padre quando, davanti a Peres, Abbas e Bartolomeo, ha detto: “Per fare la pace ci vuole coraggio, molto di più che per fare la guerra. Ci vuole coraggio per dire sì all’incontro e no allo scontro; sì al negoziato e no alle ostilità; sì al rispetto dei patti e no alle provocazioni; sì alla sincerità e no alla doppiezza…”.

Il Papa ha fatto capire che i negoziati da soli non bastano, come ci insegna la storia, e che bisogna muoversi verso un altro orizzonte che è la preghiera. “Per questo siamo qui, perché sappiamo e crediamo che abbiamo bisogno dell’aiuto di Dio”, ricordava infatti Francesco, “non rinunciamo alle nostre responsabilità, ma invochiamo Dio come atto di suprema responsabilità, di fronte alle nostre coscienze e di fronte ai nostri popoli”.

In questi conflitti sono soprattutto i giovani ad essere le prime vittime. Secondo lei, all’origine, si tratta di un problema di educazione?

Certo i giovani sono vittime di questo conflitto senza dimenticare i bambini, fragili e traumatizzati dai bombardamenti e dalla paura. Le conseguenze si faranno vedere nel futuro, ora coltivano l’odio ed il desiderio di vendetta. L’odio e stato nutrito da una lunga storia di violenza dove ciascuno mette la colpa sull’altro. Questa falsa retorica non aiuta. L’odio può essere eliminato solamente attraverso l’educazione ai valori di giustizia, pace e riconciliazione. Ma l’educazione deve coincidere con passi concreti, dando a ciascuna parte i propri dirittti: ai palestinesi dignità con uno stato viabile, e agli Israeliani una sicurezza e un riconoscimento dal mondo arabo e islamico. Ero presente la settimana scorsa ad un incontro nel gran Rabbinato con gli esponenti di tutte le religioni presenti in Israele; mi ha molto colpito la dichiarazione finale che ribadiva che la vita umana è un dono di Dio e che il sangue ebreo e il sangue palestinese sono sacri e godono di una uguale dignità.

E gli adulti davanti a questi orrori che vedono coinvolte le nuove generazioni come reagiscono? Spesso sono loro stessi a spingere i giovani a combattere...

È un paradosso dire che sono i giovani a scendere spontaneamente in strada e andare ai check-point per sfidare i soldati israeliani, mentre il governo palestinese non desidera un tale scontro con l’esercito israeliano. I giovani si trovano inseriti in un circolo vizioso. È urgente che la comunità internazionale trovi una soluzione e la imponga ad ambedue le parti. Tutti vivono in un circolo infernale, nel quale sia gli adulti che i giovani si trovano trascinati e non sanno come uscire.

Il resto della popolazione, soprattutto quella cristiana, come sta reagendo davanti a tutto questo?

I cristiani, sia palestinesi sia israeliani, subiscono e soffrono come tutti gli altri abitanti di questa terra. Temono il peggioramento della situazione e le conseguenze sociali ed economiche. Pregano per la pace e nella grande maggioranza rifiutano la violenza. È rarissimo vederli scendere nelle piazze e ricorrere alla violenza. Sono anche i più fragili e deboli davanti alla tentazione di emigrare. Durante l’ultima Intifada tanti giovani e tante famiglie cristiane hanno lasciato la Terra Santa per cercare altrove una vita più sicura e dignitosa. È difficile per loro resistere a questa tentazione. È difficile per noi convincerli a non abbandonare questi luoghi e a far capire loro che vivere qui è un privilegio e una vocazione.

Voi, come Patriarcato latino di Gerusalemme in che modo state cercando di farvi prossimo a questa gente che vive nella paura e sotto i bombardamenti?

Siamo vicini con la preghiera e l’aiuto umanitario che organizziamo secondo le nostre possibilità. Per il momento non possiamo fare niente per la gente di Gaza. Appena finite le ostilità andremo a visitarli per essere vicini e vedere come aiutarli. Per il momento ci limitiamo a telefonare ogni giorno al nostro parroco di Gaza per chiedere le ultime notizie.

Secondo lei c’è speranza che questa tempesta di violenza e morte si possa fermare, o come temono molti, sia imminente lo scoppio di una terza Intifada?

È certo che né il governo palestinese né Israeliano vogliono una terza Intifada. Nessuno ne uscirebbe vittorioso. Le conseguenze sono dure per tutti. Un esempio: i pellegrini hanno iniziato a cancellare le prenotazioni. Sappiamo per esperienza quanto sia difficile far riprendere il flusso del turismo dopo un conflitto. Preghiamo il Signore che questi scontri cessino rapidamente.