"Jappeloup": un salto verso la felicità

La storia di Pierre Durand, campione olimpico di salto a ostacoli equestre a Seoul 1988, in un film in concorso al Fiuggi Family Festival

Fiuggi, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 494 hits

Il secondo film in concorso al Fiuggi Family Festival ha colpito e commosso il pubblico. Jappeloup è una storia che inizia quasi in sordina, poi il ritmo accelera, coinvolge ed appassiona.

La pellicola, diretta da Christian Duguay, tocca temi che vanno dal rapporto tra uomo e animale alla difficile conciliazione tra stabilità familiare e ambizioni di carriera ma, in particolare, l’eterno ed estremamente “cinematografico” tema della realizzazione dei propri sogni.

Come Allez, Eddy!, il primo film in concorso proiettato ieri, Jappeloup ha un’ambientazione sportiva e può inserirsi a pieno titolo nel blasonato filone cinematografico sull’uomo e lo sport, che ha dato vita a capolavori come la serie di Rocky e Momenti di gloria.

Spicca la personalità sfaccettata del protagonista, Pierre Durand (Guillaume Canet), un uomo tanto ricco di talenti ed ambizioso, quanto di temperamento mite ed “amletico” dinnanzi alle decisioni cruciali della vita. La grande forza di Pierre sono gli incoraggiamenti dei suoi familiari, in particolare i saggi e pacati consigli del padre Serge (Daniel Auteuil) e la grinta generosa della moglie Nadia (Marina Hands).

Pierre ha avuto il privilegio di poter scegliere tra una convenzionale carriera da avvocato e quella, decisamente più imprevedibile, di fantino, nella specialità del salto a ostacoli equestre. Dopo varie vicissitudini opterà per la via meno scontata, andando incontro a successi che, in modo vertiginoso, si alterneranno a cocenti delusioni.

Il protagonista dovrà vedersela con Jappeloup, un equino dal balzo formidabile ma dal temperamento difficilmente gestibile. Emerge dunque il peculiare dualismo uomo-animale: il fantino e il suo cavallo vivono un rapporto di collaborazione e competizione al tempo stesso, e non è facile capire dove finiscono i talenti del primo e dove iniziano i meriti del secondo.

La vicenda di Pierre Durand e di Jappeloup attraversa quasi tutti gli anni ’80: agli inizi del decennio vediamo il protagonista che, quasi trentenne, vive ancora con i genitori in una grande villa con maneggio nella campagna francese, alle prese con il dilemma “cosa farò da grande?”.

La scelta di Pierre è profondamente segnata da Nadia, la donna della sua vita, fantina anche lei, che rinuncerà ad una carriera propria per incoraggiare quella di lui.

Dopo il fallimentare esito alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984, culminato con un furibondo litigio con il suo allenatore, Pierre arriverà sul punto di vendere il cavallo e, con il notevole incasso pattuito, assicurare un futuro alla moglie e al figlio che sta per nascere.

In modo quasi provvidenziale, tuttavia, l’animale resterà di sua proprietà e, tra molte difficoltà, l’attività agonistica continua. Pierre arriva a rischiare di perdere per sempre Jappeloup in un drammatico e rocambolesco incidente ma, miracolosamente, riuscirà a salvargli la vita.

È il preludio della grande avventura ai Giochi Olimpici di Seoul del 1988, in cui Pierre troverà il suo riscatto di uomo e di sportivo. La gara in cui conquisterà la medaglia d’oro è la scena che vale tutto il film: si palpita e si freme assieme al protagonista, come se fosse una vera competizione sportiva e come se l’atleta fosse della nostra stessa nazionalità.

Un grande merito del film Jappeloup è quello di imprimere uno straordinario pathos a tutta la vicenda, senza indulgere né nella lacrima facile, né nelle soluzioni consolatorie: gli aspetti drammatici e conflittuali della vita di Pierre e della sua famiglia sono portati alla ribalta senza sconti, rendendo estremamente vera e credibile la narrazione cinematografica.

Il lieto fine, poi, arriva ma in modo tutt’altro che scontato, scatenando un inevitabile meccanismo di identificazione da parte dello spettatore.