Karol Wojtyla e l'allegria della virtù

Secondo l'ex portavoce dell'Opus Dei, Pippo Corigliano, Giovanni Paolo II non fu tanto un "comunicatore" quanto un "testimone della verità" e seppe vivere la sofferenza come fecero Gesù e i santi

Roma, (Zenit.org) Luca Marcolivio | 566 hits

Portavoce per quarant’anni dell’Opus Dei, Pippo Corigliano considera la santità di Giovanni Paolo II molto vicina a quella di San Josemaría Escrivà, fondatore della Prelatura.

Autore di libri come Preferisco il Paradiso e Quando Dio è contento. Il segreto della felicità (Mondadori), Corigliano ha raccontato a ZENIT il suo incontro con il pontefice polacco mettendo in luce alcuni sorprendenti tratti di umanità del futuro santo che, al pari del suo predecessore Giovanni XXIII - con cui domenica prossima condividerà la canonizzazione – ha incarnato una Chiesa straordinariamente vicina agli uomini, senza distinzioni e in tutte le sfaccettature della loro esistenza.

Ingegner Corigliano, domenica prossima saranno canonizzati due papi, uno dei quali è Giovanni XXIII: quale è stata la sua esperienza personale con questo pontefice e che messaggio le ha trasmesso?

Pippo Corigliano: Il ricordo è di un'epoca piena di speranza: Papa Giovanni, Kennedy e Kruscev (che aveva appena sotterrato il mito di Stalin) erano tre icone di una pace ritrovata. Il Concilio prospettava un rinnovamento promettente e lo stile di Papa Giovanni rappresentava una Chiesa che parla al cuore. La Chiesa Cattolica si presentava come una famiglia aperta a tutti.

Venendo a Giovanni Paolo II, ci sono aneddoti o episodi curiosi da Lei vissuti in prima persona che ha il piacere di raccontarci?

Pippo Corigliano: Venivamo da un periodo in cui la Chiesa sembrava devastata e abbandonata, assediata da un mondo aggressivo. Di colpo arrivò il grande campione che diceva agli assedianti, non agli assediati: "Non abbiate paura, spalancate le porte...". Era un ribaltamento: sembrava che si aprisse una nuova fase storica e così era. Allora mi occupavo dell'apostolato con i giovani in Italia e il Papa fu accogliente: ci ricevette, restò con noi, si divertì con noi. Memorabili furono gli incontri nel cortile di San Damaso la domenica di Pasqua, nel pomeriggio. Il Papa dialogava, cantava con noi. Lo vidi ridere alle lacrime davanti ad una scenetta di studenti vestiti da pagliacci, come un nonno con i nipotini in famiglia. Grazie all'amicizia col Prelato dell'Opus Dei, il prossimo Beato Alvaro del Portillo, e al contatto con gli studenti vicini all'Opera  comprese perfettamente lo spirito di santificazione delle realtà quotidiane che San Josemaría Escrivá ci aveva trasmesso.

Giovanni Paolo II fu il papa che beatificò e canonizzò Josemaría Escrivá, il vostro fondatore: quanta sintonia avverte tra papa Wojtyla e il carisma dell'Opus Dei?

Pippo Corigliano: Credo che la sua esperienza di lavoratore in fabbrica e la vocazione relativamente adulta (entrò nel seminario clandestino a 22 anni) lo avesse preparato ad una totale sintonia con il carisma di San Josemaría: si può essere anime di Dio, contemplativi, anche fra i fornelli o in fabbrica. Si può essere fedeli al magistero della Chiesa e amici veri del prossimo, senza rigidezze né cedimenti. C'era una vera affinità elettiva.

Papa Wojtyla è stato testimone di speranza ma ci ha anche insegnato come vi vive cristianamente la sofferenza: in che modo, a suo avviso?

Pippo Corigliano: Che meraviglia un Papa così vicino che t'insegna a vivere e a morire con il petto di cristallo che faceva trasparire un cuore di amico e di padre! Come si vive la sofferenza? Come Gesù, come Wojtyla, come i santi...

Nei suoi libri, Lei si è soffermato sul concetto di felicità cristiana: ritiene che Giovanni Paolo II - che era un uomo notoriamente gioioso - possa essere stato in qualche modo un ispiratore di questi pensieri?

Pippo Corigliano: L'ispiratore è stato san Josemaría: gli incontri con lui finivano con le lacrime agli occhi ma non sapevi se era per quanto avevi riso o ti eri commosso per la sua fede. Il soprannaturale era a portata di mano ed era divertente, cosa che per un napoletano come me era ed è entusiasmante. Con Karol, che fu eletto tre anni dopo la morte del fondatore, ritrovammo di colpo lo stesso stile: avevamo di nuovo un padre gioioso che ci guidava. Era una conferma che la virtù non è né triste né antipatica ma amabilmente allegra.

Lei lavora nel campo della comunicazione da più di 40 anni e papa Wojtyla è stato, oltre che un santo, un grande comunicatore: cosa le ha insegnato in questo senso?

Pippo Corigliano: Credo che la vera comunicazione non sia soltanto una tecnica o una scienza. Comunicare deriva dall'essere. Non credo che Wojtyla si considerasse un comunicatore ma un testimone. Il teatro, come era concepito allora in Polonia, non era un'espressione di soggettività ma una testimonianza, attraverso la parola, della verità e dell'identità polacca in particolare. Il suo essere attore non era un'esibizione di se stesso ma una forte testimonianza. Non gli piacevano le interviste formali: l'unica intervista vera televisiva con la Rai  sfumò e diventò un libro, un gran libro, pieno di contenuti, il primo libro di un Papa: Varcare la soglia della speranza, realizzato con Vittorio Messori.