L'aborto e il paradosso giuridico del "non nascere"

Secondo il bioeticista Francesco D'Agostino la vita va protetta dalle forzature della politica e del diritto

Roma, (Zenit.org) Maria Gabriella Filippi | 1356 hits

Si è svolto sabato scorso, in occasione della 35ª Giornata per la vita, presso la sede ospedaliera del Santo Spirito in Sassia a Roma, il convegno sul tema Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. (Art.1 legge 194/78) Riflessioni su una Legge dello Stato.

In questa settima edizione, l’iniziativa è stata organizzata dall’Università degli studi di Tor Vergata e presentata dal rettore Renato Lauro. Numerosi e interessanti sono stati gli interventi di docenti e medici provenienti delle varie realtà universitarie di Roma, i quali al termine dei lavori hanno realizzato il documento condiviso dalle Cattedre di Ginecologia ed Ostetricia delle Università Romane che ieri mattina è stato consegnato al cardinal vicario Agostino Vallini.

Dopo aver affrontato il tema intitolato Il diritto a non nascere: un paradosso della giurisprudenza, il professor Francesco D’Agostino, presidente dell’Unione dei Giuristi Cattolici, ha risposto per ZENIT alle seguenti domande.

Perché rispetto agli argomenti della tutela della vita e dell’aborto si può parlare di “paradosso giuridico del non nascere”?

Prof. D’Agostino: Il paradosso è nel fatto che spesso la magistratura non prende in considerazione la salute del feto e ritiene giustamente responsabili i medici che, con pratiche mediche di qualunque tipo, danneggiano la salute del nascituro; di questo dobbiamo essere soddisfatti e dobbiamo chiedere che si prosegua lungo questa stessa via, però allo stesso tempo al nascituro non è riconosciuta soggettività giuridica. Il paradosso è questo: si difende la salute del nascituro ma non si ha il coraggio di dire che il nascituro è una persona, è una soggetto di diritto, è uno di noi. Da questa contraddizione non si esce, poiché essa, almeno per l’Italia, serve a giustificare una legge come la 194 che, obiettivamente, nonostante le belle espressioni che adopera, è servita a diffondere l’idea che l’aborto sia una pratica affidata liberalmente e discrezionalmente alla volontà della donna. In Italia viviamo cioè in un regime di aborto libero ed insindacabile che non viene avallato dal dettato esplicito della legge 194; come dire, viviamo in una situazione di contraddizione permanente.

Si è accennato ad un contesto “biopolitico” nel quale ci troviamo immersi: di cosa si tratta e quali sono le sue origini?

Prof. D’Agostino: Biopolitica significa che la determinazione della vita, dei suoi valori, delle sue spettanze e della sua tutela, viene assunta dalla politica e sottratta alla medicina, la quale è invece un sapere che obiettivamente esiste per la vita: il medico è colui che si riconosce tale perché si pone al servizio della vita. Nella logica biopolitica, invece, il medico tende a diventare un funzionario pubblico che deve portare avanti pratiche sociali pubblicamente riconosciute. Non è un caso che negli ultimi tempi stia salendo di tono l’ostilità biopolitica verso l’obiezione di coscienza all’aborto, perché sembra scandaloso a chi ragiona biopoliticamente che il medico possa rifiutarsi in scienza e coscienza di praticare un aborto legalizzato dallo Stato. Noi dovremmo ricostruire, con immenso impegno e con altrettanta pazienza, l’idea che la medicina si autolegittima nel nome del bene e della salute, e non è legittimata dal potere politico.

Personalmente ai miei studenti faccio sempre questo esempio: una delle più gravi aberrazioni a cui la biopolitica possa portare il medico l’abbiamo negli Stati Uniti, in cui le esecuzioni capitali, ove la pena di morte sia legittima, vengono affidate ai medici. Dare al medico il compito di fare il boia è per me l’esempio più limpido della strumentalizzazione biopolitica della medicina. Sembra che fare un’iniezione letale sia un’operazione tecnica riservata al medico, perché è il medico che deve saper dosare il veleno per uccidere il condannato. A queste pretese occorrerebbe con molta durezza rispondere che non c’è una professionalità per uccidere: tutti gli uomini possono uccidere, senza avere una laurea in medicina. Il vecchio boia di un tempo non era di certo laureato ma era semplicemente un operatore della volontà dello Stato, il quale almeno non si nascondeva dietro il mito del rispetto per la scienza medica.

Esiste un diritto della donna all’aborto come diritto a non procreare un figlio?

Prof. D’Agostino: La situazione italiana è questa: esiste una legge sull’aborto che fa eccezione al principio generalissimo della liceità delle pratiche abortive. L’aborto in Italia non è lecito, a meno che la donna non chieda l’applicazione a suo carico di quelle procedure previste dalla legge 194 che rendono legale la pratica abortiva. Quindi, a voler prendere sul serio quella legge, l’aborto in Italia è legale come situazione di eccezione, ed è oltretutto doveroso dare prova che le pratiche previste dalla legge siano state rispettate. In questo senso l’aborto in Italia è una legalizzazione parziale che si incastra nel principio generale della illiceità dell’aborto. Questo discorso è teoreticamente corretto ma non corrisponde più al sentire comune dell’opinione pubblica, la quale ha ormai elaborato l’idea che non solo in Italia l’aborto sia libero, ma addirittura che l’aborto vada considerato un diritto insindacabile della gestante. Perfino la Cassazione nella sentenza del 10 ottobre 2012 ha parlato di un diritto all’aborto, e questo è uno degli effetti di una giurisprudenza creativa che interpreta le leggi in chiave estensiva ma anche violandone il dettato rigoroso e specifico.

Pare che sempre più la nozione stessa di salute sia oggetto di una soggettivizzazione totale e venga a coincidere con l’idea di benessere psico-fisico. Cosa comporta questo rispetto alla scelta di portare avanti una gravidanza?

Prof. D’Agostino: Che la salute possa essere intesa come benessere psico-fisico è uno degli effetti più negativi della famosa definizione data in merito alla salute dall’Organizzazione Mondiale di Sanità: definire la salute come uno stato di completo benessere psico-fisico è, come minimo, un’ingenuità, perché in questa prospettiva siamo tutti, veramente tutti, dei malati quotidiani. Infatti quello del compiuto benessere psico-fisico è un ideale regolativo, non è certamente una esperienza quotidiana. Considerato questo, è chiaro che non solo la legge italiana sull’aborto, ma le legislazioni di quasi tutti i Paesi del mondo hanno radicalmente privatizzato il rilievo della gestazione e della procreazione assecondando ideologie che, sotto altri profili, sono assolutamente giustificate come promotrici del ruolo della donna, garantendone il diritto al lavoro e alla peculiare assistenza sociale; tuttavia in questo riconoscimento di diritti si è arrivati non solo al riconoscimento dell’aborto, ma perfino al riconoscimento della estromissione del padre del bambino dalla decisione abortiva. Qualcuno può riconoscere questo come un doveroso omaggio alla dignità femminile, io personalmente lo ritengo un’offesa alla stessa dignità perché la verità della gestazione è che essa è duale: nasce da un rapporto uomo-donna; anche se, biologicamente, la gestazione è riservata al corpo femminile, psicologicamente, come ha abbondantemente spiegato la psicanalisi, la gestazione è sempre un’esperienza che la donna porta avanti con costante riferimento alla figura del padre del bambino, sia che egli sia presente sia che egli sia assente: una donna abbandonata durante la gestazione dal proprio partner non può abolire l’immagine paterna, non può elaborare l’idea che il padre del bambino non ci sia mai stato, ecco perché ogni gestazione è un fenomeno antropologico complesso, in casi estremi drammatico, che merita attenzione e tutela. Quello che è invece assolutamente impossibile sostenere è che la gestazione sia un’esperienza esclusivamente femminile.

Le donne che portano a termine una gravidanza in modo eroico, ponendo in secondo piano la propria salute rispetto alla vita del figlio, come è avvenuto recentemente nella storia di Chiara Corbella, come si inseriscono nel panorama attuale e nella proposta di una cultura per la vita?

Prof. D’Agostino: Vicende del genere vanno messe esattamente a fuoco come vicende eroiche. Dov’è il carattere eroico di questa vicenda? Sta nel fatto che per antichissima esperienza, il diritto non pretende l’eroismo: il diritto conosce l’istituto dello stato di necessità; lo stato di necessità è quella situazione estrema in cui è legittimo sacrificare gli interessi e, al limite, perfino la vita altrui per salvare la propria. Lo stato di necessità è un istituto tragico e crudele, ma ha tutta la caratteristica della freddezza del sistema giuridico, che non è mai stato né sarà mai un sistema caldo, basato sull’amore: il sistema giuridico è basato sull’eguaglianza e sull’equilibrio dei rapporti interpersonali, per questo se una donna si trovasse di fronte ad uno stato di necessità che la inducesse, per salvare la propria vita, a sacrificare quella del bambino, il diritto non troverebbe nulla da obiettare, anche in mancanza di una legge sull’aborto, perché si potrebbe applicare la normativa generale sullo stato di necessità. Detto questo però, stiamo molto attenti a non prendere il paradigma giuridico come il paradigma assoluto di riferimento, perché il diritto è freddo; il diritto ignora il calore dell’amicizia e dell’amore; il diritto non riesce a mettere a fuoco gli atti di eroismo, perché non li pretende, mentre invece proprio sull’amore e proprio sull’affetto e, al limite, è proprio sugli atti di eroismo, che si manifesta il senso più profondo della vita. Ogni madre in realtà, nelle piccole cose, si sacrifica per il bambino, non in nome del diritto, ma in nome dell’amore che ha per il proprio figlio.

Ecco, se noi marginalizziamo la dimensione affettiva, la dimensione dell’amore e la dimensione dell’eroismo, costruiamo una società che è assolutamente agghiacciante, fredda come è purtroppo freddo il diritto abbandonato a sé stesso. Proporre questi esempi di eroismo familiare e materno non può avere come obiettivo quello di rendere queste esperienze obbligatorie per tutte: sarebbe una sciocchezza, un’ingenuità, ma soprattutto sarebbe contraddire uno dei principi strutturali del diritto; quindi non si tratta di dire alle donne: ‘dovete fare tutte così’, ma si tratta di far vedere come l’amore è capace di rendere calda la vita e darle un senso, laddove molto spesso, la vita di ciascuno di noi è carente di senso ed è carente di amore. Quindi la fatica sta nel riconoscere che il piano giuridico, nella sua freddezza, va rispettato, ma nello stesso tempo, sottolineare i limiti del diritto e indicare una dimensione che va al di là di esso, che è piena di senso, piena di calore, piena di significati.