L'adozione: un cammino di salvezza

I genitori adottivi hanno il dovere morale di ascoltare la storia dei propri figli e invitarli al perdono verso i genitori biologici

Roma, (Zenit.org) Osvaldo Rinaldi | 1012 hits

La sofferenza innocente dei bambini è un tema di cui poco si parla in una società molto interessata ai profitti e poco attenta ai bisogni degli indifesi. I bambini sono l’anello debole della catena della nostra società. Dare voce agli ultimi, ai più deboli, è segno di maturità e giustizia da parte di una società civile. 

Negli ultimi anni le istituzioni internazionali hanno compiuto passi da gigante riconoscendo tanti diritti ai bambini, e tra questi diritti sanciti vi è quello dell’adozione. 

La convenzione dell’Aja del 29 maggio del 1993  ha regolato il diritto dell’adottabilità dei minori. Molti paesi del mondo hanno ratificato questa convenzione, altri lo stanno facendo in questi mesi, altri paesi invece sono poco propensi a questo accordo. L’auspicio è che tutte le nazioni possano siglare questa convenzione internazionale. Essa costituisce una maggiore garanzia del diritto dei bambini per disincentivare ogni possibile tipo di frode in questo campo così delicato. 

Questa convenzione prevede per bambino rimasto orfano la tutela da parte delle istituzioni locali, che hanno il dovere di accertarsi della possibilità di affidare il bambino all’interno della sfera familiare fino al sesto grado di parentela. Solo se questo non è possibile si può ricorrere all’adozione. 

Nel caso di bambini abbandonati ma non orfani, la possibilità dell’adozione deve essere presa in considerazione solo dopo avere accertato l’impossibilità da parte di almeno uno dei due genitori biologici di prendersi cura del loro figlio. Solo dopo aver valutato la possibilità di affidare il bambino all’interno della sfera familiare fino al sesto grado di parentela, si può ricorrere all’adozione. 

Appurata la situazione di disagio della famiglia biologica, gli organi compenti allontanano il minore dal suo nucleo familiare in attesa di completare il percorso dell’analisi conoscitiva. La speranza delle istituzioni locali è quella di poter recuperare il disagio familiare e così poter reintegrare il bambino nel suo contesto di origine.

E’ davvero un successo quando si riesce a recuperare l’integrità della famiglia attraverso una risanamento della sua condizione di malessere. Ma si deve tristemente constatare che problemi come l’alcolismo, la droga, la violenza familiare sono piaghe difficili da debellare. Molte volte capita che i genitori si rifiutano di accettare la loro situazione familiare e non si rendono disponibili ad accettare un sostegno esterno. 

Allora davanti alla impossibilità degli psicologici, degli assistenti sociali e del tutore del bambino di poter reintegrare il bambino nella sua famiglia di origine, o di affidarlo presso un parente che possa prendersene cura, viene aperto il fascicolo dell’adozione. Sarà un giudice del tribunale dei minori che sarà chiamato a trovare una famiglia che si è resa disponibile alla cura e alla formazione umana di quel bambino. 

Questa è la strada attraverso cui i bambini arrivano all’adozione. Allora è facile capire che la prima forma di accoglienza dei genitori adottivi deve essere quella di ascoltare la storia dei propri figli, sull’esempio di Maria ai piedi della croce. Maria è rimasta amorevolmente vicino al suo Figlio senza pronunziare alcuna parola, ma condividendo pienamente il dolore di suo Figlio Gesù. I genitori adottivi anche’essi possono compiere la missione di condivisione del dolore dei propri figli semplicemente ascoltando in assoluto silenzio. 

E se proprio è il caso di dire qualche parola, i genitori adottivi hanno il dovere morale di invitare i propri figli ad offrire il perdono verso i genitori biologici, sull’esempio di Gesù: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34). Il perdono è l’unica arma che smorza il rancore interiore dell’abbandono, il perdono è la sola fiamma che brucia i giudizi di condanna e ridona la pace del cuore. 

La premessa del perdono è la memoria. Il ricordare la loro provenienza costituisce un sano rimedio per vincere la tentazione di dimenticare la propria storia. Senza questa memoria, il passato rischia di essere visto come qualcosa di estraneo da se stessi, quasi se non fosse mai accaduto. 

Questo passato riemerge soprattutto nella fase dell’adolescenza dei figli adottivi, quando in essi cresce sempre più il desiderio di rincontrarsi con i genitori biologici, un santo desiderio che può rappresentare proprio il primo passo per vincere il giudizio nei loro confronti. E il conoscere la verità con i propri occhi, e non solo per sentito dire, li renderà persone veramente libere di vivere riconciliati con la propria storia, perché Dio è stato incontrato nella storia di adozione, che in ultima analisi è una storia di salvezza. 

Proprio per questa ragione, l’apertura dei genitori adottivi non deve essere solo quella dell’accoglienza in ingresso, ma anche quella di essere favorevoli a incentivare il ricongiungimento in uscita dei loro figli con i genitori biologici. Impedire ai figli adottivi questa possibilità, rischia di accrescere in loro il senso d’ingiustizia. 

Nel frattempo i genitori adottivi devono essere pronti a rispondere alle domande dei loro figli.Perché ho dovuto lasciare la mia terra? Perché nessun ha aiutato me e la mia famiglia quando eravamo in difficoltà? Qual è il senso della mia sofferenza vissuta? 

Tutte domande a cui umanamente è impossibile rispondere, ma non per questo è impossibile trovare la pace. La pace è possibile solo se si entra nella volontà del Padre: “Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà” (Mt 26,42). 

Proprio bevendo questo calice, proprio accettando l’allontanamento e l’abbandono, i figli adottivi compiono la volontà del Padre e si riconoscono figli adottivi di Dio, figli abbracciati, accolti e amati da Dio Padre nell’alto della loro croce.