L'altra faccia della morte

Il senso cristiano del trapasso è anzitutto un atto positivo, il riconoscimento di essere creature e non proprietari della propria vita che è un dono di Dio

Roma, (Zenit.org) Mons. Vincenzo Bertolone | 310 hits

«Perché tra voi e il cielo vedete solo la pala del becchino? Perché non comprendete che l’eternità è la vita stessa dell'uomo giusto?».

La commemorazione dei defunti, che ieri ha vissuto la sua giornata d’elezione, ha riportato in vita – e non sembri un gioco di parole – il tema della morte, che per i più, nel resto dell’anno, è  ridotto alla visione funerea e passeggera lamentata nei suoi scritti dal filosofo russo Piotr Caadaev.

In effetti,  paradossalmente oggi regola generale é la totale rimozione del concetto, e perfino della parola “morte”, ma al tempo stesso il continuo farne spettacolo sui mass media: si vive in un contesto che della morte non vuol saper, considerandola realtà problematica, ostica, da evitare. Se ne scorge solo il profilo doloroso e misterico che da sempre si è inclini a leggere come una definitiva dissoluzione: il pensiero di una fine naturale, com’è il morire, turba e disturba: ergo vitanda est.

Eppure, scacciare la morte come fosse un pensiero noioso è intrinsecamente disumano. Il vero credente, di fronte ai morti ed al momento del dies irae, non prova terrore, ma trasfigura il significato stesso del morire. Già Montaigne invitava a «pre-meditare la morte» come principio di libertà: in effetti, c’è un’altra dimensione che «è rivolta dall’altra parte rispetto a noi» e si affaccia sul mistero, sull’eterno e sull'infinito. Martin Heidegger é giunto ad affermare che «l’uomo vive per la morte», traendo spunto da una tradizione spirituale basata sulla preparazione all’evento finale: nella memoria mortis c’é la tristezza di dover morire, ma pure il timore di Dio per il suo giudizio di misericordia e di giustizia insieme.

Era, ed è ancora, il senso cristiano del trapasso, che è anzitutto un atto positivo, il riconoscimento di essere creature e non proprietari della propria vita che è un dono, anzi il dono per eccellenza di Dio, e va riconosciuto e dato a Colui che ci è Padre. Cristo ha fatto balenare davanti ai nostri occhi l’altra faccia della morte: quella illuminata dalla luce della fede. Certo, con ciò non si dissolve del tutto la faccia  tenebrosa che parla di solitudine, di lacerazione, che grida persino verso un dio ritenuto troppo distante e assente. Ma ai piedi della croce il velo si squarcia e si intuisce l’oltrevita: come dice l’Apocalisse, al di là c’è «la dimora di Dio con gli uomini. Là non ci sarà più la morte, né lutto né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate» (21, 3-4). Il Dio della nostra fede è la ragione del nostro sperare, non il lacrimatoio  delle nostre delusioni”.

Bisogna, allora, tornare a guardare oltre: morire è uno spogliarsi di veli, di pesi, di fogliame che celano l’altra metà della vita che ci si presenta nella sua caducità. Ma è giusto sapere che «quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, simile a una tenda, riceveremo da Dio un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli» (2 Corinzi 5,1). Ed allora, con abiti umili e gemme divine nel cuore non fermiamoci all’apparenza ed alle cose finite, ma guardiamo oltre e scopriremo l’infinito: Dio.

(Pubblicato anche su La Gazzetta del Sud, 3 novembre 2013)