L'amore che ci rende fratelli

Come essere operatori di pace. Un contributo di Chiara Lubich

Roma, (Zenit.org) Chiara Lubich | 960 hits

Nel messaggio del Santo Padre1 per la giornata della pace, diretto agli «uomini tutti viventi nell’anno 1972», c’è un brano, verso la fine, rivolto «ai fratelli e figli della nostra Chiesa cattolica». Con esso il Papa ci invita a «portare agli uomini di oggi un messaggio di speranza, attraverso una fraternità vissuta ed uno sforzo onesto e perseverante per una più grande, reale giustizia».

Mi permetto di soffermarmi su questa richiesta che il Papa fa ai suoi figli di offrire al mondo una fraternità vissuta, per vedere come possiamo noi metterla in pratica e dare all’umanità un messaggio di speranza.

Innanzi tutto potremmo domandarci: c’è fra noi cattolici una premessa per creare una fraternità maggiormente sentita? – E ancora: è sensibileil mondodi oggi ad essa?

Se noi guardiamo la Chiesa e l’umanità, vediamo come l’una e l’altra siano sottoposte a due tensioni che sono in contrasto.

La Chiesa anche oggi – come del resto in tutti i tempi, giacché il suo destino è quello del suo Fondatore – cammina lungo una via crucis. Un pullulare frenetico di nuove idee sembra minacciare alla radice la fede e la morale mettendo in dubbio tutto e tutti. Una generale contestazione allontana parecchi suoi figli fra i migliori, rendendola povera per la perdita anche di chi era stato da lei scelto e mandato in nome suo ad annunciare il Vangelo.La stessa Gerarchia a volte è messa sotto processo da chi, vedendo le cose in modo esclusivamente umano, scalza il valore del Magistero ecclesiastico.

L’umanità, terreno nel quale la Chiesa vive e di cui risente fortemente ogni scossa, è sconvolta dalla divisione, dallo scatenarsi degli istinti contro ogni forma di ordine, ogni struttura che leghi insieme tutti. Poi gli squilibri sociali, l’accendersi continuo di focolai di guerra che tengono l’uomo col fiato sospeso per il terrore d’un conflitto mondiale, e tutti quei mali morali di oggi che conosciamo. Insomma, un disorientamento in tutti i campi.

Notiamo però, parallela a questo quadro, tragico ma vero, un’aspirazione vaga anche se sentita di fraternità, di unità, che supera le barriere esistenti e punta sul mondo preso come un tutt’uno. Unità che non è un’aspirazione soltanto ma, nel campo politico ad esempio, già una realizzazione di forme diverse, ispirate tutte, in maniera legittima o no, al testamento di Gesù, mentre s’accresce il numero delle nazioni che sperano di risolvere in modo pacifico le più gravi tensioni. Nel campo sociale vibra nell’aria un senso di solidarietà, sentito dagli adulti e più dai giovani. E poi, fra tante cronache nere, fenomeni recenti, che sorprendono, di masse di giovani che si ribellano alla schiavitù del sesso e della droga, in nome di Cristo.

Nella Chiesa, la Pentecoste del Concilio, che continua la sua autorevole parola sul sussurro delmondo e lofa sperare ancora: parola che invoca il divino a risplendere per far «vivere» questa terra, la fede a riconfermarsi più bella, più vera, liberata dall’accessorio; che esorta l’ordine morale a ristabilirsi per salvare l’uomo dalla propria rovina; le strutture sociali a cristianizzarsi, i sacerdoti ad esserluce nel mondo, i vescovi a lavorare col Papa perché risplenda maggiormente l’unità nella varietà. E la voce chiara, forte e sicura del Papa che, per istruire e «confermarei suoi fratelli» , annuncia costantemente la verità e ripropone quanto ha insegnato il Concilio sminuzzandone la dottrina per il Popolo di Dio.

Si rileva inoltre nella Chiesa una nota caratteristica, bella e attuale: vari carismi dello Spirito Santo fanno eco ai desideri ispirati da Lui stesso, nel Vaticano II, chiamando i cristiani ad esser Chiesa nel senso più profondo, etimologico della parola, e cioè comunione, fraternità vissuta. Ne viene un ravvivarsi di movimenti di diversa origine, animati da uno spiccato senso di fraternità, in mezzo a un mondo che pure la invoca, ma spesso in nome di chi non la sa veramente dare. Gruppi che a volte non possono né sanno misurare essi stessi quale potere possiedano proprio perché sono cristiani.

Per comporre una fraternità occorre l’amore. E ciò è più o meno noto a tutti ormai nel mondo. Gli stessi musulmani, che non credono nel Dio Uno e Trino ma solo nel Dio Uno, sono sensibili, in più parti, ad una fraternità poggiata sull’amore.

Ma l’amore che il cristiano porta – e qui è l’abissale mistero e la potenza nascosta che, fatta fruttare, può operare miracoli –, è diverso da qualsiasi altro amore esistente al mondo, per nobile e bello che esso sia. È un amore di origine divina, lo stesso amore di Dio partecipato all’uomo che, innestandosi su di lui, lo fa figlio di Dio.

E ciò è premessa e causa d’una realtà incomparabile: la fraternità umana su un piano più alto, la fraternità soprannaturale.

Ora, in questa fraternità, si avvera un fatto che ricorda Natale: Cristo fiorisce in mezzo agli uomini, come l’Emanuele, il Dio con noi. In questa fraternità i cristiani sono uniti nel nome di Cristo, che ha detto: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro»2 . Si tratta di quella fraternità che può rendere presente – anche dove la Chiesa si trovasse ostacolata nel suo ministero – Cristo fra gli uomini. Presente spiritualmente – s’intende – ma presente. È quella fraternità che può portare Cristo in mezzo al popolo, nelle case, nelle scuole, negli ospedali, nelle fabbriche, negli uffici,in ogni comunità o riunione.

Il Concilio e il Papa più volte lo sottolineano: la comunità, come una famiglia unita nel nome del Signore, gode della sua presenza. Si tratta di quella fraternità che ci fa Chiesa, come afferma Odo Casel: «Non è che l’unica Ecclesia si frantumi in una pluralità di singole comunità, né che la molteplicità delle singole comunità unite insieme formi l’unica Ecclesia. L’Ecclesia è soltanto una, dovunque essa appare, è tutta intera e indivisa, anche là dove soltanto due o tre sono adunati nel nome di Cristo»3.

Ora forse noi cristiani non ci rendiamo sempre conto di questa straordinaria possibilità. E confessandolo in questo Natale, Dio ci potrà donare la grazia di cogliere meglio, far fruttificare di più, simile dono. In questa fraternità, con chiunque e dovunque, noi possiamo non essere soli a pensare, a preoccuparci di come risolvere i problemi umani. Se lo vogliamo (e basta essere uniti nel suo nome e cioè con Lui e come Lui vuole) Cristo è fra noi, è con noi, Egli, l’Onnipotente! E ciò fa sperare. Sì, fa molto sperare.

Certamente è il caso che ravviviamo un po’, nelle nostre famiglie cristiane, nei nostri gruppi, nei nostri movimenti, per qualsiasi scopo siano nati, ma sotto l’insegna cristiana, nelle opere cui dedichiamo le nostre forze, quell’unità, quella fraternità che rende presente Cristo fra noi e ci fa Chiesa, dichiarandoci apertamente questa nostra volontà, senza timore, senza falso pudore.

Se Natale ci ricorda fino a qual punto Dio ci ha amato, e cioè fino a farsi uno di noi, è facile capire come la logica del suo amore gli faccia desiderare di essere sempre cointeressato alle nostre faccende e desideroso di continuare a vivere, in certo modo, fra noi, dividendo le nostre gioie, i nostri dolori, le responsabilità e le fatiche, dandoci soprattutto una mano quale Fratello nostro. A Lui non è bastato ripresentarsi a noi ogniqualvolta ci riuniamo solennemente per la celebrazione eucaristica, o esser particolarmente presente in altri modi come nella Gerarchia o nella sua parola… Egli vuole essere sempre con noi. E gli bastano due o tre cristiani… e nemmeno già santi! Bastano due o più uomini di buona volontà che credono a Lui e soprattutto al suo amore.

Se noi facciamo così, sarà nella Chiesa un pullulare di cellule vive che col tempo potranno animare la società che le circonda, fino a penetrarela massa. Alloraessa, informata dello Spirito di Cristo, potrà adempiere meglio il disegno di Dio sul mondo e dare una decisa spinta ad una rivoluzione sociale, pacifica, ma inarrestabile, con conseguenze che mai avremmo osato sperare.

Se Cristo storico ha sanato e sfamato anime e corpi, Cristo misticamente presente fra i suoi sa fare altrettanto. Se Cristo storico ha chiesto al Padre, prima di morire, l’unità fra i suoi discepoli, Cristo mistico presente fra i cristiani la sa attuare.

Se avremo uomini uniti nel nome di Cristo, domani potremo vedere popoli uniti.

Per rispondere a quanto Dio ci chiede attraverso il Papa, molto ci sembra preparato dallo Spirito Santo. Si tratta di dare un colpo d’ala alla nostra vita cristiana sempre troppo individualista, spesso mediocre, ma soprattutto poco autentica.

(Fonte: www.centrochiaralubich.org. Il testo è tratto dal libro Sì, sì, no, no, Città Nuova, Roma 1973, pagg. 116-125.)

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NOTE 

1 Papa Paolo VI

2 Mt 18, 20.

3 Odo Casel, Il mistero dell’Ecclesia, Roma 1965, p. 179