L'amore coniugale sorgente dell'azione educativa per le nuove generazioni

"Dialoghi in Cattedrale: l'intervento della psicologa Eugenia Scabini

| 1494 hits

ROMA, venerdì, 2 marzo 2012 (ZENIT.org) - Riportiamo di seguito la prima parte dell'intervento della psicologa Eugenia Scabini, direttore del Centro studi e ricerche sulla famiglia dell'Università Cattolica, durante la serata inaugurale dei "Dialoghi in Cattedrale", che si sono svolti ieri sera, giovedì 1 marzo, nella basilica di San Giovanni in Laterano.

***

Il tema che trattiamo oggi è tra i più impegnativi perché non solo mette al centro la parola amore, parola impegnativa, ma soprattutto perché di tale amore vede il versante della coppia.

Oggi il legame coniugale è l’asse più debole della famiglia come testimoniato dal crescente numero di separazioni e di divorzi ma anche della diminuzione dei matrimoni.

Come sappiamo il numero delle separazioni e dei divorzi è in continua crescita. Per avere un’idea dell’ordine dei cambiamenti basti dire che nel 1995 il rischio che un matrimonio finisse in separazione era del 15,8% e il rischio che finisse in divorzio dell’8% mentre nel 2008 gli stessi indicatori sono saliti al 28,6% e al 17,9%.

Il numero di matrimoni celebrato in un anno è passato da oltre 400mila nel 1971 a poco meno di 220mila nel 2010 e, nello stesso arco temporale, la propensione a sposarsi si è ridotta del 40% tanto da far dire che se dovessero sedimentarsi i modelli di comportamento osservati in questi anni giungerebbe a contrarre matrimonio non più del 50-60% dei giovani italiani.

Non solo quindi la relazione tende a spezzarsi, a non resistere al passare del tempo, ma addirittura tende a non nascere o a vivere in forma debole (si usa dire “coppia di fatto”) senza che l’impegno verso l’altro venga assunto pubblicamente, cioè con una responsabilità esplicita verso la società (salvo pretenderne i diritti).

Vorrei spendere qualche parola su quest’ultimo fatto e cioè la diminuzione dei matrimoni (non solo religiosi ma anche civili), indice della difficoltà di vedere l’importanza del legame di coppia, del coniugio, una difficoltà per così dire all’origine forse più sintomatica della più nota difficoltà a mantenere nel tempo il legame.

Possiamo dire che la difficoltà è addirittura nel formulare la promessa, nel dire “ti prometto”, prima ancora che essere una difficoltà nel mantenersi fedeli l’un l’altro.

Sappiamo che parte del fenomeno è da attribuirsi alla cosiddetta sindrome del ritardo che affligge i giovani soprattutto nel nostro Paese.

Il prolungamento degli studi, (il nostro cosiddetto 3+2…), il difficile inserimento nel mondo del lavoro, spesso precario, la difficoltà di trovare una casa tendono a posporre il tempo della scelta del matrimonio, si finisce spesso così a logorare il legame affettivo indebolendo il desiderio di dare ad esso una forma definitiva. Attualmente la durata media del periodo di fidanzamento è di 5 anni mentre negli anni ’70 era poco più di 3 anni.

Va anche rilevato un ulteriore esito di questo ritardo nelle scelte, spesso non coscientemente valutato. Mi riferisco al fatto che con il passare degli anni, come è noto, diminuisce drasticamente la probabilità-capacità generativa, non ultima causa del calo vistoso della natalità. Vero e proprio dramma sociale come abbiamo rilevato nel volume “Il cambiamento demografico”, del Comitato del Progetto Cultrale della CEI.

I fattori sociostrutturali che concorrono a creare questo ritardo nelle scelte definitive della vita vanno senz’altro tenuti in considerazione ma non sono tutto. Essi sono accompagnati e attraversati da una dimensione antropologico-culturale su cui vorrei soffermarmi : da che cosa dipende la difficoltà nell’assumersi un impegno definitivo?

Quello che è in gioco oggi è il concetto stesso di identità adulta. Cosa vuol dire essere adulti, cosa vuol dire essere una persona matura?

Sono incerti nel rispondere a questa domanda sia i giovani che gli adulti, sia i figli che i genitori.

Essere adulti nella società odierna vuol dire fondamentalmente essere economicamente indipendenti. Il resto pare un optional.

La scelta e l’impegno di dar vita a un progetto matrimoniale è vissuta prevalentemente come scelta rischiosa (e questo è comprensibile) ma, è questo è più grave, si tratta un rischio che non si sa se vale la pena di correre.

Il clima fortemente individualistico della nostra odierna società unitamente alla propensione al consumo veloce di tutto ciò che ci viene consegnato porta ad una idea di realizzazione di sé di tipo narcisistico ed emozionale che mette in ombra l’importanza dell’altro e della relazione come via della propria realizzazione.

E questo si sente soprattutto nel legame coniugale che ha come sfida e compito quello di mettere insieme, collegare, armonizzare due persone che sono differenti, non solo per storia familiare ma anche per struttura di genere.

Un uomo e una donna sono invece in un certo senso due universi, due modi differenti di sentire il mondo e la società odierna così apparentemente aperta a far spazio al diverso è invece in difficoltà nel costruire un legame come quello coniugale che ha al centro la differenza sessuale.

E così, passato il tempo più o meno breve dell’innamoramento che tende per sua natura ad enfatizzare gli aspetti di somiglianza e di facile intesa, i due partner sono in difficoltà ad accettare l’alterità dell’altro, la sua differenza, la sua non omologabilità, la sua non totale coincidenza con le proprie aspettative. La relazione di coppia pare poter vivere solo sul versante affettivo e non su quello etico. A dire il vero il versante affettivo è vissuto in senso depotenziato come un fatto puramente emozionale.

Più che di affetti (parola che ha intrinsecamente il riferimento all’altro poiché etimologicamente afficio vuol dire essere colpito da) si tratta di emozioni. Il legame affettivo è in questo caso centrato su quello che il soggetto prova più che sulla presenza dell’altro che colpisce.

Diventa così cruciale il passaggio dall’innamoramento all’amore che richiede una trasformazione sia degli aspetti affettivi (che possono assumere altri toni oltre a quelli passionali) che di quelli etici, di impegno “ per sempre”.

Occorre perciò un viraggio culturale forte e un recupero deciso dell’importanza e del valore del legame coniugale ai fini della realizzazione di sé.