L'amore di un Dio che agisce concretamente nell'esistenza umana

Le meditazioni di ieri del cardinale Gianfranco Ravasi prima degli Esercizi Spirituali per la Quaresima alla presenza del Papa e della Curia Romana

Citta' del Vaticano, (Zenit.org) Salvatore Cernuzio | 1200 hits

È un “pellegrinaggio” alla ricerca del volto di Dio, quello seguito dal cardinale Gianfranco Ravasi nelle sue meditazioni durante gli Esercizi Spirituali della Quaresima alla presenza del Papa e della Curia Romana.

Lunedì, le riflessioni sulla rivelazione del Signore attraverso la Parola, il Creato e soprattutto nella Liturgia, che permette l’incontro tra Dio e l’uomo grazie ad un equilibrato incrocio tra una dimensione verticale e una orizzontale. “Se guardiamo bene la nostra liturgia – aveva detto il porporato nella IV meditazione - è ininterrottamente uno sguardo rivolto verso l’Alto, la trascendenza, verso Dio e Cristo, verso la sua Parola, ma è anche uno sguardo rivolto ai fratelli”. 

È nella Liturgia che il Padre Eterno si fa presente all’uomo, quale “tenda d’incontro” e santuario al suo culmine sacro. Ma Dio si rivela anche nella storia, ha spiegato ieri il cardinale nella V meditazione. Non solo nello spazio il Creatore incontra la creatura, ma anche il tempo è “luogo” privilegiato della Teofania di Dio. 

Lo proclamano i Salmi e lo racconta l’Antico Testamento nei passi in cui parla di un Dio che agisce concretamente nella storia di un popolo, il popolo d’Israele, liberato per mano divina dalla schiavitù d’Egitto. Un racconto, che il cardinale definisce “il credo storico” di Israele e che racchiude una verità evidente: la fede è legata ai fatti.

“La storia è e deve essere sempre il luogo da noi amato per incontrare il nostro Signore, il nostro Dio – ha affermato Ravasi -. Anche se è un terreno scandaloso, anche se è un terreno nel quale spesso noi vediamo magari anche il silenzio di Dio o vediamo l’apostasia degli uomini”.

L’azione di Dio si palesa nel susseguirsi degli eventi, secondo il porporato, sia in quelli segnati dalla gioia, ma ancor più nelle sofferenze, come dimostrato dall’“evento” per eccellenza: l’Incarnazione. Inoltre, bisogna ricordare che la storia dell’uomo non è solo un intreccio insensato di eventi, ma un disegno realizzato dallo stesso Dio, secondo un progetto dettato da quella speranza che è “sorella più piccola” della fede e della carità.

“Noi con la speranza siamo certi di non essere in balia di un fato imponderabile - ha spiegato infatti il cardinale - Il nostro Dio si definisce in Esodo 3 con il pronome di prima persona 'Io' e col verbo fondamentale 'Io Sono'. Quindi, è Persona che agisce, che vive nell’interno delle vicende ed è per questo che allora il nostro rapporto con Lui è un rapporto di fiducia, di dialogo, di contatto”.

Dio, infatti, è un Pastore, è guida e compagno di viaggio amoroso che protegge il suo popolo-gregge da ogni incubo naturale e storico. “Celebriamo la fedeltà divina nonostante l’infedeltà umana”, ha detto il cardinale. La benevola vicinanza di Dio nelle sofferenze del deserto, così come l’esodo, la liberazione dalla schiavitù e la stessa creazione sono tutti gesti che mostrano la cura di Dio per l’umanità.

Essi culminano nel segno più profondo dell’amore divino: Gesù Cristo, il Messia che è “giusto, sacerdote e figlio di Dio”. Proprio su questi tre lineamenti si è incentrata la VI riflessione del porporato, che riletti alla luce dei Salmi 72, 110 e 2, rivelano alcune caratteristiche della figura messianica.

Se i profeti “puntavano l’indice contro le prevaricazioni del potere e la rassegnazione all’ingiustizia”, ha ricordato Ravasi, il Messia viene ad insegnare un diverso tipo di giustizia: farsi ultimo degli ultimi, difensore degli indifesi, povero tra i poveri.

“Paolo – ha osservato il cardinale - ha dato la definizione migliore di questa giustizia, che si mette al livello delle persone vittime dell’ingiustizia. Nel famoso Inno dei Filippesi 2, dice: Egli pur essendo nella condizione di Dio non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini”.

Il Messia fa brillare la giustizia per gli ultimi. È il padre dei poveri e il difensore delle vedove (Sal 68). È Colui che da ricco che era, egli si è fatto povero per voi, perché voi diveniate ricchi della sua povertà (2Cor 8,9). Quello di Cristo - ha affermato il presidente del Dicastero per la Cultura - è un sacerdozio “di grazia”, che raggiunge il culmine con la Risurrezione, atto d’amore con cui il Figlio di Dio svela pienamente la sua divinità. Bisogna “contemplare la figura di Cristo – ha esortato Ravasi - il Messia che ha in sé tutto il respiro dell’Antico Testamento e lo porta alla pienezza”.

Infine, nell’ultima riflessione di ieri, il cardinale è ritornato sul tema della Teofania di Dio, che dopo la parola, lo spazio, la liturgia e il tempo si rivela nella “creatura”. Ricordando il passo della Genesi: Dio creò l’uomo a sua immagine, il Capo Dicastero si è interrogato: “A cosa corrisponde a immagine di Dio?”. “Corrisponde maschio e femmina li creò”, ha precisato. Ma ciò provoca altre domande: “Quindi l’immagine di Dio che è in noi, è forse la bipolarità sessuale? Dio è sessuato?”.

Il significato è abbastanza semplice secondo il cardinale: “Quando l’uomo e la donna si amano e generano, continuano la Creazione. Sono l’immagine del Creatore”. E come il Creatore, generano la creatura, l’embrione nel grembo della madre, piccolo punto di partenza di una vita su cui già si proietta il grande sguardo divino.

“Dio – ha detto Ravasi - vede già, di questa creatura minima, tutta la sua storia, tutta la sequenza dei giorni futuri; vede già gli splendori e le miserie di questa creatura”.  Sin “da questo inizio assoluto” la creatura umana è “sempre sotto lo sguardo di Dio, che si stende per tutto l’itinerario della sua esistenza”.

Essa è “luogo in cui intercettare la presenza di Dio”, per questo per noi cristiani deve diventare “oggetto ininterrotto di attenzione, di passione, di amore”.  Anche perché – ha concluso il porporato – l’uomo “ha un mandato divino da custodire”, un compito da svolgere su questa terra: “rappresentare il suo Sovrano Supremo”.