L'angoscia della morte e l'audacia della speranza

Una riflessione con Carlo Maria Martini sull'ultimo articolo del Credo

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di Robert Cheaib

ROMA, sabato, 20 ottobre 2012 (ZENIT.org).- «Vi sono molti modi di rifiutare il Padre e il cammino verso di lui. Il più comune (e il più nascosto nell’inconscio) è di rifiutare la morte». È lapidario Carlo Maria Martini quando parla del senso dell’atteggiamento umano nei confronti della morte. Essa non è un fatto da comprendere soltanto come un’evenienza fisiologica. La morte fa parte del destino umano (e in questo senso ha ragione Heidegger a definire l’uomo come Essere-per-la-morte come Sein zum Tode). Il giorno della morte è – nelle parole del cardinale che riprende sant’Ignazio d’Antiochia nella sua lettera ai romani – il giorno della nostra nascita.

Tutti muoiono e la morte è il regno del silenzio, ma ci sono morti che squarciano il velo e parlano della vita, la vita vera. Così la morte di Gesù parla della sua figliolanza. Il centurione vedendolo morire così esclamò: «questi era veramente il figlio di Dio». Anche la morte di Martini, accostata con un graduale ritiro nel silenzio della preghiera e della preparazione all’incontro con il Signore, è profetica… parla...

Oltre alla sua vita, il Cardinale ha parlato anche della morte, della sua realtà, dei suoi contorni. Le edizioni San Paolo offrono una raccolta di interventi del Cardinal Carlo Maria Martini che gravitano intorno all’ultimo articolo del Credo: Credo la vita eterna. Le meditazioni e le riflessioni rispecchiano l’inconfondibile stile del Cardinale che sa intrecciare felicemente intuizione esistenziale, ermeneutica biblica e afflato ignanziano.

Martini traccia un cammino di riflessione intorno ai temi del morire, della morte di Cristo e della sua risurrezione, dei novissimi, e della «piccola sorella» tra le virtù teologali (come chiama Charles Péguy la speranza). Tale cammino, intorno a temi spesso taciuti, sviati, temuti e repressi come la morte, l’avvicinarsi della fine punta a vederne i contorni umani legittimi di angoscia, sgomento, paura, senso di smarrimento, per aprire un varco di discernimento dall’interno della vita umana e dall’annuncio della speranza insito nella parola di Dio.

Gesù e la morte: un faccia a faccia

La riflessione del Cardinale prende le mosse dalla paura della morte, che è un istinto ineliminabile, «un fatto essenziale, brutto, in qualche modo ineliminabile; ed è garanzia di vivere, perché mobilita gli istinti di conservazione, di resistenza, di aggressività vitale. Non si può combattere la paura della morte con il ragionamento, perché scatta da sé, è invincibile» (18-19).

Non possiamo fare finta che questo sentimento non esista. E non possiamo, con un preteso spiritualismo, dimenticarci di essere incarnati. Gesù stesso attraversò la paura e l’angoscia della morte: «La mia anima è triste fino alla morte» (Cf. Mc 14,34). Una paura così forte da essere mortale.

Vivere è anche imparare ad aprirsi al mistero, al quale la morte fa come da sentinella. Vivere è anche imparare a morire. La morte, infatti, è «l’ultimo atto di tanti drammi di cui l’uomo è protagonista: malattia, vecchiaia, soprattutto se accompagnata da acciacchi e solitudine, stanchezza, esaurimenti nervosi, perdita del gusto del lavoro, degli incontri, della natura; […] Sono tutte forme di anticipazione della morte e per questo le viviamo con paura, con orrore, vorremmo che non fossero» (19).

Gesù riconosce di essere turbato e supera la paura attraversandola con un’insistente preghiera. (cf. Lc 22,43). La lettera agli Ebrei afferma riguardo a Cristo: «Egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito» (Eb 5,7). Gesù non fu esaudito con la liberazione dalla morte, ma con il conforto che gli ha permesso di superare la paura (25). «Gesù supera il timore della morte a caro prezzo; lo supera affrontandolo, pregando e lasciandosi confortare da Dio; lo supera uscendone perfezionato» (26).

La vicenda di Gesù ci conferma sul senso e sulla correlazione tra vita e morte. Un senso che risplende e s’invera con i bagliori del mattino di Pasqua. La correlazione è formulata da Giuliano Vigini, curatore del volume, così: «Se nascere vuol dire essere chiamati a un destino eterno, morire è andare incontro al compimento di tale destino».

Sorella morte

È dall’esperienza di Gesù che i santi e i martiri attingono le forze per affrontare la paura della morte. Abbiamo tantissimi esempi di un simile coraggio nella storia del cristianesimo nell’affrontare «sorella morte» (san Francesco) e nel «morire di non morire» (Teresa d’Avila). Ma già dai tempi apostolici abbiamo il superamento della paura della morte attestato dagli apostoli e dai primi martiri e che vediamo stigmatizzato nelle parole di Paolo: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno». Un esempio lampante del pathos dell’amore che sconfigge la paura dalla morte è quello di sant’Ignazio d’Antiochia che considera la morte come momento della sua nascita: «È meglio per me morire per Gesù Cristo che estendere il mio impero fino ai confini della terra […]. È vicino il momento della mia nascita. Lasciate che io raggiunga la pura luce; giunto là, sarò veramente uomo. Lasciate che io imiti la passione del mio Dio. Vi scrivo che desidero morire. Ogni mio desiderio terreno è crocifisso e non c’è più in me fiamma alcuna per la materia, ma un’acqua viva mormora dentro di me e mi dice: Vieni al Padre». Il superamento della paura dalla morte è per il Poverello d’Assisi «la letizia perfetta».

Contemplando la vita dei santi ci si accorge però di un elemento fondamentale: il superamento della paura della morte non è uno sforzo umano, non è neppure un’acquisizione intellettuale o comportamentale, è frutto di un incontro con il Dio vivo, con il Cristo morto e risorto. Il superamento della paura della morte non è un’invenzione umana ma frutto di un’invocazione divina. Per riceverla non bisogna solo pensare, ma pregare con il cuore. «Passione di Cristo, confortami. Non permettere che mi separi da te. Dal maligno nemico difendimi. Nell’ora della morte chiamami e comandami di venire a te per lodarti con i santi in eterno».

La vita celata nella morte

Ma come abbiamo già anticipato all’inizio, la morte non è solo un fatto, essa è l’epilogo di un cammino e la porta d’accesso a un incontro, è l’ultimo e radicale atto di fede nell’amore di Dio e il definitivo affidamento alle/nelle braccia del Padre di Gesù Cristo. Intesa così, fa meno meraviglia l’attesa vissuta dai santi di quel giorno. Ognuno muore da solo e per se stesso, ma fare questo cammino nella fede, lo rende – nella difficoltà e innaturalità del morire che permane! – un incamminarsi verso un incontro, l’Incontro per eccellenza.

Così – per redimere la definizione Heideggeriana – l’uomo non è un essere per la morte ma un essere per l’Incontro, per l’unione con Dio. La morte è la via di passaggio verso la speranza della risurrezione che a sua volta è «la morte e risurrezione delle speranze umane» che dimostra «la miopia di tutto ciò che è meno di Dio e al tempo stesso fonda il valore di ogni gesto di amore autentico» (68). Vivere questa coscienza della morte diventa un impegno nuziale di attesa, di speranza e di preparazione del cuore. È – per usare un’espressione di Martini – «vivere i giorni feriali con il cuore della festa».

La festa che attraversa la morte superandola si fonda nell’evento pasquale di morte e risurrezione di Gesù che vive il morire come «consegna» dello Spirito nelle mani del Padre e accoglie la risurrezione come «ri-consegna» da parte del Padre dello stesso Spirito (cf. Rm 1,4). Così, il senso che l’evento pasquale dà alla morte non è teorico, non è un pensierino pio… Gesù non offre risposte ma si offre come presenza, come custodia, come grembo del dolore che raccoglie, feconda e fa germogliare la speranza celata dal buio dell’ignoto e irrigata dalle lacrime amare dell’assenza. Gesù «ci invita a entrare nel cuore del Figlio che si abbandona al Padre e a sentirci così dentro il mistero stesso della Trinità» (90).

Allora Martini tira le conclusioni sull’intreccio della storia e dell’eternità: «l’eternità, la vita nuova e definitiva è già entrata, con la morte e risurrezione di Gesù, nella mia esperienza. È da me vissuta, qui e adesso, nell’indistruttibilità dei gesti che compio: di amore, fedeltà, perdono, amicizia, onestà, libertà responsabile» (122).

Raddrizzando le categorie del morire, rilegge i «Novissimi» al di là degli abusi terroristici impiantati erroneamente nel nostro immaginario religioso. Dell’inferno ad esempio dice: «L’inferno, in quanto possibilità radicale, evidenzia la dignità suprema della vita umana, il valore sommo della vigilanza e la tragicità del male; proprio per questo e in tutto questo evidenzia l’amore del Dio che, creandoci senza di noi, non ci salverà senza di noi. Egli, infatti, che ci ha amato quando ancora eravamo peccatori, rimarrà separato da noi solo se noi ci ostineremo nell’essere separati da lui» (135).

Nel ricordo dell’amato Cardinale, la lettura di queste pagine assumono – oltre alla carica inimitabile di semplice profondità alla quale ci aveva abituato Martini – un carattere emotivo, testimoniale e prospettico. Emotivo perché sentiamo ancora l’eco della parola di evangelizzatore instancabile, e cosa sarebbe il vangelo se non fosse soprattutto annuncio dell’Amore più forte della morte?! Testimoniale perché traduce in parole udibili la fede silente con la quale il Cardinale visse il suo transito. Prospettico perché lo sguardo che attraversa la morte è invitato a non soffermarsi sulla «malinconia del tempo inesorabilmente passato […] figlia dell’incredulità e madre della disperazione» ma a vivere il presente e la storia con lo sguardo rivolto a Cristo, nostra speranza e nostra vita.

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