L'Anno della Fede e la pastorale della salute

Relazione tenuta al Convegno diocesano per gli operatori della pastorale della salute sabato 22 settembre 2012 a Roma

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di monsignor Lorenzo Leuzzi,
Vescovo Ausiliare di Roma,
Delegato per la Pastorale della Salute

ROMA, martedì, 25 settembre 2012 (ZENIT.org) - L’Anno della Fede è l’occasione per affrontare decisamente e senza reticenze la distinzione fondamentale tra “curare” e “guarire”. “Curare sempre, guarire se è possibile”.

In passato tale distinzione era superflua: era un dato acquisito. Realisticamente la cura non sempre comprende la guarigione.

La distinzione inizia a diffondersi con la nascita della società industriale. Nella società dinamica, che è quella in cui viviamo, al diritto-dovere del curare si aggiunge la possibilità per l’uomo di “farsi nella storia”, cioè di diventare “nuovo”. La società diventa il luogo nel quale l’uomo può “essere di più (cf. CV n.29).

Nasce un nuovo concetto di salute che non è più espressione del “completo benessere fisico, psicologico e sociale dell’uomo (definizione dell’OMS)”, ma è determinato dal progetto di società. In altri termini il concetto di “star bene” è funzionale alla costruzione della società: ci sarà lo “star bene” nella società marxista e lo star ben nella società liberal-capitalista.

Mentre “il curare” è sempre legato al bene della persona e alla sua promozione integrale, “il guarire” può essere al servizio di un concetto “ideologico” di salute, in cui prevale la costruzione della società annullando l’uomo, anche e soprattutto quello malato.

 Infatti “il curare” prosegue la sua corsa fino alla conclusione della vita nel tempo e nello spazio; “il guarire” si ferma al raggiungimento dell’obiettivo: quando l’obiettivo non è raggiunto si può sospendere la cura, perché l’uomo è diventato “oggetto” dell’intervento socio-sanitario.

Conseguenze di questo atteggiamento sono:

- La sfiducia verso gli operatori sanitari: si diffonde  e si estende sempre di più la rottura del rapporto di fiducia tra l’operatore socio-sanitario e il paziente;

- La scomparsa della valutazione clinica: il primato del successo terapeutico porta a non rischiare più nella valutazione clinica, ma a fidarsi dei dati di laboratorio;

- La crescita continua della spesa sanitaria: la ricerca spasmodica della guarigione porta a richiedere  prestazioni sempre più avanzate e sempre più ampie senza verifica della loro opportunità;

- L’ambiguo ruolo del volontariato: il volontariato assume ruoli sostitutivi di fronte al primato dell’efficienza terapeutica che sono devono essere propri degli operatori sanitari, a cominciare dall’accoglienza e dalla disponibilità all’informazione.

Il ruolo della religione

In passato la religione ha contribuito a tenere unite le due prospettive, il curare e il guarire, sostenendo il primato dell’uomo sull’intervento socio-sanitario.

Nella società nata dalla rivoluzione industriale, le religioni non sono più in grado di svolgere questo ruolo, ma sono al servizio del concetto ideologico di salute. Come?:

assumendo un ruolo di consolazione dopo l’insuccesso terapeutico, anche con prospettive oltre la morte;

proponendo esperienze religiose di “guarigione”, illudendosi di entrare in tal modo nella dinamica della costruzione della società che sollecita e promuove la cultura del successo terapeutico;

La società in tal modo cerca la religione strumentalizzandola al suo servizio.

Il  ruolo del Cristianesimo

La domanda fondamentale è: “Il cristianesimo è la religione del curare o del guarire?”. In passato tale domanda era superflua.

Gesù ha curato o ha guarito? Gesù ha curato; ha anche curato guarendo, ma non ha guarito l’uomo, perché lo “ha ricreato” perché fosse curato sempre! 

I miracoli compiuti sui malati non sono l’obiettivo della Redenzione, perché il Redentore cura, ma non guarisce. Gesù è il buon samaritano, non il guaritore. Solo così è possibile sperare nel miracolo! Gesù dopo la guarigione dei due ciechi disse: “Badate che nessuno la sappia” (Mc. 9, 30). Nessuno tra i grandi miracolati dei Vangeli è stato scelto da Gesù: neanche Lazzaro!

Ciò spiega perché la pastorale della salute è in difficoltà, non solo nelle strutture socio-sanitarie, ma anche nelle parrocchie dove non si parla più di sofferenza, di malattia e di morte. I fedeli attendono un Dio che guarisce, che fa miracoli, ma non un Dio che cura!

Dalla fede religiosa alla fede teologale

L’Anno della Fede è un dono grande per la pastorale della salute: scoprire che la fede cristiana non è religiosa, che consola, guarisce, promette, ma è fede teologale che significa credere che la vita nuova, donata nel Battesimo,  opera nell’uomo e lo cura, nel senso che gli comunica la capacità di assumere la sofferenza, la malattia e la morte nella sua esistenza. In altri termini la fede teologale lo aiuta ad essere di più.

La Chiesa è il luogo dove nasce e si sviluppa questa vita nuova e diventa la manifestazione storica della cura di Dio verso tutti i fratelli.

La sofferenza, la malattia, la morte sono il segno più alto dell’esistenza umana: nasconderle e pensare di eliminarle guarendo è solo illusione, progettando una società nella quale l’uomo è annullato.  Solo curando, l’uomo può viverle come “partecipazione alla costruzione della Chiesa e della società”.

Una comunità che nasconde o dimentica il fratello che soffre, che è malato, che muore non è una comunità cristiana, né una società degna dell’uomo.

Per la fede religiosa la sofferenza, la malattia, la morte sono eventi straordinari; per la fede teologale sono eventi dell’esistenza umana, senza i quali non si può comprendere la condizione umana e non si può scoprire il vero Dio.

Il Dio di Gesù Cristo è il Dio che cura assumendo la sofferenza, la malattia e la morte per trasformarle da realtà esterne in momenti della storia personale, unica e irripetibile; gli altri dei guariscono ma non curano; promettono, ma non garantiscono; giudicano, ma non perdonano! Curare è garantire all’uomo la sua identità, stabilità e l’eternità: è la grandezza di ogni uomo. Questa presenza è solo del Dio di Gesù Cristo!

In conclusione la presenza della Chiesa nel mondo socio-sanitario deve essere garanzia della dignità dell’uomo, difendendolo da ogni forma di “oggettivazione” sia ideologica che religiosa. È la nuova evangelizzazione della pastorale della salute.

Essere buoni samaritani significa essere segno del passaggio di Gesù che cura, annunciatori di una presenza reale e storica, che salva e sostiene la vita dell’uomo.