L’Arcivescovo Migliore su media, verità e pace

Intervista all’Osservatore vaticano presso le Nazioni Unite

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NEW YORK, lunedì, 24 luglio 2006 (ZENIT.org).- Le situazioni di conflitto, come quella che in questo momento flagella il Medio Oriente, rendono ancora più importante l’opera di comprensione tra i popoli dei mezzi di comunicazione, riconosce l’Arcivescovo Celestino Migliore, Osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite.



In questa intervista concessa a ZENIT, monsignor Migliore sostiene che è essenziale un uso critico dei mezzi di comunicazione, nella ricerca della verità e della giustizia.

In questo contesto, è ottimista riguardo ai cattolici coinvolti nella promozione della pace e della comprensione?

Arcivescovo Migliore: Un semplice sguardo alla storia cristiana motiva e sostiene questo ottimismo. Tutto inizia con quelle che sono state chiamate le sette opere di misericordia che sottolineano schematicamente, se si può dire così, il messaggio del Vangelo.

Da quelle esperienze vissute delle opere di misericordia è nata la struttura degli Stati moderni, che ha a che fare con l’educazione, la salute, la sicurezza umana, la sicurezza alimentare e il rispetto dei diritti fondamentali di ogni cittadino.

Le Convenzioni di Ginevra e le recenti Risoluzioni delle Nazioni Unite riguardanti la legalità e la legittimità dell’uso della forza ripercorrono in dettaglio la riflessione teologico-giuridica iniziata da Sant’Agostino e che è arrivata ai nostri giorni nel Catechismo universale.

Non possiamo nascondere l’avvertimento dato da Gesù nel Vangelo: “L’amore di molti si raffredderà” (Mt 24, 12), che è passato alla storia e a volte ha avuto effetti devastanti.

Ci troviamo tra il ‘già’ e il ‘non ancora’: il ‘non ancora’ è il peso della nostra natura umana e i peccati di molti dei nostri comportamenti individuali e comunitari; ma la sostanza e la bellezza del ‘già’, ovvero della realizzazione del messaggio di pace datoci da Gesù, sta diventando più evidente.

Papa Benedetto XVI lo ha voluto affermare con forza nella sua prima omelia, quando ci ha salutati con la vibrante convinzione per cui la Chiesa è viva.

Come considera il ruolo dei media nella promozione della pace?

Arcivescovo Migliore: Negli ultimi cent’anni, i media hanno assunto un ruolo crescente al punto da rivendicare una certa autorità su questioni di guerra e pace. Il loro straordinario impatto sull’opinione pubblica dipende dall’atteggiamento e dalla volontà precisi assunti da coloro che controllano i mass media.

In molti casi, anche recentemente, siamo stati testimoni di informazioni capaci di fomentare una vera cultura della pace, della solidarietà, della coesistenza pacifica e costruttiva; in altri casi, più frequenti e che fanno colpo, abbiamo notato una vera campagna di disinformazione posta al servizio della divisione e dell’odio tra gruppi etnici, culture e religioni.

Anche in questo settore, è una questione relativa non solo a quanti si occupano della produzione del broadcast, ma anche a quanti lo ricevono. Quando la coscienza del “ricevente” è offuscata, distratta, acritica, o volta direttamente alla divisione più che all’armonia, è quella stessa opinione pubblica che diventa complice, a volte, delle mostruose e insinuanti distorsioni dei media.

La recente commemorazione della Pacem in Terris ha portato alla luce il fatto che anche per i media, sia in trasmissione che in ricezione, il servizio alla pace si basa su quattro pilastri: verità, giustizia, amore e libertà.

Pensa che viviamo in un momento in cui la “Verità” è solo una cosa tra le altre?

Arcivescovo Migliore: Nel suo primo messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, Papa Benedetto XVI si è soffermato su due concetti: pace e verità, dedicando un paragrafo magistrale al rapporto tra falsità e verità nella storia.

Ha scritto: “Chi e che cosa può impedire la realizzazione della pace? A questo proposito, la Sacra Scrittura mette in evidenza nel suo primo Libro, la Genesi, la menzogna, pronunciata all'inizio della storia dall'essere dalla lingua biforcuta, qualificato dall'evangelista Giovanni come ‘padre della menzogna’” (Gv 8,44).

La menzogna è anche uno dei peccati di cui si parla nel capitolo finale dell’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse, che bandisce i bugiardi dalla Gerusalemme celeste: “ Fuori... chiunque ama e pratica la menzogna” (22, 15).

La menzogna è legata alla tragedia del peccato e alle sue conseguenze perverse, che hanno avuto, e continuano ad avere, effetti devastanti sulla vita degli individui e delle Nazioni.

Basta pensare agli eventi del secolo scorso, quando sistemi politici e ideologici aberranti hanno volontariamente travisato la realtà ed hanno portato allo sfruttamento e all’omicidio di un’enorme quantità di uomini e donne, cancellando intere famiglie e comunità.

Dopo esperienze come queste, come non possiamo essere seriamente preoccupati per le bugie nel tempo presente, bugie che sono la base di minacciosi scenari di morte in molte parti del mondo?

Qualsiasi ricerca autentica della pace deve iniziare realizzando che il problema della verità e della menzogna è la preoccupazione di ogni uomo e ogni donna; è decisivo per il futuro pacifico del nostro pianeta.

Qual è la “visione cattolica” del dialogo, e perché è fondamentale per i credenti?

Arcivescovo Migliore: Parlando della visione ‘cattolica’, non c’è niente di più diretto che rivisitare il pensiero del Papa, soprattutto come espresso a Colonia, quando nell’agosto 2005 ha incontrato alcuni leader della comunità islamica.

In quella circostanza, Benedetto XVI ha affermato che le religioni sono chiamate a creare, sostenere e promuovere la precondizione di ogni incontro, ogni dialogo e ogni comprensione di pluralismo e differenza culturale. Quella precondizione è la dignità della persona umana.

La nostra comune dignità umana è una vera precondizione perché viene prima di ogni altra considerazione o principio metodologico, anche quelli di diritto internazionale. Lo vediamo nella “Regola d’oro”, presente nelle religioni di tutto il mondo. Un’altra descrizione di questo concetto è la reciprocità.

Incoraggiare la consapevolezza e l’esperienza di questa eredità comune tra le religioni aiuterà sicuramente il trasferimento di questa visione positiva in categorie sociali e politiche che, a loro volta, informeranno le categorie giuridiche sottolineando i rapporti nazionali e internazionali.