L'arte e la trasmissione della fede

Una riflessione firmata da Rodolfo Papa, docente di Storia delle Teorie estetiche presso l'Urbaniana

Roma, (Zenit.org) Rodolfo Papa | 973 hits

La lunga e feconda tradizione dell’arte cristiana si presenta come un cammino ininterrotto di annuncio della Fede. Non si tratta solo dell’esito felice dell’incontro di arte e Cristianesimo, ma di una nuova dimensione dell’arte impensabile senza il Cristianesimo: il Cristianesimo ha fatto nascere l’arte, tanto che l’arte cristiana è, più profondamente, arte cristica, arte cristocentrica, arte nata da Cristo e per Cristo.

Gesù Cristo è il Verbum Dei fatto carne e si manifesta come Imago Dei; in Lui Verbum ed Imago sono unificati, egli è Parola che si Vede, Immagine che Parla. Per certi versi con la Natività già si impone la necessità di un modo nuovo di mostrare raccontando il Verbo fatto Carne.

Gesù Cristo, Verbum Dei ed Imago Dei, ci rivela il Padre parlando e agendo, e ci dona anche la sintassi esemplare di un’arte nuova capace di trasmettere la Buona Novella.

Giovanni Paolo II nota in modo suggestivo (Discorso ai partecipanti al Convegno Nazionale Italiano di Arte Sacra il 27 aprile 1981): «Con i Vangeli l’arte è entrata nella storia». Egli spiega che Gesù ha modellato il racconto in un modo nuovo, unendo in modo unico la narrazione ed il vedere: «Gesù operò il mirabile rivestimento, modellò, diremmo con parole moderne, il racconto in maniera che si potesse, oltre che ascoltare, vedere ».

Il sistema narrativo proprio delle parabole di Gesù viene tradotto dal Cristianesimo nella pittura, che secondo la tradizione ha il proprio iniziatore in San Luca, primo ritrattista di Maria (così come secondo la tradizione, Nicodemo è il primo scultore del Crocifisso), La pittura sacra cristiana traduce in immagine il sistema narrativo evangelico.

Il proprium, infatti, della tradizione pittorica cristiana è la narratività: la pittura cristiana non consiste in rappresentazioni icastiche, in ideogrammi di singole parole o di singoli concetti, ma è un linguaggio narrativo, in cui le immagini si costruiscono con una grammatica ed una sintassi interna, secondo la logica di un discorso che si svolge nel tempo.

Giovanni Damasceno sottolinea la grandezza di un’arte che rappresenta Cristo proprio nella sua figura umana: « da ora in poi sia esposto anche nelle immagini secondo la figura umana invece che dell’antico agnello, affinché noi consideriamo l’altezza del Verbo di Dio attraverso la sua umiltà e siamo condotti al ricordo della sua dimora nella carne, della sua passione e della redenzione che da essa è venuta al mondo» (Difesa delle immagini sacre).

Proprio per questa tipica caratteristica, legata alla Incarnazione del Verbum Dei, e impregnata della narratività delle parabole evangeliche, la pittura cristiana è stata capace di diventare Biblia Pauperum.

Il cardinal Gabriele Paleotti nel Discorso intorno alle immagini sacre e profane del 1582 notava al proposito «E’ certo che la Santa Chiesa, per mezzo di tutti i dipinti diffusi nei luoghi della cristianità, viene in aiuto ai suoi fedeli più deboli insegnando anche in modo semplice gli articoli della fede, che per mezzo dei dipinti si possono più facilmente comprendere e conservare nella memoria» tanto che la pittura «per essi ha la stessa funzione dell’utilizzo dei libri».

Egli spiegava con precisione l’importanza delle immagini pittoriche nel percorso di Fede: esse «vengono in soccorso alle tre facoltà della nostra anima: intelletto, volontà e memoria […] Le immagini infatti istruiscono il nostro intelletto come fossero dei libri popolari, […] Il vedere le immagini devotamente dipinte accresce poi i desideri positivi della volontà, allontana dal peccato, suscitando in noi il pio desiderio di imitare la vita dei gloriosi santi ritratti. Quanto alla memoria si può dire che quella volontaria, che è suscitata in noi dall’uso delle immagini, venga ancora più sollecitata dal vedere le immagini sacre di cui stiamo parlando»

Per la sua caratteristica intimamente cristocentrica, la pittura cristiana è arte per la liturgia: fa vedere la Parola, aiuta a contemplare la Parola, in quanto essa è dotata di una immobilità narrativa, di una narratività stabile.

E proprio per questa capacità di raccontare mediante la stabilità delle immagini, la pittura si offre come aiuto per la contemplazione; come ha detto Benedetto XVI (Udienza generale, 31 agosto 2011) «ci sono espressioni artistiche che sono vere strade verso Dio, la Bellezza suprema, anzi sono un aiuto a crescere nel rapporto con Lui, nella preghiera. Si tratta delle opere che nascono dalla fede e che esprimono la fede».

La pittura si pone come testimone credibile, grazie alla certezza delle immagini; Giovanni Damasceno scriveva al proposito che « il pittore con la figura insegna in misura maggiore».

L’arte cristiana è di per sé, dunque, annuncio della Fede, essendo intimamente ed interamente sostenuta dalla Fede in Gesù Cristo, senza la quale non esisterebbe.

Per questo Giovanni Paolo II (nel su citato Discorso del 1981) affermava: «L’arte religiosa, in questo senso, è un grande libro aperto, un invito a credere al fine di comprendere».

Ed ancora Giovanni Paolo II (in un Discorso al personale dei Musei Vaticani, 20 dicembre 1983) notava «Per molte persone, provenienti da tutti i continenti e appartenenti a religioni anche diverse dalla nostra, la Chiesa cattolica viene talvolta conosciuta soltanto per il tramite delle opere d’arte conservate nei Musei Vaticani. Dalle pareti di questi Musei –come d’altronde da quelle delle cattedrali e dei templi cristiani sparsi per il mondo- la Chiesa continua ad adempiere uno dei suoi compiti fondamentali, che è quello dell’evangelizzazione».

E come ha argomentato il card. Joseph Ratzinger nella Introduzione allo spirito della Liturgia: «La totale assenza di immagini non è conciliabile con la fede nell’incarnazione di Dio».

*Esperto del Sinodo, docente di Storia delle Teorie Estetiche Pontificia Università Urbaniana.