L’Associazione Mondiale Cattolica per la Comunicazione analizza "The Passion"

Dichiarazione a pochi giorni dall’uscita del film nelle sale cinematografiche

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ROMA, 23 febbraio 2004 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito una dichiarazione inviata a Zenit, questa domenica 22 febbraio, da Signis (http://www.signis.org): L’Associazione Mondiale Cattolica per la Comunicazione su “La Passione di Cristo” di Mel Gibson.





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DICHIARAZIONE SU “LA PASSIONE DI CRISTO”, di Mel Gibson

Presidente: P. Peter Malone MSC, Componente del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali
Segretario: M. Robert Molhant, Consulente del Pontifical Council for Social Communications

LA PASSIONE DI CRISTO


La Passione di Cristo è una considerevole realizzazione cinematografica.

Per quanto riguarda le questioni ebraico-cristiane e il linguaggio esplicito sugli ebrei del Vangelo, specialmente il Vangelo di San Giovanni, è importante ricordare che l’antagonismo più formale, “ufficiale”, tra cristiani ed ebrei è emerso nei primi decenni del secolo II. I Vangeli di Matteo, Marco e Giovanni sono sorti dalle comunità ebraiche. Il Vangelo di Luca si basa molto sulle scritture ebraiche, intessendo riferimenti e motivi biblici attraverso l’intero suo testo. Il contrasto tra Gesù e i capi religiosi del tempo era un contrasto all’interno dell’ebraismo; era una controversia religiosa relativa al Messia (di cui ve ne erano un gran numero il quel periodo) e alle affermazioni di Gesù. I discepoli che divennero cristiani accettarono le sue affermazioni, a differenza di molti capi religiosi tra i sacerdoti e i farisei che non le accettarono. Vi erano poi altri convertiti come Paolo, che erano fieri delle proprie radici giudaiche. Non è facile entrare nel contesto in cui visse Gesù e nella mentalità di quel tempo, considerati i secoli di antagonismo e le repressioni e persecuzioni degli ebrei da parte di comunità cristiane e cattoliche.

I lontani trascorsi che hanno visto i cristiani accusare gli ebrei di aver ucciso Gesù, hanno avuto il suo ruolo nell’ambito del dibattito. Mentre la Chiesa cattolica ha chiesto scusa per il lungo periodo di persecuzioni e il frequente antisemitismo del passato in un documento del Concilio Vaticano II (1965) e Papa Giovanni Paolo II si è recato in visita al muro del pianto nel 2000 dove in una crepa ha posto una sua preghiera, continuano ad essere sollevate questioni sulla morte di Gesù come parte di un piano divino e su come i capi religiosi ebrei del tempo, insieme ai romani con Ponzio Pilato, avessero avuto il loro preciso ruolo nell’ambito di questo piano.

IL RETROSCENA BIBLICO

La narrazione de “La Passione” si basa su ciascuno dei quattro Vangeli. Basti pensare al terremoto e alla distruzione del tempio preso da Matteo, l’allontanarsi del giovane ricco preso da Marco, la donna di Gerusalemme (nel film, Veronica e la figlia) presa da Luca, le sequenza di Pilato sulla verità prese da Giovanni. Questo quadro di collegamenti tra gli eventi nell’ambito di un’unica narrazione, è come erano ricordate e trascritte le storie del Vangelo. Qualche elemento è tratto anche dai successivi racconti dei vangeli apocrifi (la Veronica e il velo, Dimaco il ladrone “cattivo”).

Una delle difficoltà che dei film sulla vita di Gesù, specialmente dovuta agli studiosi e ai teologi non pratici delle tecniche e delle convenzioni della narrativa cinematografica, è che a volte essi tendono ad essere criticati e giudicati come se dovessero essere dei veri Vangeli. Vengono considerati carenti su questo aspetto e quindi scartati o condannati. Questo è uno dei rischi a cui va incontro “The Passion”. Occorre ribadire che questo è un film e che la scenografia è “una versione” delle storie del Vangelo, senza pretesa di essere esso stesso Vangelo.

L’utilizzo dei quattro Vangeli significa che vi sono diverse prospettive relative agli ebrei del tempo in ciascuno dei Vangeli. Il Vangelo di Matteo presuppone una conoscenza profonda delle scritture ebraiche e vede Gesù come il compimento della profezia. Di qui le scene più “apocalittiche” al momento della sua morte. Marco e Luca osservano dal di fuori: Luca scrive per lettori abituati alla narrativa greca e romana. Il Vangelo di Giovanni risalente alla fine del primo secolo, riprende le radici giudaiche della Cristianità ma riconosce la crescente spaccatura.

La scenografia riesce a integrare gli eventi del Vangelo in un’unica e coerente narrazione della passione con flashback accuratamente scelti, relativi all’infanzia di Gesù e alla vita a Nazaret (la caduta da bambino, la fabbricazione di un tavolo nella falegnameria, il suo rapporto con la madre e il suo giocare con l’acqua mentre si lavava le mani), che sono creazioni in linea con lo spirito dei Vangeli. Altri flashback sono relativi al passato di Maria Maddalena messo in relazione all’adultera del capitolo 8 di Giovanni, relativi a Pietro che protesta riaffermando la sua lealtà, e relativi all’Ultima Cena. Vi è un flashback all’accoglienza delle palme a Gerusalemme, durante la scena in cui la folla lo schernisce mentre sale verso il Calvario. Vi è uno sviluppo dei personaggi come quelli di Pilato e della moglie, Simone di Cirene, il centurione, il ladrone buono e il ladro che ingiuria Gesù (retribuito nella forma di una folla incattivita che lo attacca). Di interesse è il ritratto di Satana, il Tentatore, che appare inizialmente con caratteristiche androgene, con apparenza femminile ma con voce maschile, e che rivela la sua femminilità con il progredire del film e che appare infine al momento della crocifissione (con una tecnica visiva che ricorda William Wallace mentre guarda la sua amata durante la propria esecuzione) con un bimbo in braccio. Ancora una volta si tratta di licenze creative nell’interpretare Gesù mentre viene tentato e messo alla prova.

Come nella maggior parte dei film su Gesù, grande attenzione viene dedicata a Giuda. Le sue motivazioni non sono rese esplicite nel film, il quale dà per scontata la conoscenza del personaggio. Il film ripropone le sue azioni nel Getsemani e il successivo pentimento con la restituzione delle trenta monete d’argento. Introduce la scena dei bambini che incontrano Giuda e lo scherniscono mentre egli va verso la morte.


IL RETROSCENA TEOLOGICO

Le principali questioni teologiche che interessano il pubblico dei film su Gesù sono: 1. L’umanità e la divinità di Gesù, 2. La risurrezione di Gesù.

L’umanità e la divinità di Gesù.

“The Passion” generalmente segue l’approccio alla persona di Gesù usato dai Vangeli sinottici - una cristologia “bassa” - si concentra inizialmente sull’umanità di Gesù per procedere verso una maggiore consapevolezza della sua divinità. Quando il film usa Giovanni come fonte, riflette la “alta” cristologia di quel Vangelo, dà per scontata la divinità di Gesù che esprime in parole e gesti. L’approccio sinottico emerge sia nei flashback relativi agli eventi precedenti alla passione, sia negli eventi principali della passione stessa, nell’agonia nel Getsemani, nel modo in cui Gesù viene trattato dal Sinedrio e da Erode, nella flagellazione e nell’incoronazione di spine, nella via crucis e nella stesa crocifissione. L’approccio giovanneo emerge nella confessione di essere il Figlio dell’Uomo fatta da Gesù durante il suo e nelle discussioni con Pilato sulla verità e sul suo regno.

Questo significa che, teologicamente, il film presenta l’insegnamento perenne che Gesù, nella sua persona, aveva una natura sia divina che umana.

L’umanità di Gesù spesso viene presentata in un modo forte: Gesù che lavora a Nazaret, l’esperienza di profondo dolore umano durante l’agonia, la flagellazione, le cadute nella via verso il Calvario, la crocifissione. L’umanità la ritroviamo anche nella sua dignità durante il processo, nella sua compostezza di fronte a Pilato ed Erode. Il film la evidenzia anche nell’angoscia dell’anima e nel senso di abbandono durante l’agonia nell’Orto degli Ulivi e sulla croce, ma anche nel suo totale abbandono al Padre.

Mentre il Gesù del cinema è solitamente di costituzione esile e magra, Jim Caviezel è un uomo grande, forte e robusto, un falegname credibile e un uomo solido. Questo rende il Gesù del film più reale del solito.

La Resurrezione

Alcuni hanno criticato il film, che si concentra sulla passione, per la scarsa considerazione della risurrezione di Gesù. (Tali furono anche le critiche degli anni ’60 e ’70 relative al film “Jesus Christ Superstar”.) Teologicamente, la Passione trova il suo senso solo alla luce della resurrezione.

Mentre il film di Mel Gibson vuole immergere gli spettatori nell’esperienza della passione, la sequenza finale mostra la pietra che chiude la tomba. La pietra viene poi rotolata via, le bende che avvolgono il corpo di Gesù cadono e la telecamera scorge il profilo di Gesù, che siede nella tomba, come preludio della sua vita risorta. Queste sono le immagini con le quali lo spettatore lascia il cinema. La risurrezione, seppure presentata brevemente, rimane il culmine della passione.

L’Eucaristia

Durante la passione vi sono dei flashback all’ultima cena e in particolare a Pietro che protesta dicendo che non lo rinnegherà, e a Gesù che lava i piedi dei discepoli.

Uno dei punti teologici di maggior forza del film è l’inserimento delle scene eucaristiche dell’ultima cena quando Gesù viene inchiodato e alzato sulla croce. Mentre egli offre il pane come il suo corpo, noi vediamo il corpo che viene dolorosamente trafitto e donato per noi. Mentre Gesù offre il vino come il suo sangue, noi siamo fin troppo consapevoli del versamento di sangue che egli fa per noi. Gesù dice ai discepoli che non vi è amore più grande di colui che dona la vita per gli amici – e noi lo vediamo pienamente. Egli gli dice di celebrare l’eucaristia così che la sua passione e la sua morte possano essere loro presenti.

In questo modo, la scenografia evidenzia entrambi gli aspetti dell’Eucaristia: la celebrazione della cena, la comunione; e il sacrificio di Gesù.

Maria

Maria è fortemente presente nel film “The Passion”. Appare come una donna di 40 anni, non bellissima ma d’aspetto straordinariamente interessante. Ella appare in due flashback e il suo atteggiamento è serio. Dice molto poco. Con Maria Maddalena e Giovanni, segue la passione e la via crucis senza alcuna teatralità propria di molti ritratti di Maria, tra cui quello di Pasolini nel “Vangelo secondo Matteo”. In un certo momento lava il pavimento del pretorio, dal sangue di Gesù, dopo la flagellazione. Bacia i piedi insanguinati trafitti dai chiodi. Il legame tra la madre e il figlio emerge diverse volte attraverso un contatto visivo eloquente, piuttosto che con la parola. Viene anche rappresentata la richiesta a Giovanni di prendersi cura di Maria. Dopo la deposizione, lei sorregge il corpo impersonando la Pietà.

Il pubblico probabilmente apprezzerà la rappresentazione di Maria. Coloro che trovano alcune delle rappresentazioni cinematografiche del passato troppo simili ai santini o alle statue gradiranno una figura di Maria maggiormente aderente alla letteratura biblica.

Il retroscena cinematografico

“The Passion of Christ” si inserisce in una tradizione più che centenaria di film su Gesù. L’epoca del muto ha prodotto sia film brevi ed istruttivi sia film come “Dalla mangiatoia alla croce”, il “Christus” italiano e la parte evangelica del film “Intolerance” di D.W. Griffith. I maggiori film degli anni ’20 sono stati “Ben Hur” e il “Re dei re”, l’epopea di Cecil B. de Mille.

Per trentacinque anni, dal 1927 al 1961, non vi è stata rappresentazione di Gesù come personaggio di primo piano in film sui Vangeli prodotti dagli studi americani. È stato visto in diversi film fatti da compagnie protestanti americane. Ed è stato rappresentato parzialmente (una mano, un braccio, le gambe sulla croce o visto da lontano) in film come “The Robe” e “Ben Hur” negli anni ’50.

Dopo questa vacatio, Jeffrey Hunter appare come il “Re dei re”, Max Von Sydow in “The Greatest Story Ever Told”. Quando Jeffrey Hunter ha parlato in “Re dei re”, è stata la prima volta che il pubblico sentì un attore proferire le parole di Gesù. Pasolini fece un’eccezionale versione in bianco e nero negli anni ’60, “Il Vangelo secondo Matteo”, e Rossellini fece “Il Messia” nei primi anni ’70. Brian Deacon apparve come Gesù, in un approccio più evangelico nel film “Gesù” (che è stato distribuito in versione limitata ai pellegrini in visita a Roma per il Giubileo del millennio). Questo filone ha raggiunto il culmine con il “Gesù di Nazaret” di Zeffirelli, alla fine degli anni ‘70.

Movimenti musicali della fine degli anni ’60 portarono a “Jesus Christ Superstar” e “Godspell”, entrambi girati nel 1973.

La maggior parte dei film mirava a presentare un Gesù “realistico”, ma molti (tra cui Pasolini) hanno utilizzato direttamente i testi dei Vangeli (che dovevano essere letti) come una parte sostanziale delle loro scenografie: un uso letterale dei Vangeli, insomma. Zeffirelli, d’altra parte, ha adottato lo stesso metodo usato negli stessi Vangeli: ha preso eventi della vita di Gesù per combinarli in modo da creare effetto sul pubblico.

Tuttavia, utilizzando attori occidentali, e località europee o americane, questi film non erano così realistici come avrebbero voluto.

I musical in particolare hanno evidenziato come la narrazione cinematografica dei Vangeli è più “stilizzata” che “realistica”.

Dal 1988, vi sono stati un numero di rappresentazioni cinematografiche di Gesù: “L’ultima tentazione di Cristo” (1988) che è una versione “romanzata” dei Vangeli, Gesù di “Montreal” (1998) e “Man Dancin’” (2003) che propongono la rappresentazione della passione in una città moderna, il Gesù animato nel “The Miracle Maker” (2000) e la miscela di umano e divino nella ficion americana “Jesus” (1999). Più recentemente vi è la rappresentazione di carattere piuttosto americano di Gesù nella fiction della Paulist Film Production “Jesus” (2001, uscirà nel 2004) e un Gesù più tradizionale nel film di Philip Saville “Il Vangelo di Giovanni”.

È in questa tradizione che “The Passion” giunge sugli schermi. Mel Gibson ha dimostrato le sue capacità di regia in “Man without a face” (1993) e nel film vincitore dell’Oscar “Braveheart” (1995).

Una delle principali intenzioni del regista e dell’aiuto sceneggiatore, Ben Fitzgerald, è stato di immergere gli spettatori nel realismo della passione di Gesù. L’attore Jim Caviezel è stato scelto per rappresentare Gesù (l’unica altra attrice di fama è l’italiana Monica Bellucci che rappresenta Maria Maddalena). Caviezel aveva la stessa età di Gesù quando il film è stato girato. Come già accennato, egli è un Gesù umano credibile, un lavoratore robusto e solido in grado di resistere alle terribili sofferenze della passione prima della morte.

Uno degli aspetti controversi del film è la decisione originaria di svolgere i dialoghi del film in aramaico e latino senza sottotitoli. La scelta linguistica è stata portata avanti e ha funzionato bene. Tuttavia i sottotitoli si sono resi necessari, e molti di essi sono citazioni dalle scritture. Non vi è alcuna distrazione nel sentire accenti anacronistici americani o britannici. Piuttosto, il pubblico sente come le conversazioni si svolgevano in quei giorni. È utile ricordare che Gesù parlava l’aramaico e non l’inglese!

Una utile distinzione è tra il “realismo” e il “naturalismo”. Quest’ultimo si riferisce ai film che riportano le scene così come sono: filmati privati o riprese giornalistiche.

Il “realismo” è proprio invece dei film che consentono al pubblico di avere la sensazione guardare qualcosa come se quest’ulimo fosse vero. Una serie di strumenti cinematografici come lo stile delle diverse composizioni per lo schermo, i tipi di riprese e il ritmo del montaggio possono essere usati per dare l’impressione di realismo.

Mel Gibson ha scelto di rendere gran parte del suo film “naturalistico”. Egli dedica molto tempo e sembra non avere nessuna fretta di distoglierci dalle immagini di Gesù che soffre. Probabilmente alcuni spettatori troveranno troppo forti le immagini della flagellazione. Con la maggior parte dei personaggi ripresi in modo “naturalistico”, l’azione sembra autentica. Tuttavia, Gibson è in grado di usare gli strumenti cinematografici che alterano la percezione, per aiutare il pubblico a capire che sta vedendo una particolare versione della passione, così come succede quando usiamo la nostra immaginazione mentre ascoltiamo le narrazioni della passione. Frequentemente usa scene rallentate per farci soffermare su dei momenti particolari.

Questo naturalismo si scorge negli scontri nel Getsemani, nel processo di Gesù, nella flagellazione e coronazione di spine e specialmente nella via crucis mentre Gesù si sforza di portare la croce, cade con violenza, viene inchiodato sulla croce ed elevato su di essa. La stilizzazione emerge nelle immagini ravvicinate, con le differenze di luce (Getsemani con una luce blu, lo spazio circoscritto della corte del Sommo sacerdote illuminato a giorno, la chiara luce del giorno durante la via crucis), l’inquadratura dei personaggi che ricordano i dipinti della tradizione cristiana, il tempo che passa mentre Gesù pende dalla croce, la sua morte e la successiva sequenza apocalittica, gli spunti sulla risurrezione.

Questo offre un quadro credibile e comprensibile di Gesù. Gibson ha introdotto alcuni elementi che efficacemente lo rafforzano. Ad esempio, nel giardino, Gesù viene colpito nell’occhio e da allora, come durante il processo, egli ha solamente l’uso di un solo occhio; quando riesce ad aprire l’occhio ferito, Gibson dimostra grandemente la sua abilità nel contatto visivo con Pilato, con la mamma e con Giovanni ai piedi della croce, il quale semplicemente guardando Gesù gli fa cenno di prendersi cura di Maria.

L’inserimento e l’uso dei flashback è già stato commentato.

Personaggi familiari del Vangelo sono brevemente descritti, cosa che aiuta la narrativa: Pietro, Giuda, Pilato, la moglie di Pilato, Simone di Cirene, Erode, i due ladroni crocifissi insieme a Gesù. La Veronica entra in scena mentre guarda Gesù che passa e gli asciuga il volgo con un panno – ma Gibson ce la mostra mentre tiene il panno, e se lo si guarda con attenzione è possibile scorgervi qualche tratto dei lineamenti del volto di Gesù. I soldati romani sono anche vivamente rappresentati: i bruti nella flagellazione con il loro sadico comandante, i soldati ubriachi che scherniscono Gesù sul cammino e sul Calvario, e il più sensibile centurione. La figura chiave che ha un forte impatto rappresentativo in ogni film su Gesù è Giuda. Il tormento di Giuda e i bambini che lo spingono verso la morte è drammaticamente efficace.

La Passione di Cristo offre un Gesù credibile, naturalistico, le cui sofferenze nel corpo e nello spirito sono reali. Che impatto avrà sui non credenti è difficile da prevedere. Per coloro che credono, vi è la sfida di vedere il dolore e la tortura che sono più facili da leggere che da guardare, ma vi è anche la soddisfazione di rivivere le familiari storie del Vangelo in un modo diverso.

Peter Malone MSC