L'Associazione “Scienza & Vita” invita a ripensare la maternità

Intervista al Presidente del Comitato “Donne & Vita” della provincia di Frosinone

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ROMA, martedì, 6 marzo 2007 (ZENIT.org).- Si terrà a Sora nei giorni 8 e 9 marzo, il 2° Convegno provinciale del Comitato “Scienza & Vita” della provincia di Frosinone dal titolo: “Ripensare la maternità: le esperienze, il pensiero, le proposte delle donne”.



Alla dottoressa Antonella Bevere, Presidente del Comitato “Donne & Vita” della provincia di Frosinone, madre di quattro figli, specialista in endocrinologia e malattie metaboliche, omeopata ed agopuntore, ZENIT ha rivolto alcune domande:

Qual è il senso di questo Convegno?

Bevere: Innanzitutto si tratta dell’appuntamento annuale di “Scienza &Vita” della provincia di Frosinone. Lo scorso anno in aprile il Convegno si tenne a Montecassino ed il tema sviluppato fu: “Il diritto alla vita nel magistero di Giovanni Paolo II”. Il tema ed i giorni del Convegno di quest’anno che inizia appunto l’otto marzo, Festa della donna, rispondono ad una scelta ben precisa: oggi la donna considera la maternità un’evenienza penalizzante, scarsamente appagante, incompatibile con il lavoro e da riservare eventualmente solo dopo il raggiungimento del successo in ambito lavorativo.

Occorre invece cambiare prospettiva. Ed in tal senso le parole pronunciate nel 2000 in Irlanda da Janne Haaland Matlary, madre di quattro figli e che per un periodo di tempo è stata Viceministro per gli Affari Esteri della Norvegia ed è tuttora docente di Relazioni internazionali alla Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Oslo, mi sembrano particolarmente significative: “Sono molto poche (le femministe) che parlano dell’importanza della maternità in termini politici concreti, o anche in termini di una maggiore profondità. In questo senso il femminismo moderno risulta molto impoverito nei suoi valori antropologici, o piuttosto della loro mancanza. Invece di interrogarsi su quello che in realtà può significare essere una donna, su cosa sia la femminilità, in un senso ontologico ed esistenziale, il femminismo sembra assumere ed offrire una visione aggressiva dell’umanità nella quale i sessi sono impegnati in una lotta di potere….Il femminismo moderno tace sulla questione di quello che sono le donne nella loro essenza, e quindi non ha nulla da dire sull’importanza della maternità”.

Qual è la sua visione della maternità alla luce della sua esperienza personale e professionale?

Bevere: La maternità è, per usare parole del Pontefice Giovanni Paolo II, l’espressione dell’alleanza tra la donna e la vita, alleanza che va protetta nella promozione di un “nuovo femminismo” che, senza cadere nella tentazione di rincorrere modelli maschilisti, sappia esprimere il vero genio femminile in tutte le manifestazioni della convivenza civile, operando per il superamento di ogni forma di discriminazione, di violenza, di sfruttamento (Evangelium vitae). In altri termini è la grande ricchezza grazie alla quale tutti noi, uomini e donne, abbiamo in dono l’esistenza. Tale condizione va tutelata e protetta a tutti i livelli dal momento che è la ragione del nostro presente e la speranza del nostro futuro.

Non c’è il rischio che il vostro sia un “discorso” teorico e poco realistico?

Bevere: Tutt’altro. Quando parliamo di maternità stiamo parlando anche del futuro del nostro Paese. Le statistiche proposte dall’Istat sono spietate. L’Italia è un Paese a bassa fecondità: 1,33 figli per donna. Pensi che nel 1964 ci sono state 1 milione e 35 mila nascite, nel 1995 è stato raggiunto il minimo con 526 nati. Negli anni 50 solo poco più di un terzo erano primogeniti e poco più del 25% secondogeniti. Oggi i primogeniti sono il 50% ed i secondogeniti sono il 37,6%. Nel Centro-Nord domina il modello del figlio unico, nel Sud abbiamo almeno 2 figli.

Quali sono le ragioni dell’implosione demografica?

Bevere: Il problema, come emerge dai dati dell’Istat, è che non esiste una disaffezione alla maternità. Infatti il numero dei figli desiderati è più alto di quello reale: si calcola che sia superiore a 2. Esiste invece un clima sociale molto sfavorevole alla maternità e alla paternità.

Quali sono queste componenti “sfavorevoli”?

Bevere: Da quanto risulta dall’indagine dell’Istat, la divisione dei ruoli in famiglia rimane rigida ed asimmetrica. Seppure in lieve crescita la rete dei servizi sociali rimane ancora scarsa. I figli sono ancora percepiti come una barriera all’accesso al lavoro. Il part-time viene difficilmente concesso, c’è poca flessibilità per le esigenze delle famiglie. I congedi parentali sono usati solo dalle donne. Ci sono ancora casi di licenziamenti e dimissioni per gravidanza. Di fronte a questi problemi, in Italia la spesa sociale per la famiglia e i figli è più bassa che nel resto d’Europa.

In che misura i padri collaborano al lavoro familiare?

Bevere: La maggior parte del lavoro familiare (lavori domestici e cura dei figli) viene tuttora svolto per il 70-80 % dalle donne: i padri sono più collaborativi che in passato, ma i cambiamenti sono lenti: 16 minuti in più in 14 anni, dal 66,9% al 72%.

E’ ancora vero che la nascita dei figli limita l’occupazione lavorativa femminile?

Bevere: Purtroppo è così. Sempre su dati Istat constatiamo che nelle donne tra i 35-44 anni i tassi di occupazione sono, se single, dell’84,6%; se la coppia è senza figli del 76,5%; se ha figli del 55,1%; se ne ha 3 o più del 37,4%. Una donna su 5 lascia il lavoro alla nascita di un figlio, 1 su 4 al Sud, 1 su 3 se il titolo di studio è basso, 5,6% per licenziamento, 12,4% per orari inconciliabili.

Molti lamentano una spesa troppo bassa dello Stato nei confronti della famiglia, hanno ragione?

Bevere: Vorrei evidenziare come la spesa sociale per la famiglia ed i figli sia solo del 4.4% della spesa sociale complessiva, il ché mostra uno scarso investimento in quella che è la maggiore potenzialità nella tutela del benessere attuale e delle nuove generazioni.

Molte donne lamentano il modo in cui oggi viene condotta la gravidanza. Qual è il suo parere in proposito?

Bevere: Questo è un ambito in cui occorre mutare completamente prospettiva. Nonostante la medicina moderna abbia consentito di ridurre in maniera marcatissima la mortalità e la morbilità infantile e quella materna, tuttavia commette il grosso errore di estraniare la donna (e il papà) da processo gravidico e dal parto: tutto viene delegato a medici, esami clinici, medicine e integratori vitaminici, come se fossero loro gli artefici unici dell’evento della nascita.

La madre risulta spettatrice quasi passiva: deve tacere, lasciare che altri le spieghino, esaminino, capiscano, decidano. Il contatto con il bambino viene perso a tal punto che non se ne avverte più nemmeno la mancanza: il figlio diventa così un “prodotto” auspicabilmente perfetto ma sostanzialmente sconosciuto. Sono queste le vere ragioni del non saper più partorire né saper allattare.

E’ vero che c’è un esagerato ricorso al taglio cesareo e all’allattamento artificiale?

Bevere: In effetti è così. Proprio alcuni giorni fa concretamente il 16 febbraio l’Asp (Agenzia per la Sanità) della Regione Lazio ci ha offerto alcuni dati: in questa Regione quasi un neonato su due viene al mondo così. Si ritiene che una quota normale di cesarei si collochi intorno al 20-25% dei parti. Oggi siamo al 42,7% . Solo il Brasile ci supera con il 50%. Ciò, unito alla pressione delle case farmaceutiche e multinazionali che producono latte artificiale, contribuisce ad avere un basso ricorso all’allattamento al seno, importantissimo per madre e bambino e, oltretutto, molto più economico.

Nel programma del Convegno si fa riferimento anche all’educazione prenatale, di cosa si tratta?

Bevere: L’educazione prenatale non è tanto l’educazione del bambino già nel ventre materno, come se questo processo fosse sempre diretto dal genitore al bambino e mai viceversa: è piuttosto il processo di crescita comune di genitori e figli, processo che inizia dal momento del concepimento; è la presa in carico di quel riconoscimento reciproco che consente di ascoltare, riconoscere, capire, amare l’altro, e che non avrà mai termine; è il tempo e la cura dedicata alla comunicazione, unica vera manifestazione di relazione interpersonale. Non sono solo i genitori a generare i figli, ma piuttosto i figli a rendere tali i genitori: è una relazione che va vissuta e non subita né lasciata sfuggir via.