L’attentato a Giovanni Paolo II e il segreto di Fatima, raccontati dal suo Segretario

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ROMA, venerdì, 26 gennaio 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo alcuni estratti del volume “Una vita con Karol”, la straordinaria testimonianza del Cardinale Stanislaw Dziwisz, l’uomo che per vari decenni è stato l’ombra di Wojtyla.



Pubblicato dalla Rizzoli e dalla Libreria Editrice Vaticana, il volume di memorie dell’attuale Arcivescovo di Cracovia è una lunga conversazione col giornalista Gian Franco Svidercoschi.

I passaggi sono estratti dal capitolo 19 (“Quei due colpi di pistola”), dal capitolo 20 (“Ma chi ha armato la mano?”) e dal capitolo 26 (“E cadde il Muro”).

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Ecco come don Stanislao racconta la “scoperta” di una relazione tra l'attentato del 13 maggio 1981 e il terzo segreto di Fatima

Per la verità, a Fatima Giovanni Paolo II non aveva mai pensato nei giorni immediatamente successivi all'attentato. Solo più tardi, dopo essersi ripreso e aver riacquistato un po' le forze, aveva cominciato a riflettere su quella a dir poco singolare coincidenza. Sempre il 13 maggio! Un 13 maggio, nel 1917, il giorno della prima delle apparizioni della Vergine a Fatima, e un 13 maggio il giorno in cui avevano tentato di ucciderlo.

Alla fine, il Papa si decise. Domandò di poter vedere il terzo «segreto», che era conservato nell' Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede. E il18 luglio, se non vado errato, l'allora prefetto della Congregazione, il cardinale Franjo Seper, consegnò due buste - l'una con il testo originale di suor Lucia in portoghese, l'altra con la traduzione in italiano - a monsignor Eduardo Martinez Somalo, Sostituto della Segreteria di Stato, il quale le portò al Gemelli. Erano i giorni del secondo ricovero in ospedale. Fu lì che il Santo Padre lesse il «segreto», e, una volta letto, non ebbe più dubbi. In quella «visione» aveva riconosciuto il proprio destino; si convinse che la vita gli era stata salvata, anzi, gli era stata nuovamente donata grazie all'intervento della Madonna, alla sua protezione.

Sì, è vero, il «vescovo vestito di bianco» era stato ucciso, come riferito da suor Lucia; mentre Giovanni Paolo II era scampato a una morte quasi certa. E allora? Non poteva invece voler dire proprio questo? Che i percorsi della storia, dell' esistenza umana, non sono per forza prestabiliti? E dunque, che esiste una Provvidenza, una «mano materna», capace anche di far «sbagliare» chi ha puntato la sua pistola con la sicurezza di uccidere?

«Dna mano ha sparato e un'altra ha guidato la pallottola» diceva il Santo Padre. E oggi quella pallottola, resa per sempre «innocua», è incastonata nella corona della statua della Madonna di Fatima.

[Pagg. 121-122]


Chi ha armato la mano di Alì Agca

Alì Agca era un killer perfetto. Mandato da chi giudicava che il Papa fosse pericoloso, scomodo. Da chi aveva paura di lui, di Giovanni Paolo II. Da chi si era immediatamente spaventato, tanto spaventato, all'annuncio che era stato eletto un Papa polacco. E dunque? Come non pensare al mondo comunista? Come non arrivare, risalendo su su a chi aveva deciso l'attentato, come non arrivare, almeno in linea di ipotesi, al Kgb? Bisogna tenere presenti tutti gli elementi di quello scenario. L'elezione di un Papa inviso al Cremlino; il suo primo ritorno in Patria; l'esplosione di Solidarnosc. Oltretutto, in quel momento, la Chiesa polacca stava perdendo il suo grande primate, il cardinale Wyszynski, ormai in fin di vita. Ecco: non porta tutto verso quella direzione? Le vie, anche se diverse, non conducono verso il Kgb?

( ... ) Infatti non si credeva alla «pista bulgara», né a tante altre ricostruzioni messe in giro. Come quella relativa alla scomparsa di Emanuela Orlandi, in cui la stampa, con l'aiuto di qualche mitomane, voleva per forza accreditare l'ipotesi di una connessione con l'attentato, con il Vaticano, con il Papa. Ma non c'era nessun collegamento oggettivo, diretto o indiretto. Di vero c'era solo l'angoscia del Santo Padre per la sorte di quella povera ragazza, e la sua cristiana solidarietà per la famiglia così in pena.

[Pagg. 125-126]


La caduta del Muro di Berlino nel 1989 e le rivelazioni di Fatima

Giovanni Paolo II non se lo aspettava. Sì, certo, riteneva che quel «sistema», in quanto socialmente ingiusto ed economicamente inefficiente, fosse destinato, prima o poi, a crollare. Ma l'Unione Sovietica restava pur sempre una potenza geopolitica, militare, nucleare. E perciò, non considerandosi un profeta, come diceva scherzando, il Santo Padre non si attendeva che la caduta del comunismo avvenisse tanto presto. E, soprattutto, che il movimento di liberazione potesse essere così rapido e incruento.

( ... ) Il Santo Padre la considerava una delle più grandi rivoluzioni della storia. Anzi, leggendola in una dimensione di fede, la accolse come un intervento divino. Come una grazia. Per lui, la caduta del comunismo e la liberazione delle nazioni dal giogo del totalitarismo marxista erano indubbiamente legate alle rivelazioni di Fatima, all'affidamento del mondo e in particolare della Russia alla Madonna, come Lei stessa aveva chiesto alla Chiesa e al Papa. «Se accetteranno le mie richieste, la Russia si convertirà e avranno pace; se no, spargerà i suoi errori per il mondo ... » c'era scritto nelle prime due parti del «segreto».

E così, il 25 marzo 1984, in piazza San Pietro, davanti alla statua della Madonna portata appositamente da Fatima, e in unione spirituale con tutti i vescovi del mondo, Giovanni Paolo II aveva compiuto l'atto di consacrazione a Maria. Senza nominare espressamente la Russia, ma alludendo chiaramente alle nazioni che «hanno particolarmente bisogno». Era stato così realizzato il desiderio della Madonna. E, proprio allora, erano cominciati i primi episodi di sgretolamento del mondo comunista.

[Pagg. 158-159]