L'attualità degli insegnamenti di Christopher Dawson (Parte I)
Intervista a Jaime Antúnez Aldunate, autore di un libro sul filosofo della storia
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Il Direttore di Humanitas ha approfondito nel suo libro “Filosofía de la historia en Christopher Dawson” (“Filosofia della storia in Christopher Dawson”, edizioni Encuentro) l’eredità intellettuale e spirituale di questo anglicano britannico nato nel 1889, e convertitosi in gioventù al cattolicesimo.
Sottolineando l’influenza di questo autore, Antúnez, in un’intervista concessa a ZENIT, constata che “è indicativo che un ‘best seller’ nel dibattito contemporaneo come Samuel Huntington inizi il suo saggio più diffuso – ‘The Clash of Civilizations’ – citando tra gli autori moderni Christopher Dawson”.
Le opere fondamentali di Dawson sono tre: “Progress and Religion” (concepita in origine come introduzione a un lungo progetto intitolato “The Life of Civilizations”, mai però realizzato nella sua interezza), “Religion and Culture” e “The Dynamics of World History”.
Dawson è uno storico puro? Siamo di fronte a un filosofo della cultura? La sua opera è una filosofia della religione o piuttosto una filosofia della storia?
Jaime Antúnez: Una risposta adatta obbliga ad affermare, in primo luogo, che una preoccupazione di questo tipo sarebbe lungi dall’inquietare lo stesso Dawson. Si sentirebbe sicuramente infastidito e quindi dubbioso circa la risposta da dare.
Chi ha letto la sua opera verificherà, in secondo luogo, che si potrebbe perfettamente dare una risposta affermativa alle quattro possibilità che mi propone, perché nello storico Christopher Dawson c’è, in effetti, contemporaneamente una filosofia della cultura, una filosofia della religione e, sicuramente, anche una filosofia della storia.
E’ vero che in qualche occasione il nostro autore sembra riluttante ad essere considerato in primo luogo un filosofo. Allo stesso modo, per alcuni conoscitori della sua opera, il suo più grande valore si basa sull’intelligenza e sull’enorme ampiezza panoramica delle sue percezioni più che sulla strutturazione rigorosa di una filosofia o di uno studio filosofico della storia, come si può vedere ad esempio nel suo contemporaneo, anch’egli britannico, Arnold Toynbee.
Se è effettivamente così, nessuno potrà negare il valore, la profondità e l’originalità di un’importante quantità di intuizioni filosofiche sue, nate dalla meditazione della storia, così come la consistenza che si apprende dal loro insieme, anche quando a volte mancano di sistematicità.
Lei dedica il secondo capitolo del suo libro a confrontare il pensiero di Dawson con quello di Spengler e di Toynbee.
Jaime Antúnez: Mi è sembrato un compito utile e perfino necessario per approfondire il significato e il valore dell’opera di Dawson, perché introduce subito il lettore nel suo orizzonte filosofico proprio, e, cosa più importante, lo situa subito come un autore distante e contrapposto alle escatologie immanentiste o intramondane e alle filosofie della storia impregnate di idealismo hegeliano manifesto o diffuso, che hanno tanto proliferato nel XX secolo.
Dawson dedica a ciascuno degli autori menzionati un capitolo speciale di “The Dynamics of World History”, culmine di numerosi commenti sparsi nei suoi libri e articoli.
Sembra quindi che la risposta sia che nello studio dell’opera di Dawson si può avere un approccio sul Dawson storico ma anche sul Dawson filosofo.
Jaime Antúnez: E’ così. Per questo mi sono anche preoccupato di sottolineare quelle ricerche e quelle sue riflessioni che hanno contribuito a illuminare l’orizzonte di senso dei fatti umani. Bisogna dire – a proposito della filosofia della storia – che Dawson è un deciso difensore di quella che chiama “metastoria” – il suo proprio e più genuino campo di pensiero –, ambito in cui convivono e sono complementari dalla storia alla teologia, passando per la sociologia, la scienza politica, l’antropologia, l’arte e la filosofia.
Particolare rilevanza ha nell’insieme di questa “metastoria” dawsoniana la concezione della cultura. Essa attraversa e arricchisce tutta la sua opera ed è il risultato di un’equilibrata equazione di elementi materiali – potremmo chiamarla “biologismo moderato”, che va dal contesto geografico alla conformazione delle razze – ed elementi spirituali, formula che supera con vantaggio gli squilibri prodotti da diversi determinismi filosofici.
In questa equazione prevale sempre il fattore spirituale – garanzia ultima della libertà umana –, perché la sintesi di una cultura si ottiene per Dawson sul piano dell’intelligenza; la più alta espressione di questa, sostiene, è l’intelligenza della religione.
Ma questo va oltre in Dawson, puntando a una visione della storia “sotto la specie dell’eterno”…
Jaime Antúnez: In tutto questo c’è effettivamente, come già si può intuire, infinitamente di più, perché in ultima istanza la luce apportata dall’elemento giudaico-cristiano alla comprensione della storia, che Dawson assume, trova il suo culmine naturale nella presenza stessa del divino nella storia: Dio si è rivelato in primo luogo all’uomo e in seguito si è fatto uomo mediante l’incarnazione della seconda Persona della Trinità. Incarnazione e Trinità costituiscono così l’asse della “metastoria” sviluppata da Dawson. Resta così davanti ai nostri occhi la storia “sub specie aeternitatis”, come egli afferma.
Lei sottolinea che ciò che segna definitivamente il carattere di una cultura e di una civiltà e la sua differenza da un’altra sarà, nella prospettiva di Dawson, una determinata visione del mondo, un certo concetto di realtà.
Jaime Antúnez: Né la regione geografica, né la razza, nemmeno la lingua – risultato di una tradizione razionale – hanno per lui confronto nei loro effetti sulla cultura rispetto a quello che ha il proprio mondo interiore, che è ciò che la definisce.
Questa visione potrà essere il risultato di generazioni di pensiero e azione comune o derivare dalla repentina ispirazione di uno spirito illuminato. Nel frattempo, praticamente sempre, il suo effetto sulla “materialità” della cultura sarà infinitamente più apprezzabile di quello che tale “materialità” potrebbe in qualche circostanza arrivare ad avere sullo spirito della cultura.
Questa preminenza dell’intelligenza nella concezione della cultura non implica, come è facile intuire, che Dawson sia in qualche modo coinvolto nel punto di vista intellettualista dei filosofi dei secoli XVIII e XIX.
Mentre questi negano alla religione la sua influenza vitale sul piano del progresso umano – le religioni, affermano, non sarebbero altro che stadi nel lento autosviluppo dello Spirito puro –, il nostro autore amplia il concetto di mente umana considerando in esso tutto il profondo spazio della coscienza. Analizza lo sviluppo delle più diverse società, da quelle primitive a quelle della nostra epoca, indagando sulle caratteristiche delle grandi crisi della storia e sulla reazione che hanno davanti a queste le distinte forze vitali che danno sostegno alla società, e conclude che nel corso dei secoli si può verificare in modo reiterativo come la religione sia la maggiore “forza di coesione” della cultura e come rappresenti la “chiave di volta” di ogni grande civiltà, fino al punto che quando una società perde la sua religione presto o tardi perde la sua cultura.
La storia della cultura si disegna così agli occhi di Dawson come quei manoscritti antichi che conservano sempre le tracce di scritture precedenti, mai interamente cancellate, e che sono conosciuti con il nome di “palinsesti”, ricorda lei.
Jaime Antúnez: In questi, nelle tracce lasciate dalle culture primitive e anche da quelle più sviluppate, figura un mondo che giace profondamente sotto la superficie della coscienza, spiega Dawson. Da questa concezione della cultura deriva anche il carattere eminentemente connettivo della conoscenza storica, della storia come memoria, tradizione e conoscenza interiore, soprattutto.
In questa stessa linea di considerazioni, può spiegare perché la distanza che separa il religioso dall’irreligioso per Dawson, più che su “livelli di cultura”, si fonda su livelli di coscienza?
Jaime Antúnez: Il nostro autore dimostra, ad esempio, che quando il mistero manifestato nella natura è adorato per se stesso si è ancora allo stadio del paganesimo.
Quando invece le forze che governano la natura permettono di intravedere il Dio dell’anima, anche se è ancora nelle profonde oscurità della coscienza, sono già gettate le basi per un’evoluzione religiosa, come si può apprezzare nelle religioni storiche.
Come si percepisce, il mondo della cultura arriva ad esistere per la cooperazione tra la psiche e la ragione ed è stato, afferma Dawson, funzione storica delle religioni raggiungere questo insieme.
Da ciò derivano le sue importanti formulazioni: “Le religioni mondiali sono state le chiavi di volta delle culture del mondo, al punto che, se vengono eliminate, gli archi cadono e l’edificio crolla”.
Sarà quindi necessario guardare a quest’ambito superiore della realtà, ci dirà, per raggiungere una vera comprensione delle forme interne di una società e della sua cultura.
[Giovedì 20 settembre, la seconda parte dell'intervista: la relazione tra religione e cultura; la “filosofia del progresso” in Dawson; la visione critica della modernità; la religione come forza dinamica della storia]


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