L'autorità come servizio di carità: trasferire l'amore di Cristo ai fratelli e alle sorelle

Lectio Divina di monsignor Francesco Follo per la III Domenica di Pasqua

Parigi, (Zenit.org) Mons. Francesco Follo | 730 hits

Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi, offre oggi ai lettori di Zenit la seguente riflessione sulle letture liturgiche della III Domenica di Pasqua.

Come di consueto, il presule propone anche una lettura patristica.

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LECTIO DIVINA

L’autorità come servizio di carità: trasferire l’amore di Cristo ai fratelli e alle sorelle.

III domenica di Pasqua – Anno C – 14 aprile 2013

Rito romano

At 5, 27b-32. 40b-41; Sal 29; Ap 5, 11-14; Gv 21, 1-19
Cristo è l’amore che chiede di essere seguito.

Rito ambrosiano

At 28,16-28; Sal 96; Rm 1,1-1-16b; Gv 8,12-19
Cristo luce di carità per mondo.

1) Le apparizioni: una Presenza che sta.

A Pasqua, la prima di tutte le domeniche, abbiamo festeggiato la vittoria del Verbo di Vita, che è Luce. Questa Luce ha sconfitto le tenebre ed è il principio di una vita che non è sottomessa all’usura del tempo perché è messa nell’eterna giovinezza di Dio. Abbiamo celebrato la vittoria dell’Amore, che è più forte della morte e del peccato, che ha fatto entrare nel mondo la morte e le sue tenebre. Domenica scorsa, la seconda dopo Pasqua, ci è stata ricordata la tenerezza di Gesù per Tommaso, il suo discepolo appassionato ma assente alla prima apparizione del Risorto nel Cenacolo. Questo Apostolo, davanti alla concretezza della presenza del Redentore, l’ha riconosciuto ed ha detto le parole più belle e splendide della fede cristiana: «Mio Signore e mio Dio». Allora Gesù guardò Tommaso con i suoi occhi pieni di misericordia.Poi con uno sguardo che dona serenità e fiducia, che infonde coraggio e audacia, che sprigiona passione e forza irresistibili invitò tutti gli Apostoli ad andare fino agli estremi confini della terra per annunciare il Vangelo: la più buona e bella notizia di cui ha assoluto bisogno l’uomo di ogni tempo e di ogni luogo.In questa terza domenica di Pasqua Gesù dona la propria presenza ad alcuni apostoli per confermare loro la vocazione di essere imbarcati nel e dall’amore infinito, misericordioso e fedele, come i pesci della pesca straordinaria, di cui il vangelo di oggi ci parla. Non è solo un’apparizione per confermarli nella certezza della Sua Risurrezione, è anche una ri-presa della missione di essere pescatori di uomini.Con le apparizioni Gesù manifesta una Presenza santa e fedele. Oggi come allora egli invita a stare con Lui, che sta (Gv 21,4) sulla riva del lago.Con la sua Presenza dimostra che l’Amore donato vince la morte per sé e per gli amici, Giuda compreso. Non dimentichiamo che quando andò per tradirLo, Giuda fu chiamato da Cristo: “Amico”. Come non pensare che questa parola non abbia trafitto in bene il cuore del traditore. E forse l’ultimo momento, ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene e lo riceveva tra i suoi di là.Nell’ultima Cena Gesù disse a tutti gli Apostoli: «Non vi chiamo più servi, ma amici» (Gv 15, 15). Gesù fa anche a noi questo dono di chiamarci “amici”E proprio perché siamo suoi amici, Cristo ci parla da amico ad amici e chiede di amarci gli uni gli altri, presentando il suo stesso amore come la fonte, il modello e la misura del nostro amore vicendevole e fraterno (cfr Gv 15, 12).In breve, possiamo dire che il Risorto invita i suoi Apostoli, e oggi noi, a stare con lui. Occorre “stare” con Lui, innestati in Lui come tralci alla vite per avere la sua Vita, “occorre stare con Gesù per poter stare con gli altri” (Benedetto XVI, alla Fraternità sacerdotale San Carlo Borromeo il 13 febbraio 2011). Stando con Lui condividiamo l’amore che dura per sempre ed è per tutti.

2) Il potere che nasce dall’amore: Mi ami? …Ti voglio bene… Pasci i miei agnelli.

Dopo il pasto consumato mangiando il pane offerto dal Risorto stesso e del pesce arrostito frutto della pesca eccezionale, inizia il dialogo tra Gesù e Pietro, che ricorda a Pietro il suo tradimento, la sua defezione. E' bastata la battuta di una serva pettegola per farlo crollare e ridicolizzare. Questo ricordo è doloroso per Pietro, ma Gesù non gli chiede né spiegazioni né scuse; gli chiede solo se gli vuole bene, perché a Gesù non interessa che il suo nuovo pontefice sia forte o coerente, gli interessa solo sapere se gli vuole bene, se ha ancora il desiderio di seguirlo. Colui che sarà il Vescovo di Roma, che presiede alla carità, riceve il suo incarico con un “esame” sulla carità. A Pietro che gli offriva il suo dolore, Cristo diede la conferma del suo amore.Il cammino della santità non consiste nel non avere mai tradito, ma nel rinnovare ogni giorno la nostra amicizia per Cristo. 
Le tre domande di Gesù sono sempre diverse, perché Gesù si adatta alle riposte di Pietro. Alla prima domanda: Mi ami (in greco agapàs me da agapào) più di tutti?, Pietro risponde senza restare nei termini esatti: infatti mentre Gesù usa un verbo raro, quello dell'agàpe, il verbo sublime dell'amore assoluto, dell’amore di oblazione, Pietro risponde con il verbo umile, quotidiano, quello dell'amicizia e dell'affetto (in greco filèo): ti voglio bene (filo se), inoltre, non si paragona con gli altri. 
Ed ecco la seconda domanda: 
Simone figlio di Giovanni, mi ami (agapàs me)? Gesù ha capito la fatica di Pietro, e chiede di meno: non più il confronto con gli altri, ma rimane la richiesta dell'amore assoluto (agàpe). Pietro risponde ancora di sì, ma lo fa come se non avesse capito bene, usando ancora il suo verbo (filèo), quello più rassicurante, così umano, così nostro: io ti sono amico, lo sai, ti voglio bene. Non osa parlare di amore, si aggrappa all'amicizia, all'affetto. 
Nella terza domanda, è Gesù a cambiare il verbo, abbassa quella esigenza alla quale Pietro non riesce a rispondere, si avvicina al suo cuore incerto, ne accetta il limite e adotta il suo verbo: 
Pietro, mi vuoi bene (fileìs me da fileo)? 
Gli domanda l'affetto se l'amore è troppo; l'amicizia almeno, se l'amore mette paura; semplicemente un po' di bene. 
Gesù dimostra il suo amore abbassando per tre volte le esigenze dell'amore, rallentando il suo passo (come sulla strada verso Emmaus) su quello più lento del discepolo.Insomma, Gesù accetta che Pietro lo “ami” come lui pensa gli è possibile e siccome sa che Pietro Lo ama veramente e totalmente gli affida il primato dell’amore per pascere la Chiesa, gli mette sulle spalle il potere che deriva dalla carità (agàpe). Uno che come Pietro ha saputo riconoscere la propria povertà e ricevere l’amore da Cristo, saprà servire, pascendoli i suoi fratelli poveri, bisognosi di amore e di verità. Pietro è pronto: saprà aiutare i fratelli poveri ora che ha accettato la sua povertà, ha mendicato l’amore del Signore, che lo invita a seguirlo, sempre.

3) E noi?

A Pietro, ma a ciascuno di noi, Gesù rivolge la parola finale del vangelo romano di oggi: «Seguimi». Dietro a Pietro, seguiamo Cristo, non dimenticando un fatto significativo: Gesù Cristo appare prima alle donne, sue fedeli seguaci, che non ai discepoli e agli stessi apostoli, che pure aveva scelto come portatori del suo Vangelo nel mondo.Alle donne per prime affida il mistero della sua risurrezione, rendendole prime testimoni di questa verità. Forse vuol premiare la loro delicatezza, la loro sensibilità al suo messaggio, la loro fortezza che le aveva spinte fino al Calvario.Forse vuol manifestare un tratto squisito della sua umanità, consistente nel garbo e nella gentilezza con cui accosta e benefica le persone che contano meno nel gran mondo dei suoi tempi. E ciò che sembra risultare da un testo di Matteo 28,9-10): «Ed ecco Gesù venne incontro (alle donne che correvano a dare l'annunzio ai discepoli) dicendo: Salute a voi! Ed esse, avvicinatesi, gli cinsero i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: "Non temete: andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno (e ciò accadde come ci testimonia il vangelo di oggi”. Anche l'episodio dell'apparizione a Maria di Magdala (Gv 20,11-18) è di straordinaria finezza sia da parte della donna, che rivela tutta la sua appassionata e composta dedizione alla sequela di Gesù, sia da parte del maestro che la tratta con squisita delicatezza e benevolenza.A questa precedenza delle donne negli eventi pasquali dovrà ispirarsi la Chiesa, che nei secoli ha potuto contare tanto su di esse per la sua vita di fede, di preghiera e di apostolato.Inoltre, secondo me, le Vergini consacrate ci danno un esempio di come la vita offerta a Dio nella consacrazione fa in modo che l’amore sia complemento che fa viva e operante la fede (Gal. 5, 6): l’amore, la carità; ciò che farà dire a S. Agostino una delle sue memorabili parole sintetizzanti: «Hoc est enim credere in Christum, diligere Christum»; questo vuol dire finalmente credere in Cristo, amare Cristo (Enarr. in Ps. 130, 1; PL 37, 1704). Ancora di più, le Vergini Consacrate mostrano con la loro vita che l’amore a Dio spinge al trasferimento di questo amore ai fratelli e sorelle in umanità.

Consiglio pratico:

Propongo di ripetere spesso questa bella preghiera di Sant’Agostino: “Custodisci, Signore, i nostri cuori uniti per sempre, affinché seguendo solo te lungo il cammino il nostro affetto diventi carità” (Custodi, Domine, animas nostras in perpetuo iunctas, ut te solum sequentes in via dilectio nostra caritas fieri posset).

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LETTURA PATRISTICA 

SANT’AGOSTINO D’IPPONA

SUL SALMO 130
ESPOSIZIONE
DISCORSO AL POPOLO
sull’umiltà e sulla fede che implica l’amore

http://www.augustinus.it/italiano/esposizioni_salmi/index2.htm

Il credente è tempio di Dio e membro del corpo di Cristo.

1. Nel presente salmo ci si inculca l'umiltà di quel fedele servo di Dio dalla cui voce esso è cantato e che è l'intero corpo di Cristo. Spesse volte infatti abbiamo richiamato alla vostra attenzione che la voce di chi canta [nel salmo] non deve intendersi come voce di un singolo individuo ma come voce di tutti i componenti il corpo di Cristo. E siccome questi " tutti " sono compaginati nel suo corpo, possono parlare come un solo uomo: in effetti i molti e l'uno sono una stessa entità. In se stessi sono molti, nell'unità dell'unico [Cristo] sono uno solo. E questo corpo di Cristo è anche tempio di Dio, secondo le parole dell'Apostolo: Santo è il tempio di Dio e questo siete voi, voi cioè che credete in Cristo con quella fede che comporta l'amore. Credere in Cristo è infatti la stessa cosa che amare Cristo. Non come credevano i demonisenza amore cioè, sicché pur credendo dicevano: Che c'è in comune fra noi e te, o figlio di Dio? Noi dobbiamo credere in modo tale che la nostra fede in Cristo sia un tratto di amore. La nostra parola non deve essere:Cosa c'è in comune fra noi e te? ma: Noi siamo tuoi, avendoci tu riscattati. Quanti credono in questa maniera sono, per così dire, le pietre vive con le quali è costruito il tempio di Dio ; sono il legno incorruttibile con cui fu formata l'arca che le acque del diluvio non riuscirono a sommergere. Essi sono ancora il tempio di Dio - si tratta ovviamente sempre di uomini! - nel quale Dio viene pregato e dal quale egli esaudisce. Chi prega Dio al di fuori di questo tempio non viene esaudito col conseguimento della pace propria della Gerusalemme celeste, sebbene venga esaudito quanto a certe richieste di beni temporali che Dio elargisce anche ai pagani. In tal senso una volta furono esauditi anche i demoni, quando fu loro concesso di entrare nei porci. Ben altra cosa è l'essere esaudito in ordine alla vita eterna, e questo non è concesso se non a chi prega nel tempio di Dio. Ora nel tempio di Dio prega soltanto colui che prega nella pace della Chiesa, nell'unità del corpo di Cristo. Questo corpo di Cristo consta di molti credenti sparsi su tutta la terra, ed è per questo che chi prega nel tempio viene esaudito. Chi prega nella pace della Chiesa prega in spirito e verità, né la sua preghiera è fatta in quel tempio che era solamente una figura.

DISCORSO 34

http://www.augustinus.it/italiano/discorsi/discorso_045_testo.htm

DISCORSO TENUTO A CARTAGINE NELLA BASILICA DEI MAGGIORI
 SUL RESPONSORIO DEL SALMO 149:
 "CANTATE AL SIGNORE UN CANTICO NUOVO"

1. Siamo stati esortati a cantare al Signore un cantico nuovo. L'uomo nuovo conosce il cantico nuovo. Il cantico è un fatto d'allegrezza e, se consideriamo la cosa con maggior diligenza, è un fatto d'amore, sicché chi sa amare la vita nuova sa cantare il cantico nuovo. Occorre quindi che ci si precisi quale sia la nuova vita a motivo del cantico nuovo. Rientrano infatti nell'unico regno tutte queste cose: l'uomo nuovo, il cantico nuovo, il testamento nuovo, per cui l'uomo nuovo e canta il cantico nuovo e appartiene al Testamento nuovo.

Amiamo perché siamo stati amati.

2. Non c'è nessuno che non ami; quel che si domanda è che cosa ami. Non ci si esorta a non amare ma a scegliere quel che amiamo. Ma cosa potremo noi scegliere se prima non siamo stati scelti noi stessi? In effetti, se non siamo stati prima amati, non possiamo nemmeno amare. Ascoltate l'apostolo Giovanni. È quell'apostolo che poggiò il capo sul petto del Signore e in quel banchetto bevve i misteri celesti . Da quanto bevve, da quella sua felice ubriachezza eruttò: In principio era il Verbo. Umiltà sublime ed ubriachezza sobria! Orbene, quel grande eruttatore, cioè predicatore, fra le altre cose che aveva bevute dal petto del Signore disse anche questo: Noi amiamo perché lui ci ha amati precedentemente . Molto aveva concesso all'uomo - parlava infatti di Dio! - quando aveva detto: Noi amiamo. Chi ama? Chi è amato? Gli uomini amano Dio, i mortali l'immortale, i peccatori il giusto, i fragili l'immutabile, le creature l'artefice. Noi abbiamo amato. Ma chi ci ha dato questa facoltà? Poiché egli ci ha amati antecedentemente. Cerca come possa l'uomo amare Dio: assolutamente non lo troverai se non nel fatto che egli ci ha amati per primo. Ci ha dato se stesso come oggetto da amare, ci ha dato le risorse per amarlo. Cosa ci abbia dato al fine di poterlo amare ascoltatelo in una maniera più esplicita dall'apostolo Paolo, che dice: La carità di Dio è diffusa nei nostri cuori. Ma come? Forse per opera nostra? No. Ma allora come? Attraverso l'azione dello Spirito Santo che ci è stato dato.

Dio è amore ineffabile.

3. Poiché dunque tanto grande è la fiducia che abbiamo, amiamo Dio attraverso Dio. Senz'altro! Siccome lo Spirito Santo è Dio, noi amiamo Dio attraverso Dio. Cosa potrei dire di più che amiamo Dio attraverso Dio? Effettivamente, se ho potuto affermare che l'amore di Dio è diffuso nei nostri cuori attraverso l'azione dello Spirito Santo che ci è stato donato , ne segue che, essendo lo Spirito Santo Dio, noi non possiamo amare Dio se non per mezzo dello Spirito Santo, cioè non possiamo amare Dio se non attraverso Dio. Ne è la [ovvia] conseguenza. Ascoltate la cosa in maniera più palese dallo stesso Giovanni. Dio è amore, e chi rimane nell'amore rimane in Dio e Dio rimane in lui . Sarebbe stato poco dire: L'amore procede da Dio. Chi di noi oserebbe dire quello che propriamente è stato detto: Dio è amore? Lo ha detto uno che sapeva quel che possedeva. Come fa allora l'immaginazione e il pensiero dell'uomo, così instabili, a fabbricarsi un dio? Come può l'uomo fabbricarsi in cuore un idolo, modellandolo sulle forme che può pensare e non qual è quello che ha meritato di scoprire? "No è così?". "No, ma è così". Cosa stai lì a ordinarne i lineamenti, a strutturarne le membra, a plasmare secondo il tuo arbitrio la statura, a immaginare la bellezza del corpo? Dio è amore. Qual è il colore della carità? quali i lineamenti? quale la forma? Nulla di questo vediamo; eppure lo amiamo.

Esempio dell'amore umano.

4. Oso dire una cosa alla vostra Carità. Osserviamo nelle cose inferiori ciò che dobbiamo riscontrare nelle superiori. Lo stesso amore basso e terreno, lo stesso amore sudicio e delittuoso che si attacca alle bellezze del corpo ci offre un qualche richiamo per elevarci alle cose più alte e più pure. Ecco un uomo lascivo e disonesto che si innamora d'una bellissima donna. Il movente è, è vero, la bellezza del corpo, ma quello che si cerca è lo scambio interno di amore. Se infatti quel tale ode che la donna lo odia, non ne seguirà forse che tutto il suo trasporto impetuoso per quelle membra attraenti si raffredderà? Da ciò che mirava d'avere, in certo qual modo si ritrae, si allontana, e, offeso, comincia anche a odiare ciò che amava. Forse che è mutata la bellezza esteriore? Non le restano forse ancora tutte le doti che l'avevano attratto? Certo che restano. La verità è che egli ardeva [d'amore] per ciò che vedeva, ma dal cuore esigeva ciò che non vedeva. Se al contrario s'accorge che lo scambio d'amore esiste, quanto più fortemente se ne infiamma! Lei vede lui, lui vede lei, l'amore non lo vede nessuno. Eppure ciò che si ama è proprio questo [elemento] che non si vede.

5. Elevatevi da questa bramosia fangosa, per abitare [col cuore] nella carità fulgente di luce. Tu non vedi Dio. Ama e lo possiedi. In fatto di desideri riprovevoli, quante cose si amano e non si riesce ad averle! Vengono cercate con affetto sordido, ma non per questo immediatamente le si posseggono. Coincidono forse amare l'oro e possedere l'oro? Molti lo amano, ma non lo posseggono. Forse che amare amplissimi e feracissimi campi è lo stesso che possederli? Molti li amano ma non li posseggono. Forse che amare gli onori è lo stesso che possedere gli onori? Molti, che pur bramano ardentemente gli onori, son privi di onori. Cercano di averli, ma spesse volte muoiono prima di conseguire quel che cercavano. Dio ci si offre in forma di capitale. Ci grida: Amatemi e mi possederete, poiché se non mi avreste, non potreste nemmeno amarmi.

Siate voi stessi la lode di Dio.

6. O fratelli, o figli, o germogli della Chiesa cattolica, o semi santi e celesti, o rigenerati in Cristo e [in lui] nati dall'alto, ascoltatemi! Anzi, stimolati da me, cantate al Signore un cantico nuovo . Eccomi - dici - io sto cantando. Stai cantando, è vero, stai cantando: lo ascolto. Ma che la tua vita non proferisca testimonianza contrastante con la tua lingua. Cantate con le voci, cantate con i cuori; cantate con le labbra, cantate con i costumi. Cantate al Signore un cantico nuovo. Volete sapere cosa occorra cantare di colui che amate? Senza dubbio vuoi cantare di colui che ami. Vuoi conoscere le sue lodi per cantarle. Avete ascoltato: Cantate al Signore un cantico nuovo. Vuoi conoscerne le lodi? La sua lode nella Chiesa dei santi . La lode da cantare è lo stesso cantore. Volete innalzare lodi a Dio? Siate voi la lode che volete proferire; e sarete sua lode se vivrete bene. La sua lode infatti non è nelle sinagoghe dei giudei, non è nella scempiaggine dei pagani, non negli errori degli eretici, non nelle acclamazioni dei teatri. Volete sapere dove sia? Guardate a voi stessi, siatelo voi stessi! La sua lode nella Chiesa dei santi. Cerchi il motivo che ti faccia godere quando canti? Si allieti Israele in colui che l'ha creato ; e non troverà dove allietarsi se non in Dio.

Per acquistare la carità dona te stesso.

7. Bene, miei fratelli! Interrogate voi stessi, esaminate le [vostre] celle interiori. Guardate e riflettete su quanto siate ricchi in fatto di carità; e poi accrescete quel che avete riscontrato. Badate a tale tesoro, perché possiate essere interiormente ricchi. Anche delle altre cose che hanno un gran pregio si dice, è vero, che son cose care, e ciò non invano. Osservate il vostro modo di parlare. Questo - dite - è più caro di quello. Che significa "più caro" se non più prezioso? Se si dice "più caro" ciò che è più prezioso, che cosa, miei fratelli, sarà più caro della carità in se stessa? Quale pensiamo possa essere il suo prezzo ? Dove si trova il suo prezzo? Prezzo del grano è qualche tua moneta, prezzo d'un campo è l'argento, prezzo di una pietra preziosa è l'oro; prezzo della carità sei tu stesso. Cerchi dunque come possedere un campo, una pietra preziosa, un giumento. Cerchi come comprare un campo e lo cerchi in tasca tua. Se però vuoi possedere la carità, cerca te stesso, trova te stesso. Forse che stenti a darti per paura di consumarti? Tutt'altro! Se non ti darai sei perduto. La stessa carità [ti] parla per bocca della Sapienza e ti dice qualcosa che t'impedisce d'avere paura delle parole: Da' te stesso . Se infatti qualcuno volesse venderti un campo ti direbbe: Dammi del tuo oro, e se qualche altro [volesse venderti] cose simili, dammi tue monete - ti direbbe -, dammi del tuo argento. Ascolta cosa ti dice la carità per bocca della Sapienza: Dammi il tuo cuore, o figlio . Dice: Dammi. Che cosa? Il tuo cuore, o figlio. Era male quando esso era dalla parte tua, quando era tuo. Ti lasciavi infatti attrarre da vanità e da amori lascivi e perniciosi. Toglilo da li! Dove lo trasporterai? dove lo porrai? Dice: Dammi il tuo cuore.Appartenga a me e non perirà per te. Osserva infatti se ha voluto lasciare in te qualche possibilità d'amare te stesso colui che ti dice: Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente, con tutta la tua anima . Cosa resta del tuo cuore per amare te stesso? Cosa della tua anima o della tua mente? Dice: Con tutto. Esige tutto te colui che ti ha creato. Ma non rattristarti quasi che non ti rimanga nulla di cui godere. Si allieti Israele, non in sé, ma in colui che l'ha creato.

Se non ami Dio non ami te stesso.

8. Mi replicherai dicendo: Se non mi rimane alcuna risorsa per amare me stesso - dal momento che mi si ingiunge di amare colui che mi ha creato con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente  - come nel secondo precetto mi si comanda di amare il prossimo come me stesso? . Questo significa piuttosto che devi [darti] al prossimo con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente. Come? Amerai il prossimo tuo come te stesso . Dio con tutto me stesso, il prossimo come me stesso. Così me, così te. Vuoi ascoltare come debba amare te? Ami te stesso, se ami Dio con tutto te stesso. Credi che giovi a Dio il fatto che tu lo ami? Forse che, per il fatto che lo ami, Dio ci acquista qualcosa? Se non lo ami, chi ci perde sei tu. Quando [lo] ami, tu te ne avvantaggi; tu sarai là dove non si perisce. Mi risponderai dicendo: Ma quando non mi sono amato? Non ti amavi certamente quando non amavi Dio, tuo Creatore. Ma tu, pur odiandoti, credevi di amarti. Difattichi ama l'iniquità odia la sua anima.

Preghiera dopo il discorso.

9. Rivolti al Signore, Dio Padre onnipotente, a lui, con cuore puro, per quanto può la nostra pochezza, rendiamo amplissime grazie. Preghiamo con tutta l'anima la sua incomparabile mansuetudine perché si degni di esaudire, secondo il suo beneplacito, le nostre preghiere; con la sua potenza espella il nemico dalle nostre azioni e dai nostri pensieri, moltiplichi in noi la fede, governi la mente, conceda pensieri spirituali e ci conduca alla sua beatitudine. Per Gesù Cristo, suo Figlio e nostro Signore, che è Dio, e vive e regna con lui nell'unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.