L'autorità divina è sinonimo di servizio, umiltà e amore

All'Angelus, Benedetto XVI si sofferma sulla capacità di Gesù di guarire i mali spirituali

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CITTA’ DEL VATICANO, domenica, 29 gennaio 2012 (ZENIT.org) – La catechesi di papa Benedetto XVI, in occasione dell’Angelus di questa mattina, ha fornito uno spunto di riflessione sul tema della guarigione dalla malattia spirituale.

Partendo dal Vangelo di oggi (Mc, 1,21-28), che riferisce della predicazione di Gesù a Cafarnao, il Papa ha ricordato come, in quell’occasione, Cristo guarisce uno spirito impuro guadagnandosi in breve tempo la fama di “Santo di Dio”, ovvero di Messia.

La presenza terrena del Figlio dell’Uomo, come sottolineava anche San Giovanni Crisostomo, è segnata in egual misura dalla predicazione e dai miracoli.

“La parola che Gesù rivolge agli uomini – ha osservato il Santo Padre - apre immediatamente l’accesso al volere del Padre e alla verità di se stessi. Non così, invece, accadeva agli scribi, che dovevano sforzarsi di interpretare le Sacre Scritture con innumerevoli riflessioni”.

“Inoltre, all’efficacia della parola, Gesù univa quella dei segni di liberazione dal male”, ha aggiunto il Pontefice.

Come ricordava Sant’Atanasio, citato da Benedetto XVI, la capacità di scacciare i demoni “non è opera umana ma divina”. E l’autorità divina, ha commentato il Papa, “non è una forza della natura”.

Dio che, per amore, si incarna nel Figlio Unigenito, è in grado di risanare “il mondo corrotto dal peccato”. Come scriveva Romano Guardini, l’esistenza di Gesù traduce “la potenza in umiltà” e rappresenta “la sovranità che si abbassa alla forma di servo”.

Contrariamente all’autorità umana, quasi sempre sinonimo di “possesso, potere, dominio, successo”, l’autorità divina è l’esatto contrario e significa “servizio, umiltà, amore”, esemplificabile nel gesto di Gesù che lava i piedi ai discepoli (cfr. Gv 13,5).

Come affermava Santa Caterina da Siena, è necessario che l’uomo sappia “con la luce della fede, che Dio è l’Amore supremo ed eterno, e non può volere altro se non il nostro bene”.