L'educazione secondo il Concilio Vaticano II

La dichiarazione "Gravissimum educationis" espone principi ancora attualissimi

Roma, (Zenit.org) Don Anderson Alves | 544 hits

Non è ancora abbastanza noto che il Concilio Vaticano II, conclusosi ormai da quasi 50 anni, abbia trattato l’importanza dell’educazione e la sua grande influenza nel progresso dei popoli. Proprio in tale ambito venne pubblicata la dichiarazione Gravissimumeducationis. In quel testo si constatava come l’educazione fosse sempre più urgente, il che era stato fatto presente e scritto soltanto nella Dichiarazione universale dei diritti umani dell’ONU del 1948. È pertanto dal secolo scorso che si impone una riflessione profonda sui metodi pedagogici [1]. Vediamo qui alcune dichiarazioni dei padri conciliari in quel testo così importante e così poco conosciuto.

Tra le prime questioni trattate c’è quella relativa al significato di una “educazione adeguata”: essa è l’educazione che stimola simultaneamente la verità e la carità, cioè l’amore per la verità e la ricerca del vero bene (proemio). L’educazione, quindi, non si riduce ad una mera trasmissione di informazioni, come quando inseriamo dei dati nel computer, ma è piuttosto un compito essenzialmente umano ed un mezzo per la formazione di uomini integri. Tutto ciò è possibile soltanto grazie alla collaborazione dell’intelligenza e della libertà dell’educatore e dell’educando. Un primo requisito allora per un’autentica educazione è quello di considerare ogni allievo come una persona unica e irripetibile, e non come una frazione all’interno di un gruppo. Ciò implica lo sforzo verso la conoscenza di ogni alunno mediante il proprio nome al fine di uscire dall’anonimato della massa [2]. Perciò è necessario far appello alla propria responsabilità personale, stimolando il giovane affinché si sforzi di sviluppare le sue capacità di cui è stato naturalmente dotato.

La successiva importante sfida dell’educazione è quella nei confronti dell’integrazione dei diversi saperi nell’unità della vita personale. Se ciò non accade, diversi settori della conoscenza verranno a disputarsi per primeggiare gli uni sugli altri (matematica, fisica, psicologia, storia, sociologia, economia, ecc.), proprio come accade dall’inizio dell’era moderna. L’immediata conseguenza di ciò è quella di scorgere negli allievi un senso di confusione e di mancaza di stimoli alla conoscenza stessa. In effetti la conoscenza trasmessa deve poter essere assimilata e integrata, giacché la persona è sempre una realtà sola e mai frammentata o frammentaria [3]. Quando l’integrazione si verifica, emerge la maturazione delle persone nel loro percorso educativo e scolastico, pronte poi ad affrontare la vita sociale e a lavorare per il bene comune con un vero spirito e un autentico dialogo (n. 1).

La Chiesa ha assunto questa missione di annunciare il mistero della salvezza e di riportare tutte le cose in Cristo, elevando tutto ciò che è umano a livello divino. Per questo la Chiesa cerca di custodire e di curare ogni singola vita umana, avendo assunto dalla sua origine il compito proprio di diffondere e sviluppare il progresso delle persone, formandole secondo i principi propri della persona stessa (proemio).

Un principio affermato dell’educazione cristiana è quello relativo all’inalienabile diritto di ogni uomo all’educazione. Ciò prova e comprova la dignità propria di ogni persona e da cui proviene la stessa educazione, non essendo questa una concessione statale o di un gruppo sociale (n. 1).

Un altro importante principio si riferisce al fatto che l’educazione deve corrispondere al fine stesso e proprio del’uomo: la sua vita in comunione con Dio e con il prossimo [4]. La vera educazione sviluppa l’integrale formazione della persona rispetto al suo fine ultimo che non esclude affatto, quanto piuttosto racchiude e ingloba il bene delle società terrene (n. 1). Peraltro difficilmente si potrebbe parlare di un’etica senza un’esplicita relazione con Dio. Gli attuali modelli etici, basati sul sedicente “pensiero debole” riescono al massimo ad elaborare un minimo codice di condotta, una specie di “morale di base” che eviti scontri frontali tra le libertà umane. Resta però il fatto che tale “pensiero” si modelli come incapace a soddisfare le domande più profonde e radicate, oltre che radicali, del cuore umano. Un’etica soddisfatrice deve articolarsi intorno alla domanda sul vero bene, ossia su ciò che si dovrebbe fare per essere buoni e raggiungere il fine ultimo. Se così non fosse, ci si può rifare a meri codici di condotta, peraltro anche più o meno arbitrari, senza infine condurre realmente la vita umana verso la sua piena realizzazione.

Quindi affinché l’educazione sia effettiva, dice ancora il Concilio, è doveroso considerare i contributi delle diverse scienze (innanzitutto psicologia e pedagogia), in modo che i giovani siano aiutati nello sviluppo armonico delle proprie qualità fisiche, intellettuali e morali, conquistando gradualmente il senso della responsabilità per la propria vita oltre che una conoscenza dell’autentica libertà (n. 1). L’educazione deve pertanto aiutare ad apprezzare e a praticare i giusti valori morali, configurandosi il principale di questi nel conoscere ed amare Dio che ha creato l’uomo per esserne suo interlocutore.. Dio ha creato l’uomo liberamente, cioè per amore e per amare, e su ciò si fonda la libertà umana. Gli Stati, pertanto, non possono negare ai giovani il “sacro diritto” di essere educati secondo i valori morali e religiosi propri e familiari.

Il documento del Vaticano II afferma dunque che tutti i cristiani possiedono il diritto a ricevere un’educazione cristiana, che è volta a far raggiungere ai giovani la maturità umana e a conoscere il mistero della salvezza all’interno del quale soo stati inseriti. Per tale ragione gli allievi devono avere la possibilità di crescere nella fede che hanno ricevuto, e di offrire culto a Dio conducendo una vita di giustizia e santità nella collaborazione all’espansione del Regno di Dio. In tal modo i laici si rendono consapevoli della vocazione ricevuta per modellare cristianamente il mondo nella loro posizione sociale e nel loro apporto. Ciò presuppone il farsi carico dei valori naturali, considerando integralmente l’uomo redento grazie al sacrificio di Cristo. Essendo i cristiani educati e agendo secondo la legge della libertà cristiana, cooperano allo sviluppo della società terrena e lavorano per il regno di Dio al quale sono stati chiamati (n. 2).

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[1] Gravissimum educationis, Declaração sobre a educação cristã, publicada em 28/10/1965. Disponível em: http://www.vatican.va/archive/hist_councils/ii_vatican_council/documents/vat-ii_decl_19651028_gravissimum-educationis_po.html

[2] Horkheimer e Adorno analizzarono la presunta autosufficienza del progresso scientifico e intellettuale della modernità. E denunciarono la “trionfale sventura” causata dall’egemonia della tecnica (la superiorità del “fare” rispetto all’ “essere”). La tecnica «realizza l’angustia più antica, quella di perdere ol proprio nome». Sarebbe il costo pagato quando si mutò l’antico idela sapienziale dell’educazione per quello moderno. Sostanzialmente si passò dall’ideale di «saper vivere» a quello di «saper fare». Cfr. M. Horkheimer, T.W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Torino, Einaudi 1966, pp. 11, 36 e 37.

[3] Cfr. C. Cardona, Etica del quehacer educativo, Rialp, Madrid 1990, cap. 1.

[4] J. Maritain, L’educazione al bivio, Brescia, La Scuola 1963, pp. 15-16: «I suoi mezzi [dell’educazione contemporanea] non sono cattivi; al contrario sono generalmente migliori di quelli della vecchia pedagogia. Il problema  è proprio che questi mezzi sono così buoni da farci perdere di vista il fine [dell’educazione]».