L'equità fiscale quale condizione di progresso delle nazioni

Non basta la riforma dello strumento tecnico, è necessario un rinnovamento dell'uomo e delle ragioni del fine ultimo

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di Valerio De Luca
Presidente dell’Accademia Internazionale per lo Sviluppo Economico e Sociale (AISES)

ROMA, giovedì, 15 marzo 2012 (ZENIT.org) - Le questioni globali che agitano il mondo economico e il lavoro, la crisi della politica e le istanze acute del disagio sociale, l'emergenza educativa e i nodi strutturali che ostacolano la crescita del nostro Paese richiedono di porre al centro un nuovo metodo di formazione delle classi dirigenti, mirato non solo alla competenza tecnica e specialistica al c.d. Know How, il “saper fare”, ma soprattutto all’educazione del know why , al saper essere per meglio comprendere il “perchè” e il “senso” di ogni azione, decisione e risultato.

Ogni domanda che indichi il senso e la direzione di un nuovo modello di crescita e sviluppo non può che porre al centro innanzitutto la questione antropologica, che diventa questione sociale e culturale : una nuova economia per quale uomo ?

Un nuovo modello di sviluppo economico e sociale dipende dal rinnovamento culturale dell’uomo e dal senso della vita che sapremo scegliere per noi stessi e per le future generazioni.

A nostro parere, infatti, la finanza sia pubblica che privata non è uno strumento intrinsecamente etico, ma è neutro rispetto a quelle finalità etiche che solo l’uomo è chiamato a decidere nei diversi ambiti del agire economico, politico e sociale, ove si sviluppa la sua personalità, questa sì unica dimora dell’essere morale.

Pertanto, sono inutili tutti gli sforzi volti a modificare o riformare lo strumento, perché bisogna innanzitutto ripartire dal rinnovamento dell’uomo e dalle ragioni del fine ultimo.

Solo su queste solide basi sarà possibile rilanciare una “Buona Finanza”, in grado di proporre una visione dell’economia dal volto umano, rispettosa dei diritti dei più deboli e bisognosi, capace di coniugare crescita di lungo periodo e sostenibilità, innovazione e solidarietà, efficienza ed equità, combattere la povertà, tanto materiale quanto spirituale, le disuguaglianze e le ingiustizie sociali.

A tal proposito la dott.ssa Anna Maria Tarantola, durante il seminario inaugurale del       Corso di alta formazione “Etica, finanza e sviluppo” che si svolge alla Pontificia Università Lateranense, ha affermato : “La “buona” finanza, tuttavia, da sola non garantisce lo sviluppo economico. Il meccanismo attraverso cui si innesca ‘il decollo economico’ è una combinazione di un grande numero di fattori dei quali la finanza è soltanto uno e non può sostituirsi ad altri, quali ad esempio la qualità delle istituzioni, del capitale sociale e del capitale umano”. 

Se è vero che non c’è crescita senza stabilità finanziaria e sostenibilità delle finanze pubbliche, è anche vero che non c’è vero sviluppo senza cultura e senza un’adeguata crescita etica e civile, che sono il vero motore dello sviluppo e della coesione sociale.

A mio parere, prima di porre la questione tecnica del deficit dei conti pubblici e del loro riequilibrio in funzione della ripresa del processo di sviluppo del nostro Paese, è necessario interrogarsi sul “deficit culturale”, che impediscono una maturata consapevolezza, soprattutto nelle giovani generazioni, del “perché” di certi comportamenti doverosi, che sono “giusti”  e “legittimi” in quanto posti al servizio del bene comune.

Di fronte a questa “grande emergenza educativa” non solo i responsabili delle istituzioni formative ed educative (le famiglie, le scuole, la chiesa), ma tutte le componenti del mondo del lavoro, dell’economia e della cultura sono chiamate ad un altrettanto grande sfida culturale alla luce di un nuova umanesimo, che sia in grado di promuovere una vera “alleanza per l’educazione”, anche in materia fiscale.

In questo quadro, si colloca la questione della fondazione etica dei tributi e della giustizia contributiva e ci aiuta a comprendere come l’obbligo di pagare i tributi sia alla base del senso di appartenenza di ogni cittadino ad una data comunità politica e misura del suo contributo alla crescita, allo sviluppo e al benessere collettivo.

Per tale ragione, un sistema fiscale equo è un fattore cruciale del riconoscimento della legittimità materiale dell’assetto democratico di un Paese e della legittimità formale degli strumenti di riparto e di redistribuzione della ricchezza, di cui gli Stati dispongono per superare gli squilibri economici e per ridurre le diseguaglianze sociali, a vantaggio delle libertà individuale e a tutela del bene comune.

Questo è vero soprattutto nell’attuale fase di grave crisi del debito degli Stati sovrani europei, che ha denudato l’ideologia liberista di un mercato capace di assegnare diritti proprietari e di ridistribuire in modo efficiente la ricchezza secondo le sue infallibili leggi naturali . 

Gli strumenti tributari, che sono sempre fallibili in quanto prodotti dalla volontà umana, trovano la loro giustificazione nelle finalità ed indirizzi posti da scelte politiche, deliberate da maggioranze parlamentari e argomentate sulla base dei principi, etici e giuridici, dell’uguaglianza, della solidarietà, della giustizia sociale e della sostenibilità.

Proprio dal principio di uguaglianza deriva il principio di capacità contributiva che informa la nostra legislazione fiscale e che trova anche una importante sigillo morale e sapienziale negli insegnamenti della dottrina sociale della Chiesa, come nella Gaudium et Spes, dove si afferma:  “Il dovere della giustizia e dell'amore viene sempre più assolto per il fatto che ognuno, contribuendo al bene comune secondo le proprie capacità e le necessità degli altri, promuove ed aiuta anche le istituzioni pubbliche e private che servono a migliorare le condizioni di vita degli uomini”(GS n.30). 

In questa prospettiva, un buon fisco deve essere capace di proporre un rinnovamento culturale, una leadership del civil servant, che passa  innanzitutto per la formazione del suo personale, altamente specializzato e padrone delle più moderne tecniche investigative e di strumenti tecnologici innovativi.

Questo know-how deve però poi avere un “volto umano” , “saper essere” in grado di entrare in empatia con il cittadino per porsi le stesse domande del contribuente  e scoprire il ‘perché’ del suo agire.

 Solo in questo modo le “Ragioni del fisco”, per citare un famoso libro del prof. Gallo, alimenteranno il bene pubblico della fiducia collettiva, contribuendo a interiorizzare i vincoli di lealtà e di mutua collaborazione, che sono alla base della coesione sociale  e della convivenza politica.

Così come i proventi della lotta all’evasione, vero flagello per il nostro Paese, dovranno poi essere messi in circolo, a sostegno delle fasce più deboli della popolazione, e come sistema di incentivi per il mercato del lavoro e per l’attività di impresa.

Abbiamo urgente bisogno di un profondo rinnovamento etico e culturale, forgiato dai valori di un nuovo umanesimo, per una società che è chiamata ad essere veramente umana.

Le ragioni di un buon fisco possono indicare il cammino per un vero cambiamento!