L'esenzione dall'Ici non riguarda il Concordato tra Stato e Chiesa

Afferma il Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana

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Di Mirko Testa

ROMA, giovedì, 30 agosto 2007 (ZENIT.org).- L'esenzione dall'Ici di cui godono in Italia molti immobili appartenenti alla Chiesa cattolica non riguarda il Concordato, ha affermato il Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), l'Arcivescovo Giuseppe Betori.

Tutto è nato quando la Commissione europea ha deciso di chiedere al governo Prodi “informazioni supplementari” sui presunti “aiuti di Stato” alla Chiesa cattolica in materia di esenzione fiscale.

A renderlo noto è stato Jonathan Todd, portavoce del Commissario europeo all'Antitrust Neelie Kroes, il quale ha tuttavia precisato che Bruxelles non ha ancora deciso se aprire o no una inchiesta al riguardo.

La richiesta di informazioni da parte dell'Unione Europea riguarderebbe una norma contenuta nella finanziaria del 2006, che prevedeva l'esenzione dall'Ici degli immobili di proprietà della Chiesa adibiti a finalità commerciali, rivista dal decreto Bersani che ripristina il pagamento dell'imposta, ma lo limita agli immobili della Chiesa “in cui vengano svolte attività esclusivamente commerciali”.

Nel mirino dell'antitrust ci sarebbe quindi l'esenzione dall'Imposta comunale sugli immobili, e forse anche le riduzioni di imposta del 50%, per le attività commerciali svolte da confessioni religiose (es. valdesi, evangelici, ebraici e buddisti) con cui lo Stato ha stretto un’intesa e le onlus.

Di fronte ad alcune voci che chiedevano di rimettere mano al testo del Concordato, già rivisto nel 1984, l'Arcivescovo Giuseppe Betori, in un commento apparso sul quotidiano “Avvenire” (28 agosto 2007) ha spiegato che “l'esenzione dall'Ici è materia del tutto estranea agli accordi concordatari, che nulla prevedono al riguardo”, “che essa si applica alle sole attività religiose e di rilevanza sociale, che deriva dalla legislazione ordinaria ed è del tutto uguale a quella di cui si giovano gli altri enti noncommerciali, in particolare del terzo settore”.

“Chi contesta un tale atteggiamento dello Stato verso soggetti senza fine di lucro operanti per la promozione sociale in campo assistenziale, sanitario, culturale, educativo, ricreativo e sportivo – ha proseguito – manifesta una sostanziale sfiducia nei confronti di molteplici soggetti sociali di diversa ispirazione, particolarmente attivi nel contrastare il disagio e le povertà. Sarebbe infatti incongruo che lo Stato gravasse quelle realtà, ecclesiali e non, che perseguono fini di interesse collettivo”.

La Santa Sede, dal canto suo, è intervenuta sulla questione ribadendo ulteriormente in una nota che si tratta di una materia “che non rientra nel Concordato. Riguarda invece gli enti ecclesiastici della Chiesa italiana e su questo punto la CEI ha già risposto in maniera esauriente”.

L’Ici, nata il primo gennaio 1993, con il decreto legislativo 504 del 30 dicembre 1992 è un’imposta che grava sugli immobili (fabbricati, terreni agricoli e aree fabbricabili) e deve essere versata al Comune. Sin dall'inizio, nell'elenco degli immobili esenti dall’imposta figuravano i fabbricati destinati esclusivamente all’esercizio del culto e le loro pertinenze e i fabbricati di proprietà della Santa Sede indicati nel Trattato lateranense del 1929.

Nel marzo 2004 la Cassazione ha poi stabilito che possono avere diritto all’esenzione Ici solo gli immobili religiosi “direttamente utilizzati per lo svolgimento delle attività istituzionali”, in quanto equiparabili “a quelli aventi fini di istruzione o di beneficenza”, mentre non ne hanno diritto “gli immobili destinati ad altro, cosicché un ente ecclesiastico può svolgere liberamente anche un’attività di carattere commerciale, ma non per questo si modifica la natura dell’attività stessa”.

Successivamente, con il decreto legge sulle infrastrutture del 17 agosto 2005 si è ripristinato lo spirito e la lettera del decreto del 1992, includendo gli immobili utilizzati dagli enti ecclesiastici “per attività di assistenza, beneficenza, istruzione, educazione e cultura, pur svolte in forma commerciale, se connesse a finalità di religione o di culto”, tra quelli compresi nel diritto all’esenzione.

Nel decreto del 1992 non erano esenti, invece, i locali affittati a esercizi commerciali, e quindi gli alberghi, le librerie, i negozi di oggetti religiosi, i cinema parrocchiali, o le case e i locali dati in affitto a terzi.