L'eterna giovinezza della Chiesa

Editoriale di monsignor Bruno Forte pubblicato su "Il Sole 24 Ore" di giovedì 14 marzo

Roma, (Zenit.org) Bruno Forte | 857 hits

Riprendiamo di seguito l'editoriale firmato da monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, pubblicato sull'edizione di giovedì 14 marzo del quotidiano Il Sole 24 Ore (pp. 1 e 6).

***

La Chiesa non cessa di sorprendere: come diceva uno dei grandi Padri della fede dei primi secoli, San Giovanni Crisostomo, “essa è più alta del cielo e più grande della terra, e non invecchia mai: la sua giovinezza è eterna”. Così ha dimostrato di essere ancora una volta, in questo sorprendente Conclave: la pluralità delle ipotesi fatte, i diversi giochi mediatici del “toto-Papa”, facevano pensare a un Collegio cardinalizio piuttosto disorientato, perfino diviso. E invece, in appena una giornata, ecco il nuovo Papa. Un segno forte di unità, un messaggio lanciato al “villaggio globale” dall’unica realtà che lo abita dappertutto, sapendo coniugare universalità e identità locali, globalizzazione e presenza fedele fra la gente di tutte le latitudini e di tutte le lingue e culture: la Chiesa cattolica. Peraltro, l’attesa del mondo intero, rappresentato dalle migliaia di operatori dei “media” accreditati in Vaticano, che hanno fatto partecipi in tempo reale donne e uomini di ogni angolo della terra di ciò che accadeva nella Cappella Sistina e sulla Loggia delle benedizioni, e le immagini eloquenti più di ogni parola della folla in attesa in Piazza San Pietro e del nuovo Papa affacciato con semplicità e stupore su Roma e sul mondo, fanno comprendere come ciò che è avvenuto ha un significato che va al di là della comunità cattolica e dello stesso popolo dei credenti. Proverò allora a guardare al nuovo Successore di Pietro muovendo da diversi angoli visuali, lasciando che la profondità del cuore di chi è stato chiamato si riveli con i giorni che verranno.

Il primo sguardo non può che essere quello della fede: Francesco, Jorge Mario Bergoglio, è il prescelto da Dio! Il nome stesso che ha voluto - lui, gesuita, ha scelto il nome del Poverello di Assisi - è un programma, quello che ha ispirato lo stile di vita dell’arcivescovo di Buenos Aires eletto Papa. Un uomo dallo stile di vita povero, austero, vicino ai poveri, amato dalla sua gente e comunque rispettato anche da chi ne temeva la libertà evangelica. Un Pastore che parla con semplicità e immediatezza, e chiede che il popolo preghi su di lui, prima di dare lui, il Vescovo di Roma, la benedizione “urbi et orbi”. Nella fede, Papa Bergoglio si presenta per quello che dal punto di vista teologicamente più corretto è anzitutto diventato: il pastore della Chiesa di Roma, che per disegno divino presiede nella carità a tutte le Chiese del mondo. Bellissimo e perfino toccante questo suo insistere sul rapporto con la concreta Chiesa locale di cui Dio lo ha voluto vescovo! Non di meno e inseparabile da questo è lo sguardo che viene su di lui dal mondo: è il primo Successore di Pietro che viene dall’America Latina, il continente col più alto numero di cattolici, ma anche con situazioni drammatiche di povertà e di disuguaglianza. Se, come ha detto, “i fratelli Cardinali sono andati a prendere il nuovo Vescovo di Roma alla fine del mondo”, non c’è dubbio che questo fatto lancia un messaggio di luce e di speranza a tutti i poveri della terra, a tutte le situazioni che attendono svolte di giustizia e attenzione nuova. Francesco sarà il Vescovo della povera gente, il servitore degli umili, l’amico dei piccoli, che proprio così saprà contagiare pace e speranza vera a tutti. È il Papa che aiuterà la Chiesa a dare risposta alle domande decisive che un teologo latino americano, di grande profondità spirituale e a lui ben noto, così poneva: “In che modo parlare di un Dio che si rivela come amore in una realtà marcata dalla povertà e dall’oppressione? come annunciare il Dio della vita a persone che soffrono una morte prematura e ingiusta? come riconoscere il dono gratuito del suo amore e della sua giustizia a partire dalla sofferenza dell’innocente? con quale linguaggio dire a quanti non sono considerati persone che essi sono figli e figlie di Dio?” (Gustavo Gutierrez). Papa Francesco risponde col suo sorriso e la semplicità dei suoi gesti a queste domande, ricordandoci che Dio raggiunge tutti i cuori e parla tutte le lingue ed è vicino a ogni dolore perché la Sua è la lingua dell’amore!   

Lo sguardo che su questo Papa verrà dagli altri cristiani, poi, non potrà che essere di grande fiducia: come è stato chiaro sin dalle sue prime parole, egli non si vuol presentare che come un fratello, il vescovo della Chiesa che presiede nell’amore, deciso a evangelizzare con nuovo slancio anzitutto il popolo della città di Roma, e proprio così a offrire un servizio di testimonianza e di carità a tutte le Chiese. Era quanto da anni il dialogo ecumenico e l’ecclesiologia del Vaticano II erano andati chiedendo nel pensare a un ministero universale di unità per tutti i discepoli di Cristo: proprio così, un’alba di luce e di speranza per chi vive la passione dell’unità fra i cristiani. Anche i credenti di altre religioni potranno guardare a Papa Francesco con fiducia: egli - lo ha detto dalla loggia delle benedizioni - vuole servire la “fiducia fra noi”, la “fratellanza” fra tutti. La Sua franchezza, il suo profondo senso di Dio toccherà tanti cuori e aprirà la strada a dialoghi e incontri veramente inediti. Anche chi non crede potrà trovare nei gesti e nelle parole di questo testimone di Gesù amico degli uomini, di questo Vescovo di Roma servo dei servi di Dio, un messaggio per la propria vita: sono certo che da lui tutti si sentiranno rispettati e accolti, capiti e amati. La Chiesa e il mondo avevano bisogno di un uomo così!