L'etica del bene comune viene premiata dai consumatori

Sondaggio Ipsos: la fiducia degli italiani fa crescere il consumo di prodotti etici. E la "Caritas in veritate" si rivela ancora una volta profetica

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di Carmine Tabarro

ROMA, martedì, 18 dicembre 2012 (ZENIT.org) - L’etica del bene comune viene premiata dai consumatori. In altre parole, i consumatori sono disposti a pagare di più per prodotti che coniugano il contenuto con l’etica. Le aziende che hanno investito per realizzare prodotti ecosostenibili, rispettando la dignità dei lavoratori, vedono aumentare le loro vendite.

L’elemento fondamentale di questa crescita è rappresentato dalla “fiducia della clientela”. Lo rivela una ricerca condotta dall’Istituto Ipsos sull’evoluzione del concetto di fiducia in tempi di crisi. A commissionarla, la società Findomestic, specializzata nell’erogazione di prestiti, che ha cercato di capire come sono cambiati i punti di riferimento personali e sociali degli italiani nel corso degli ultimi anni.

Le risposte fornite dal campione non lasciano spazio ai dubbi: la “dimensione pubblica”, percepita come astratta e “distante”, è la sfera più penalizzata dalla mancanza di fiducia. Mentre viene rivalutato e ricercato un nuovo rapporto privato, basato su condivisione e solidarietà. Ma se questo rientra nei canoni classici di un periodo di crisi, ciò che appare come una sorta di svolta storico-sociale per l’Italia è contenuta nelle slide 11 e 23 del rapporto, che dimostrano come i consumatori vedano  nella dimensione etica del bene comune la strada di uscita dal tunnel della crisi.

Alla domanda «Quali sono gli elementi su cui è necessario investire di più per recuperare fiducia e superare il difficile momento che stiamo vivendo?», tra le risposte la parola “etica” sbaraglia il campo con una larghissima maggioranza (il 66%), seguita da “meritocrazia/competenza” e dal “rispetto delle regole”.

La ricerca rivela inoltre che i consumatori non gradiscono un’etica a semaforo (in altre parole un’etica strumentale, che viene applicata a seconda delle circostanze), ma un’etica del bene comune applicata a partire dalle singole azioni quotidiane, a cominciare, appunto, dai consumi. Ambito in cui, addirittura, finiscono per essere messi in discussione alcuni principi di marketing fino a oggi ritenuti intoccabili (almeno in Italia) come la brand awareness o l’innovazione percepita. In questo caso la domanda è stata: «Per quali ragioni alcuni marchi sono di sua fiducia? Che cosa hanno di particolare? Indichi le due ragioni principali per cui ritiene alcuni marchi di fiducia». Ebbene, la qualifica di “etici/sicuri” ottiene il punteggio massimo (53%, quindi scelta almeno da uno su due degli intervistati), battendo concetti come “leadership” e “moderni/tecnologici”.

Vengono fortemente criticati gli elevati compensi ai manager e la falsa responsabilità sociale d’impresa. Nelle declinazioni delle caratteristiche etiche, poi, predomina l’aspetto “sicurezza”, figurano in modo sostanziale la “trasparenza” e l’“ecosostenibilità”, mentre spuntano la “responsabilità” e addirittura l’“attenzione ai dipendenti”. In altre parole la reputazione etica di tutta la filiera dell’impresa sta divenendo il bene fondamentale delle imprese. Ancora una volta si dimostra profetica la Caritas in Veritate.