L’etica e il capitalismo “sconnesso”

Intervista con Suor Helen Alford, Preside di Scienze Sociali all’Angelicum

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ROMA, giovedì 25 marzo 2004 (ZENIT.org).- Secondo un documento presentato recentemente all’Università di S. Tommaso, l’Angelicum, l’etica nel mondo finanziario è non solo possibile, ma necessaria.



Il documento, “Finanza internazionale ed agire morale”, è stato scritto da ricercatori e professori delle Università pontificie e statali che collaborano con l’ufficio dei vescovi italiani per il Lavoro e i Problemi Sociali.

La suora domenicana Helen Alford, Preside della Facoltà di Scienze Sociali all’Angelicum, ha parlato con ZENIT degli aspetti principali del testo.


Voglio che il mio denaro sia “pulito” e che serva cause giuste. Sono un’utopista?

Suor Helen Alford: Assolutamente no! Questo significa, tuttavia, che dobbiamo informarci il più possibile sul sistema finanziario e capire come e dove viene usato il denaro, anche se non siamo degli esperti.

Anche una conoscenza limitata in questo campo ci aiuta a prendere decisioni più consapevoli sul nostro denaro. Cosa ancor più importante, questo significa che le banche e le compagnie di servizi finanziari devono avere un’etica particolarmente forte e i Governi devono regolare le attività finanziarie in modo adeguato, anche perché il cittadino comune non sa molto di prodotti finanziari.

I Cattolici che volessero investire in modo saggio, quindi, avrebbero bisogno di trovare dei consulenti finanziari su cui poter contare, per quanto possibile, e dovrebbero informarsi sul sistema finanziario.


La speculazione può essere positiva?

Suor Helen Alford: Nel documento “Finanza internazionale ed agire morale” dividiamo l’attività finanziaria in tre aree.

La prima è l’area “buona”, chiamata area bianca. Ad esempio, impegnarsi in affari per cui valga la pena di investire è molto positivo.

La seconda area è quella detta nera, costituita da tipi di attività finanziaria chiaramente negativi, come il riciclaggio di denaro e il finanziamento del terrorismo.

C’è, poi, una grande area grigia in cui bisogna valutare caso per caso se l’attività sia positiva o meno.

La maggior parte delle attività speculative rientra in quest’area, anche se ce ne possono essere anche nell’area bianca – in sostanza la speculazione, quando è positiva, aiuta gli investitori a trovare il prezzo giusto per i titoli o per un altro tipo di prodotto finanziario – e nell’area nera.

Quelli di noi che hanno scritto il documento sono più o meno d’accordo sul fatto che la speculazione su una valuta, tranne pochissimi casi, è in genere moralmente inaccettabile. Non si può rispondere, però, alla sua domanda in modo appropriato senza qualche esempio dettagliato da valutare.


La borsa valori è un’opportunità per i Cattolici?

Suor Helen Alford: Sì, nella misura in cui facilita il trasferimento di capitale da coloro che hanno denaro alle aziende che ne hanno bisogno per investimenti e che in questo modo creano prodotti, servizi e posti di lavoro che contribuiscono al bene comune della società.

Ci sono comunque altri tre punti da sottolineare. Innanzitutto, la maggior parte del commercio di titoli nelle varie borse valori riguarda titoli già esistenti piuttosto che la creazione di nuovi: si tratta di transazioni finanziarie in cui gli stessi titoli passano da un proprietario all’altro. Non c’è, quindi, denaro nuovo che entra nel circuito finanziario per essere investito.

Una parte di questi movimenti finanziari è utile perché aiuta a trovare il prezzo giusto per un titolo, ma buona parte di essi è irrilevante per l’economia reale – dove per “reale” si intende l’economia dei prodotti, dei posti di lavoro e del commercio – o spesso può addirittura danneggiarla.

In secondo luogo, capita quasi sempre che solo le compagnie relativamente grandi siano in parte finanziate attraverso il mercato finanziario. Anche le aziende di piccole e medie proporzioni hanno bisogno di capitale, a cui normalmente non possono accedere attraverso il mercato finanziario. I Cattolici dovrebbero pensare al bisogno di capitali delle aziende di piccole e medie proporzioni.

L’importantissimo sviluppo della “microfinanza” per i gruppi più poveri della società, inoltre, nonostante alcuni problemi che ha dovuto affrontare, è un’altra area molto importante per i Cattolici, visto l’impegno particolare della Chiesa nei confronti dei poveri.

In terzo ed ultimo luogo, investire nella borsa valori può essere molto impersonale; l’unica cosa che molti investitori vogliono ottenere con esso è un ritorno certo dei loro investimenti.

Il tipo di capitalismo “sconnesso” non è molto positivo dal punto di vista del pensiero sociale cattolico.

Nell’enciclica Centesimus Annus, Giovanni Paolo II parla del mondo degli affari come di una “comunità di lavoro” in cui investitori, manager ed impiegati collaborano gli uni con gli altri al servizio della comunità.

I Cattolici che investono sul mercato finanziario dovrebbero pensare non solo al ritorno dei loro investimenti, ma anche al tipo di comunità che si sta creando tra investitori, manager e lavoratori nelle compagnie in cui investono. Ad esempio, la compagnia si impegna davvero ad essere socialmente responsabile? Come vengono trattati gli impiegati?


I fondi etici sono ancora un’eccezione?

Suor Helen Alford: La quantità di denaro investita nelle borse valori attraverso fondi che si definiscono “etici” è ancora piuttosto esigua, anche se sta aumentando.

L’impatto dei fondi etici, però, è più significativo di quanto questo non suggerisca perché hanno un’ampia influenza su tutti i fondi, sui manager dei fondi e sulle compagnie.


Il documento è contro l’esistenza di paradisi fiscali?

Suor Helen Alford: Innanzitutto, non è facile definire un paradiso fiscale. Persino le grandi organizzazioni internazionali hanno problemi nel definirli – l’IMF, ad esempio, preferisce parlare di “centri offshore”.

Giusto per darvi un esempio del problema: se volessimo fare una lista dei maggiori fornitori di servizi finanziari offshore e a tassazione ridotta, la lista inizierebbe con Londra, New York, Tokyo.

Queste città, però, non sono considerate paradisi fiscali perché la maggior parte dell’attività finanziaria che vi si svolge non passa attraverso facilitazioni fiscali speciali offerte ad alcuni non residenti.

Molti Paesi ricchi, compresi gli Stati Uniti e alcuni Paesi dell’Unione Europea, offrono incentivi fiscali particolari a certe industrie o a compagnie che investono in particolari regioni del loro territorio.

L’Organizzazione per il Coordinamento e lo Sviluppo Economico (OECD) ha un programma di “Pratiche Dannose a livello fiscale” in cui fa una lista di queste forme di trattamento fiscale speciale che vari Paesi ricchi offrono solo ai non residenti e che considerano dannose nei confronti di altri Paesi.

Finora, comunque, l’OECD non ha agito concretamente contro queste pratiche, centrando invece l’attenzione sui paradisi fiscali “classici”, la maggior parte dei quali sono Paesi di per sé poveri.

Non si può fare a meno di pensare che questo sia dovuto, almeno in parte, al fatto che l’OECD è controllato dai Paesi ricchi, come altre organizzazioni internazionali. C’è comunque un altro motivo importante dietro alla strategia dell’OECD: nel caso degli incentivi fiscali speciali offerti dai Paesi ricchi, c’è ancora una regolamentazione normale di queste attività.

Questo significa, ad esempio, che vengono seguiti certi principi, come quello del “conosci il tuo cliente” – quindi è difficile per la gente o per le organizzazioni operare sotto falso nome, ad esempio – e il principio della trasparenza – che include procedure come fornire, in certe situazioni, informazioni sui conti alla polizia senza che il proprietario del conto ne venga a conoscenza.

Nel caso di paradisi fiscali ben noti come la Isole Cayman, Niue o Bermuda, la difficoltà è stata più la mancanza di trasparenza e, in generale, di regolamentazione che altro.

In altre parole, la gente ha imparato ad aprire conti sotto falso nome e a nascondere in questo modo il denaro alle autorità fiscali locali, utilizzarlo per mezzi illeciti come il terrorismo o usare il conto per riciclare denaro proveniente dalla droga o derivante da altre attività illecite.

Tutte queste attività si inseriscono ovviamente nell’area nera della finanza e il documento è contro di esse.

La critica maggiore è rivolta dal documento alla gente che usa i paradisi fiscali, perché questi vengono utilizzati solo per evitare di pagare tasse che il loro Governo ha il diritto di imporre loro come membri della società che beneficiano del fatto di essere parte di quella società.

Questo vuol dire che le tasse diventano più gravose per coloro che non si avvalgono dei paradisi fiscali e che, guarda caso, sono in genere i membri più poveri della società. Questo tipo di comportamento da parte dei ricchi è davvero ingiusto e i Cattolici dovrebbero considerarlo come rientrante nell’area nera della finanza.


I codici deontologici sono inutili nella sfera finanziaria?

Suor Helen Alford: No, sono molto importanti, ma non possono fare tutto. Hanno bisogno di essere supportati da atteggiamenti adeguati e dalla regolamentazione da parte dei Governi.

Hanno anche bisogno di essere utilizzati da gente capace di usarli bene – in termini di pensiero sociale cattolico significa che questi codici devono essere usati da gente “virtuosa”, capace di usare mezzi positivi per raggiungere un buon fine.


Si può sapere se i nostri fondi servono per comprare armi, droghe, o per finanziare la pornografia?

Suor Helen Alford: I fondi più rispettabili pubblicano rapporti e informano i loro clienti su dove stanno investendo, specificando i nomi delle compagnie se i clienti dovessero chiederli.

Il mio consiglio, quindi, è di avvalersi di consulenti finanziari che siano rispettabili e dotati di un forte codice etico, e di controllare con loro dove sta andando il denaro, come abbiamo già detto rispondendo alla prima domanda.

Più ci si può informare sul sistema finanziario, meglio è.

E’ per questo che è così importante studiare le scienze sociali, incluse l’economia e la finanza, in connessione con l’etica, come fanno gli studenti della Scuola di Scienze Sociali dell’Angelicum.

In ogni generazione, dobbiamo vedere come la tradizione sociale della Chiesa, sempre viva, possa operare nel nuovo contesto politico, economico e sociale in cui la Chiesa si trova.