L’Eugenetica tra biologia e ideologia

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ROMA, mercoledì, 29 settembre 2004 (ZENIT.org).- E’ appena arrivato in libreria un volumetto scritto da Cristian Fuschetto dal titolo “fabbricare l’uomo -l’eugenetica tra biologia e ideologia” (Armando Editore, settembre 2004, 15 Euro).



Di fronte a segnali che farebbero pensare al risorgere di una certa cultura eugenetica, ZENIT ha voluto intervistare l’autore di questo libro al fine di capire come è stato possibile commettere tanti crimini in nome di una scienza che si diceva votata al progresso ed al miglioramento dell’umanità.

Cristian Fuschetto è laureato in Filosofia ed è cofondatore della rivista “Ameba, Laboratorio di Arte, Filosofia e Letteratura”.

Qual è la tesi che intende dimostrare nel libro appena pubblicato?

Fuschetto: Il libro cerca di fare luce sul passato dell’eugenetica, per tutto l’arco temporale cha va da Francis Galton, lo scienziato vittoriano che ne mise a punto lo statuto teorico, ad Adolf Hitler, che, nel tentativo dichiarato di trasformare la politica in “biologia applicata”, tradusse con ferrea lucidità i presupposti e i dettami della dottrina galtoniana.

Penso che un chiarimento sull’intricata e minacciosa vicenda che ha segnato il passato di questa scienza si faccia oggi tanto più necessario quanto più pare divenire praticabile, grazie allo sviluppo di nuove tecniche, la possibilità per l’uomo di arrivare a “fabbricare” se stesso.

Mi pare degno di attenzione il fatto che spesso, nonostante si faccia un gran parlare a proposito degli attuali orizzonti di perfezionamento dell’uomo inaugurati dalle tecnologie genetiche, si eviti quasi completamente la discussione sulla storia che nel corso di tutta la prima metà del secolo scorso ha visto protagonisti non solo dei “criminali in camice bianco” ma anche stimatissimi scienziati e autorevoli corporazioni accademiche nel tentativo di rendere “razionale” la procreazione umana, e ciò al fine di migliorare quello che gli eugenisti amavano definire lo “human stock”, cioè il “materiale umano”.

Ne deriva che, contrariamente a quanto comunemente si possa pensare, la passata eugenetica non è riducibile ai soli orrori praticati dai medici nazisti guidati da Josef Mengele.

La tesi principale del libro è mostrare che non è possibile ridurre l’eugenetica quale strumento scientifico di purificazione sociale alla sola esperienza totalitaria. Essa prese piede su questo stesso crinale, sebbene con diversa intensità, in moltissimi altri Stati, tra cui anche paesi dalla indiscussa tradizione liberale e democratica, come l’Inghilterra, gli Stati Uniti d’America, l’Australia e i paesi scandinavi.

Io mi sono soffermato sull’esperienza anglo-americana, tentando di mettere in luce come sia stata la stessa logica che fece da premessa a tale scienza che, facendo del singolo individuo un mero esemplare della specie, ne erose inevitabilmente lo statuto di agente morale e, di qui, di soggetto politico.

Ed è proprio su questo terreno che, secondo me, sono potute sembrare “ragionevoli” proposte come quelle di colonizzare, sterilizzare e persino di eliminare migliaia di persone. Si pensi che solo in America fino al 1944 il numero di persone sottoposte a sterilizzazione coatta raggiungeva la sconcertante cifra di 40.000. E nella stragrande maggioranza dei casi si trattava di persone dei ceti più svantaggiati, di immigrati, di emarginati di ogni tipo, le cui difficoltà di integrazione sociale venivano fatte risalire a difettose predisposizioni genetiche.

Quali sono, a suo giudizio, gli aspetti più aberranti della cultura eugenetica?

Fuschetto: Quando, verso la fine dell’800 si affermò l’eugenetica, una parte considerevole del mondo intellettuale ed accademico era profondamente convinta che l’umanità dell’uomo risiedesse effettivamente nella sua biologia, nel suo corpo.

In questo senso venivano spiegate anche le differenti condizioni esistenti tra i vari ceti sociali e, all’interno di essi, tra le diverse famiglie e tra i diversi individui. Inoltre vennero prodotti moltissimi studi sulla natura ereditaria delle facoltà intellettuali e morali.

Accanto all’affermazione del paradigma sociobiologico va considerato anche il successo della teoria darwiniana, la quale, al di là delle intenzioni dello stesso Darwin, sembrava a molti fornire la chiave di lettura dell’intero sviluppo storico: il progresso pareva garantito dalla prolificazione dei “più adatti”.

Il sentimento di potenza che contrassegnava quell’epoca fu, così, pienamente recepito dalla neonata eugenetica, attraverso la quale si pensò di poter selezionare tra gli uomini e le donne gli esemplari più adatti a perpetuare la specie e, in questo modo, a favorire il progresso dell’umanità.
Da queste premesse penso sia facile individuare come uno degli aspetti più aberranti della cultura eugenetica proprio il marcato biologismo di cui essa si nutre. Inquietante è il tentativo di far coincidere i confini dell’umano con quelli, molto più ristretti, del biologico.

Accanto a questi aspetti va anche considerato il pericolo insito nella convinzione faustiana di poter padroneggiare il processo evolutivo al fine di perfezionarne i “prodotti”. Al cospetto di questa convinzione, infatti, si è messa in piedi una sorta di utopia sanitaria che, professandosi fedele alle indicazioni della scienza, ha permesso di giustificare aberrazioni come, ad esempio, l’internamento e la sterilizzazione dei disabili mentali o l’ostracizzazione ai danni di determinate categorie di immigrati, considerate al di sotto di un accettabile standard intellettivo. Se mi consente la metafora si può dire che si cominciò a pensare alla società umana come ad sorta di razza da allevamento.

Dopo Auschwitz la scienza e l’opinione pubblica sono certamente diventate più guardinghe verso i paradigmi sociobiologici e verso le seduzioni faustiane. Tuttavia quando James Watson, uno dei padri dell’attuale biologia molecolare, afferma che “il nostro destino è nei nostri geni”, o quando Daniel Cohen, uno dei più importanti genetisti europei, afferma che “l’uomo futuro, quello che dominerà perfettamente le leggi della genetica, potrà essere l’autore della sua propria evoluzione biologica e non della sua degenerazione”, mi pare che si miri di nuovo ad alimentare sia la convinzione di una riducibilità dell’uomo ai suoi geni, sia la convinzione di poter orientare il percorso evolutivo.

L’affermazione di Cohen, ad esempio, non mi pare poi così distante da quella di Galton, secondo cui l’uomo aveva sia il potere che il dovere di “plasmare il corso dell’umanità futura”. Mi pare che, come ha sottolineato il Professore Lissa nella preziosa prefazione al volume, alcuni scienziati stiano di nuovo cedendo alla tentazione di fare i filosofi e, per mancanza di competenze, in “cattivi filosofi”.

Se è vero che gli orrori nazisti hanno fatto da vaccino alle aspirazioni scientiste di creare una umanità biologicamente superiore è, però, altrettanto vero che quel vaccino ha bisogno d’essere continuamente rinnovato. Tanto più quando, come oggi, non pochi settori della comunità scientifica e dell’opinione pubblica paiono soffrire di un autentico assopimento della memoria.

Può esistere una eugenetica buona?

Fuschetto: Questo è un punto molto controverso. Secondo alcuni studiosi l’esperienza passata dimostrerebbe che non tutta la cultura eugenetica sia da condannare. Essa sarebbe consistita fondamentalmente in uno “sforzo umanitario” teso al miglioramento della specie umana, finalizzato cioè alla eliminazione di tremende tare ereditarie e al progressivo affrancamento da molte delle penurie sociali.

Secondo i sostenitori di questa linea, l’adozione che il regime hitleriano fece delle misure eugenetiche sarebbe da intendere come una “perversione” dell’ideale di fondo di questa scienza. Tuttavia, io non sono d’accordo perchè una tale impostazione rischia di essere fuorviante sotto due punti di vista: in primo luogo essa non consentirebbe di intendere il ruolo che l’eugenetica effettivamente svolse a favore delle classi dirigenti dei paesi dove essa venne tradotta in legislazione, e cioè quello di giustificare e di acuire le disuguaglianze sociali sotto l’egida di una presunta purificazione della base genetica della comunità.

In secondo luogo la tesi di una successiva “perversione” nazista dell’ideale eugenetico non permetterebbe di comprendere l’originaria caratura ideologica che questa dottrina ebbe già a partire dal suo fondatore Francis Galton.

Già in Galton, infatti, è possibile trovare chiare proposte tese alla suddivisione della società in caste biologiche, in eugenici, cioè portatori di un buon profilo ereditario, e disgenici, cioè portatori di un profilo ereditario deficitario. Inoltre, in lui si vedono già legittimate proposte quali il disconoscimento del diritto al matrimonio, del diritto all’uguaglianza, dello stesso diritto alla libertà, per tutti coloro che venissero giudicati disgenici.

L’enfatizzazione della “cattiveria” dell’eugenetica nazista rischia di dissimulare la carica discriminatoria che l’eugenetica ebbe anche negli altri paesi che la adottarono come principio di governo.

Da un punto di vista storico parlare di una “eugenetica buona”, mossa da asettici scopi scientifici, e di una “eugenetica cattiva”, mossa da scopi manifestamente persecutori, mi pare piuttosto fuorviante. E rischia di essere fuorviante anche da un punto di vista logico, non permettendo di comprendere le potenzialità disumanizzanti di una “scienza” che nell’intento dichiarato di migliorare il “materiale umano” perde di vista la cifra etica e politica del singolo individuo, cifra sicuramente trascendente il suo sostrato biologico.

In che modo il mondo scientifico si è reso partecipe nel passato di esperimenti eugenetici e quali sono le tentazioni odierne?

Fuschetto: All’inizio l’eugenetica fu salutata come una vera e propria ancella del progresso da parte di quasi tutto l’establishment accademico dell’epoca. All’eugenetica furono consacrate cattedre universitarie, congressi internazionali, convegni, innumerevoli società in quasi tutte le nazioni del mondo, e persino dei film divulgativi.

Essa era una scienza a tutti gli effetti e, per così dire, veniva considerata come il versante pratico delle concettualizzazioni che in campo teorico venivano formulate dalla genetica. Purtroppo le critiche mosse dall’interno stesso della comunità scientifica, nonostante la sempre più evidente debolezza degli assunti eugenetici, furono piuttosto deboli. E ciò per una ragione molto precisa: l’eugenetica, con le sue promesse di miglioramento del genere umano, non poteva che dare lustro a tutti coloro che erano impegnati in ricerche in quei campi.

Infine, mi pare importante mettere in evidenza la necessità di riflettere sul fatto che la scienza risulta ab origine impossibilitata a definire il senso di cose come quella di migliorare l’umanità, e ciò per il semplice fatto che non è la scienza a dover definire cosa l’umanità sia.

Questo è compito della riflessione teologica e filosofica.