"L'Europa di Carlo Magno affonda le radici nella Valle del Chienti"

Ventidue anni di scrupolosi studi storici portano don Giovanni Carnevale ad affermare con certezza che l'Aquisgrana dell'imperatore carolingio si trova in una chiesa del Centro-Italia

Roma, (Zenit.org) Federico Cenci | 817 hits

L’Italia si conferma uno scrigno ricolmo di tesori e di storie inaspettate, che la rendono unica al mondo. Capita di passeggiare nella verde valle del Chienti, a poca distanza dal paese marchigiano di Corridonia, e imbattersi in una chiesa romanica intitolata a San Claudio che cela un affascinante mistero. Una lapide posta al suo interno ne svela i contorni. È scritta in latino, e recita testualmente: “Sub hoc conditorio situm est corpus Karoli Magni atque ortodoxi Imperatoris”. La scritta è inequivocabile, annuncia che l’imperatore Carlo Magno, considerato il fondatore dell’Europa moderna, è sepolto lì sotto. È stata affissa di recente, con tanto di cerimonia solenne presieduta dalle autorità civili, in occasione dei 1.200 anni dalla morte del celebre imperatore, il 28 gennaio scorso. Ed è una copia fedele di quella che si trova nella cattedrale di Aachen, nella Renania settentrionale. Già, perché secondo una teoria, la vera Aquisgrana, la città dove dopo il 728 Carlo Magno decise di passare l’ultima fase della sua vita, non si troverebbe, come invece indica la storiografia moderna, nell’attuale Germania, bensì nella chiesa di San Claudio. È da anni che lo va affermando don Giovanni Carnevale, salesiano e studioso. Il rigore scientifico e investigativo con cui il sacerdote continua a estrapolare dati storici rafforza la sua tesi e fa breccia nell’opinione pubblica. ZENIT ha voluto approfondire questa suggestiva teoria storica intervistandone il fautore.

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Professor Carnevale, anzitutto quando e come nasce il legame tra i popoli franchi e la valle del Chienti, il Piceno e la Sabina?

Il legame nasce dal 715, quando arrivano i franchi profughi dall’Aquitania (assediata dai saraceni, ndr). Essi, in base ad un accordo tra l’abate di Farfa, Tommaso di Morienna, e il duca di Spoleto Faroaldo, furono dislocati in Sabina, lungo la Salaria, e nel Piceno, lungo il diverticolo che dalla Salaria percorreva per tutta la lunghezza il Piceno con il nome di Salaria Gallica. Quest’area fu denominata “Francia”, quando ancora quella comunemente conosciuta con quel nome era ancora chiamata “Gallia”.

C’è un elemento che emerge dai suoi studi che mi colpisce particolarmente: la diffusione del dialetto maceratese nei territori da lei citati costituisce ancora oggi un’espressione di quegli eventi storici…

È sicuramente vero: un maceratese può essere perfettamente capito in Sabina e in particolare nel reatino, perché i dialetti sono simili. Anche fuori dal Piceno e dalla Sabina, nel folignate, nello spoletino e ancora più giù verso il ternano, lessico e sintassi hanno sostanzialmente la stessa matrice. Tutti questi luoghi, è storicamente provato, furono raggiunti dall’espansione franca. Se invece, a qualche decina di chilometri da Macerata, si oltrepassa il Musone, la situazione è totalmente diversa. La ragione è che l’entroterra anconetano, nella zona di Numana e alle pendici del Conero, costituì una enclave popolata da sassoni, ivi deportati come prigionieri di guerra da Carlo Magno.  

Come si è arrivati a scoprire che la Cappella Palatina di Carlo Magno è l’attuale chiesa di San Claudio al Chienti?

Risponde l’archeologia. Il DNA architettonico di San Claudio è identico a quello di San Vittore alle Chiuse nel Piceno, a Germigny des Prés nei pressi di Orleans e alla struttura del Frigidario omaiade di Khirbat al Mafjar, presso Gerico. Tutti questi edifici hanno in comune una pianta di base quadrata, suddivisa in nove campate. La campata centrale è sormontata da una cupola. Le otto periferiche restanti hanno per copertura una terrazza sorretta da otto crociere sottostanti. Gli edifici dell’oriente e di Germigny sono perfettamente databili: quello della Palestina fu eretto da un califfo omaiade di Damasco e quello di Germigny da Theodulf, un dignitario ecclesiastico della corte di Carlo Magno. Per i due del Piceno non c’è documentazione. La chiesa di Germigny fu costruita instar eius quae in Aquis est, cioè simile alla Cappella Palatina di Aquisgrana, ma non rassomiglia affatto alla così detta Cappella Palatina di Aachen: non è quadrata ma ottagonale, non ha crociere a sostegno di una terrazza di copertura ma una cupola copre tutto il vano sottostante. Germigny rassomiglia invece in tutto agli edifici piceni e San Claudio ha in più un matroneo per le matrone della corte. Altri matronei esistevano solo a Costantinopoli e a Ravenna. La conclusione che San Claudio è la Cappella Palatina di Carlo Magno si pone con tutta evidenza.

E come ne dimostra la sepoltura del celebre imperatore?

È una domanda di natura storica, la cui risposta risiede nei dieci libri pubblicati nel corso degli ultimi ventidue anni, che hanno esaminato le fonti storiche disponibili in merito. Ma c’è un altro elemento…

Quale?

La verifica ottenuta mediante l’impiego del georadar, che ha rivelato la struttura architettonica della tomba di Carlo Magno e la probabile presenza dei resti del sovrano in essa.

Non solo Carlo Magno, anche suo padre Pipino il Breve sarebbe sepolto nel maceratese, vero?

Sì certo, nella Collegiata di San Ginesio. Esiste in merito un’apposita pubblicazione edita nel 2010 dal titolo “Il rinvenimento delle sepolture di Pipino il Breve e di sua moglie Berta nell’attuale Collegiata di San Ginesio”.

Come mai nessuno prima di lei aveva mai intuito queste ipotesi storiche?

Del materiale storico e archeologico emerso nei dieci volumi già citati, non si aveva assolutamente nessuna conoscenza organica né nel maceratese né nel piceno né in Germania, prima che lo spirito del romanticismo portasse alla redazione dei Monumenta Germanae Historica (MGH). L’unica verità apodittica, irrefutabile, sembrava questa: Aachen ed Aquisgrana erano la stessa cosa perché Carlo Magno era morto ed era stato sepolto ad Aquisgrana e Federico Barbarossa dal 1165 lo aveva fatto dichiarare santo e da allora fino ad oggi vi è stato venerato come Santo. Non poteva sorgere alcun elemento di dubbio che Aquisgrana ed Aachen non fossero la stessa cosa.

Questa tesi in effetti appare convinzione incrollabile. C’è diffidenza da parte del mondo accademico rispetto ai suoi studi?

Quando, all’inizio delle mie ricerche, io pubblicai il volumetto “San Claudio al Chienti ovvero Aquisgrana” la reazione ci fu ma non si può parlare di diffidenza. Fui tacciato da visionario, accusato di impugnare una verità scientificamente provata. Per orgoglio anche professionale io continuai imperterrito nelle pubblicazioni perché ogni nuovo elemento non era a favore di Aachen, ma andava ad aggiungersi a riprova che la Cappella Palatina di Carlo Magno era proprio San Claudio. Solo dopo qualche anno di conferenze, pubblicazioni e quant’altro in qualcuno incominciò a generarsi il dubbio che potessi avere ragione. L’ultimo volumetto “Il ritrovamento della tomba e del corpo di Carlo Magno a San Claudio”, con i dati forniti dal georadar, ha spazzato via il clima di diffidenza. Oggi il grande pubblico attende con curiosità sempre più viva l’apertura della tomba per vedere se al suo interno vi siano ancora i resti di Carlo Magno seduto in trono.

Sarà mai soddisfatta questa curiosità del grande pubblico? Cosa occorre per portare avanti gli studi e dimostrare tutti i risvolti della “Francia” Picena?

Al punto in cui si è arrivati con le mie ricerche, il quadro potrà essere ampliato e sviluppato nei dettagli, ma la tesi si fonda ormai su solidi presupposti. La cultura tedesca non si è mai pronunciata contro la mia tesi, né vedo del resto come avrebbero potuto farlo, dato che Aachen non ha alcun appiglio per continuare a proporsi come l’Aquisgrana Carolingia. La cultura tedesca ha comunque il merito di aver avviato, con il Romanticismo, gli studi sul medioevo. Occorre che chi si è appassionato alla tesi, si dedichi a far progredire le ricerche con il proprio contributo personale ed anche, se vogliamo, finanziando in qualche modo gli ulteriori probabili sviluppi. Al primo posto va collocata la difesa del territorio archeologico di San Claudio perché non si compia lo scempio di lottizzarlo e cementificarlo.