L'Europa per ripartire deve recuperare i suoi valori cristiani e umani

Il discorso dell'arcivescovo Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati, agli ambasciatori dellUe

| 851 hits

ROMA, venerdì, 15 giugno 2012 (ZENIT.org) - Riprendendolo da L'Osservatore Romano del 14 giugno, pubblichiamo il testo del discorso rivolto dall’arcivescovo Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati, agli ambasciatori dei Paesi dell’Unione europea accreditati presso la Santa Sede in occasione della fine del semestre della presidenza di turno danese. L’incontro si è svolto a Roma lunedì 11 giugno.

***

Eccellenze,

Distinti Signore e Signori,

Vorrei dedicare la conversazione odierna ad alcune riflessioni circa il futuro dell’Europa, in relazione al grave momento di crisi, anzitutto economica, che essa sta vivendo. Lo faccio partendo da una costatazione, che credo sia sotto gli occhi di tutti. Dopo il secondo conflitto mondiale, l’Europa ha dapprima conosciuto e poi sempre più considerato come acquisiti standard di vita elevati, senza precedenti nella sua storia plurimillenaria.

In modo forse un po’ semplicistico, potremmo dire che, inizialmente, l’aumento della qualità della vita è stato garantito attraverso la forte ripresa industriale post-bellica, lo sviluppo tecnologico e la crescita della popolazione.

Nel tempo tali fattori hanno diminuito la propria incidenza e così, per garantire gli standard raggiunti, si è ricorsi a diverse forme di indebitamento, che hanno caratterizzato, seppure con notevoli differenze tra Paese e Paese, sia il settore pubblico che il settore privato.

L’Europa soffre ora le conseguenze di quell’indebitamento, unito a un mercato del lavoro spesso rigido e a forti pressioni concorrenziali dall’esterno, che hanno spinto a una sempre più marcata delocalizzazione delle attività produttive. In anni recenti abbiamo constatato che il continente invecchia e produce sempre di meno.

Accanto a questi fattori, vi è una progressiva perdita di identità culturale e sociale dei popoli europei, alla quale si unisce, non di rado, una lontananza della società civile dalla politica, che con fatica riesce a svolgere il compito che le spetta, ovvero perseguire il bene comune.

A ciò si unisce una generale sfiducia, che riguarda anzitutto i mercati per la paura dell’insolvenza dei debitori, ma anche i cittadini nei confronti delle istituzioni, come pure, e forse in modo ancor più drammatico, i singoli di fronte al proprio futuro. In tale contesto, è facile indulgere nel pensiero che sia più conveniente ritornare al passato, quando ogni Stato godeva di una sovrana autonomia decisionale, senza dover rispondere ad altri delle proprie politiche.

Tale riflessione rischia di concretizzarsi se all’Europa viene a mancare quella spinta ideale, che l’ha animata sin dall’origine e che non è costituita dalla mera ricerca di un benessere materiale.

Recentemente è stato portato alla mia attenzione un importante discorso che Alcide De Gasperi tenne, qualche mese prima di morire, alla Conferenza Parlamentare Europea, il 21 aprile 1954. Esso si intitola: La nostra patria Europa (cfr. A. De Gasperi, Alcide De Gasperi e la politica internazionale, Cinque Lune, Roma 1990, vol. III 437-440).

In quella circostanza, il grande statista ebbe ad affermare che «la vera e solida garanzia della nostra unione consiste in un’idea architettonica che sappia dominare dalla base alla cima, armonizzando le tendenze in una prospettiva di comunanza di vita pacifica ed evolutiva».

Naturalmente i problemi e le sfide che De Gasperi aveva in mente erano ben diversi da quelle attuali. Si trattava di rafforzare un contesto di stabilità e di pace, minato dalle ferite della guerra mondiale e dal pericolo costituito dall’acuirsi del contrasto fra i blocchi contrapposti. Si trattava, altresì, di coniugare le diverse istanze economiche e sociali dominanti all’epoca: il liberismo capitalista da un lato, le rivendicazioni della classe operaia dall’altro.

Mutato il contesto, l’intuizione di De Gasperi rimane vera e attuale ancor oggi. Infatti, sebbene il cammino dell’unificazione europea abbia compiuto notevoli passi avanti da quel lontano 1954, l’attuale crisi economica, che attanaglia così gravemente il nostro continente, sembra riproporre, con drammatica attualità, il tema di quale architettura si voglia dare all’Europa per garantirle «una prospettiva di comunanza di vita pacifica ed evolutiva».

Nel corso dell’ultimo mezzo secolo, l’Europa ha ricercato una progressiva unificazione e coesione interna. Tale obiettivo è stato perseguito prima nell’Europa occidentale e, successivamente dalla fine del comunismo, ha determinato assai rapidamente quella orientale.

Scopo dichiarato di tale impresa era quello di evitare il ripetersi dei violenti conflitti che hanno insanguinato il continente nella prima metà del XX secolo. I principali mezzi per raggiungere l’obiettivo sono stati il mercato comune, la libera circolazione delle persone e la creazione di una moneta unica.

L’integrazione economica è stata, potremmo dire, la “via privilegiata”, scelta per evitare che i vari nazionalismi e particolarismi avessero ancora la meglio a danno dello sviluppo e della pace. Accanto alla ragionevolmente rapida unificazione economica, si è ricercata una non altrettanto veloce unificazione politica.

Certo esistono strutture e meccanismi comuni, il cui potere e la cui efficacia sono tuttavia più limitati. In altri termini, perno di questa architettura è stato quello di “indurre” un processo politico, a partire dagli strumenti economici.

Tuttavia, l’attuale momento storico rivela che in tale processo di unificazione è parimenti indispensabile un fondamento etico. La via per uscire dalla crisi non può meramente fondarsi sulla ricerca di soluzioni tecniche, seppure innovative, bensì trarre spunto dal background comune europeo, che vede nella figura e nella responsabilità della persona umana un’insostituibile risorsa.

Dunque, lo sviluppo dell’Europa non può prescindere dalla centralità della persona. Non si tratta di introdurre un principio religioso, ma di riconoscere, come fece De Gasperi, che «all’origine di questa civiltà europea si trova il cristianesimo» (Ibidem) e che i valori che la civiltà europea ritiene imprescindibili, e che comunemente chiamiamo “diritti umani”, trovano nella legge naturale la loro origine e nella tradizione cristiana la loro concreta espressione storica.

Per riprendere il proprio cammino con decisione, l’Europa deve partire anzitutto dall’uomo, più che dai mercati o dalle istituzioni. Ripartire dall’uomo significa innanzitutto favorire la vita e la famiglia. Politiche in favore della famiglia sono quanto mai indispensabili per garantire un futuro al continente.

Purtroppo, sembrano talvolta prevalere atteggiamenti ostili alla famiglia tradizionale, sia sotto forma di patrocinio di nuovi generi di unioni, che mediante l’assenza di adeguate forme di sostegno ai nuclei familiari, particolarmente di quelli più numerosi.

Sarebbe importante tenere presente quanto il Santo Padre ha ricordato recentemente a Milano, ovvero che «il vissuto familiare è la prima e insostituibile scuola delle virtù sociali, come il rispetto delle persone, la gratuità, la fiducia, la responsabilità, la solidarietà, la cooperazione» (Benedetto XVI, Omelia della S. Messa celebrata in occasione del VII Incontro mondiale delle famiglie, Milano, 3 giugno 2012).

Sono termini il cui significato è quanto mai indispensabile riscoprire, poiché l’attuale crisi ne ha messo in dubbio il significato. Si tratta di valori che trovano la loro gestazione nel contesto familiare, ma che da esso si irraggiano e illuminano l’intera vita sociale e civile.

Il Santo Padre li esplicita con profonda chiarezza e profetica attualità nella sua Enciclica Caritas in veritate, laddove ricorda che «senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica» (n. 35).

Oggi più che mai l’Europa è chiamata a riguadagnare fiducia, anzitutto in se stessa e nelle proprie istituzioni, come pure nella volontà di portare avanti un progetto comune. Ciò permetterà a sua volta di riguadagnare la fiducia perduta dai mercati, la cui mancanza incide così pesantemente sulla popolazione del continente.

Si tratta anzitutto di riprendere un proficuo dialogo tra gli Stati membri, che pur ascoltando le istanze nazionali, sappia perseguire anche il bene e lo sviluppo dell’intera Unione. La fiducia è la strada per perseguire quella «comunanza di vita pacifica ed evolutiva», che De Gasperi definisce.

Naturalmente, tale comunanza, per essere effettiva, non può non avere di mira anche un incremento della solidarietà. Il suo esercizio è fondamentale non solo all’interno di ogni singola società, ma anche nei rapporti fra gli Stati, che si mostrano così disposti ad aiutarsi e sostenersi reciprocamente. La solidarietà esige la gratuità e il sacrificio di chi, essendo in una posizione di maggior forza, rinuncia a parte delle proprie prerogative per sostenere chi è più svantaggiato.

D’altra parte, chi è più debole non può adottare «un atteggiamento puramente passivo e distruttivo» (Giovanni Paolo II, Sollicitudo rei socialis, n. 39), ma è chiamato a mostrare un profondo senso di responsabilità, impegnandosi, con altrettanto sacrificio, a porre rimedio alle cause che hanno determinato la propria condizione di debolezza.

Una delle sfide più importanti del momento presente è quella di favorire una ripresa dell’occupazione e della produzione. Da ciò dipende la possibilità di tornare a crescere. Il problema non sembra di facile soluzione, considerati i vincoli entro i quali si è chiamati ad agire e le risorse limitate di cui si dispone.

Tuttavia, non si tratta di una missione impossibile. Il suo esito positivo dipenderà in gran parte dalla disponibilità di ciascuno a offrire qualcosa di sé. Soprattutto, richiede di ripensare tutta quanta l’architettura europea, a partire dagli indirizzi che la guidano.

Un’Unione europea che trovi nei mercati il suo unico collante è destinata a fallire; un’Unione che riponga al centro l’uomo e le istanze che provengono dalla sua ricca e benefica tradizione è destinata a riuscire. Nessuno, infatti, sarà disposto a compiere sacrifici, senza un orizzonte ideale che a quei sacrifici dia una ragione e uno scopo.

Fiducia, solidarietà e responsabilità costituiscono così le parole chiave attraverso le quali l’Europa è chiamata, oggi più che mai, a guardare a se stessa. Esse devono informare non solo le relazioni interne dell’Unione, ma anche i rapporti che essa intrattiene con gli altri attori della scena mondiale, come pure nei riguardi di quei Paesi limitrofi, che ambiscono a far parte dell’Unione stessa.

Per «essere ancora faro di civiltà e stimolo di progresso per il mondo» (Giovanni Paolo II, Atto europeistico a Santiago de Compostela, 9 novembre 1982), l’Europa deve tornare «a vivere dei valori autentici che hanno reso gloriosa la sua storia e benefica la sua presenza negli altri continenti» (Ibidem). In tal modo, essa saprà anche affrontare con serenità le altre numerose sfide che la attendono, prima fra tutte quella del massiccio fenomeno delle migrazioni, che incide sempre più sul volto del continente.

L’integrazione dei migranti potrà costituire un’immensa ricchezza quanto più l’Europa saprà fondarsi sulle «radici comuni dalle quali è maturata la civiltà del vecchio continente, la sua cultura, il suo dinamismo, la sua operosità, la sua capacità di espansione costruttiva» (Ibidem).

Eccellenze,

Distinti Signore e Signori,

Trent’anni or sono, al termine del suo pellegrinaggio a Compostela, il beato Giovanni Paolo II aveva lanciato un monito, che risulta quanto mai attuale e opportuno: «Europa: Ritrova te stessa. Sii te stessa» (Ibidem). Confido che anche nelle attuali difficoltà, il nostro continente sappia ritrovare se stesso.

La riuscita di tale impresa dipenderà dalla misura con cui l’Europa saprà guardare con gratitudine e riconoscenza alle proprie origini, soprattutto dalla capacità di riproporre in modo costruttivo e creativo quei valori cristiani e umani, come la dignità della persona umana, il profondo sentimento della giustizia e della libertà, la laboriosità, lo spirito di iniziativa, l’amore alla famiglia, il rispetto della vita e il desiderio di cooperazione e di pace, che sono le note che la caratterizzano (cfr. Ibidem).