L'identità personale da una prospettiva filosofica neuroscientifica

Intervista al prof. Juan José Sanguineti, docente alla Pontificia Università della Santa Croce

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di Paul De Maeyer

ROMA, mercoledì, 14 marzo 2012 (ZENIT.org) - Dal 27 al 28 febbraio, la Facoltà di Filosofia della Pontificia Università della Santa Croce ha organizzato un convegno sul tema della coscienza e dell’identità personale visti da una prospettiva filosofica e neuroscientifica, che ha visto la partecipazione di studiosi di fama internazionale.

In questa intervista rilasciata a ZENIT, il Rev. Prof. Juan José Sanguineti, ordinario di Filosofia della conoscenza presso l’Università della Santa Croce, descrive l’andamento dell’iniziativa e ne analizza le conclusioni.

Perché la facoltà di filosofia dell’Università della Santa Croce ha organizzato un convegno sulla coscienza e l’identità personale, in una prospettiva non solo filosofica ma anche neuroscientifica?

Sanguineti: Molti dei nostri professori nutrono la convinzione che la filosofia si arricchisca nel contatto con le scienze e viceversa. D’altra parte, la neuroscienza negli ultimi anni sembra stia occupandosi di molte tematiche tradizionalmente filosofiche, quali la libertà, la coscienza, l’estetica, la moralità e tante altre. Questo fatto non va sottovalutato. Antichi problemi etici ed antropologici vengono rivisitati in una nuova  atmosfera, con nuove aperture. È vero che esiste il rischio del riduzionismo materialistico, ma l’incontro e il dialogo tra filosofi e scienziati, quando è svolto in un ambiente di cordialità e di collaborazione, come abbiamo visto nelle sessioni di questo convegno, non può che dare frutti positivi: il superamento di alcuni malintesi, le necessarie chiarificazioni semantiche, una delimitazione più precisa delle proprie competenze, magari alcune integrazioni concettuali.

Come descriverebbe in poche parole l’andamento del convegno?

Sanguineti: In primo luogo menzionerei la relazione di Lucia Urbani Ulivi (Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano), la quale è stata in un certo senso l’anello di congiunzione metodologico tra la visione filosofica e quella scientifica. Scienza e filosofia mantengono la loro autonomia, ma hanno molti legami e in definitiva non possono rimanere separati. Si influenzano reciprocamente in un modo inevitabile, anche se spesso occulto o implicito. La neuroscienza, concretamente, apporta un materiale non indifferente per la visione antropologica. A sua volta, l’antropologia filosofica si colloca ad un livello meta-scientifico che dà senso e completezza alle scoperte scientifiche, e gli stessi scienziati spesso cercano la visione sintetica tipica della filosofia. Per un rapporto interdisciplinare positivo tra scienza e filosofia, Urbani Ulivi ha sottolineato la rilevanza dell’approccio sistemico, anziché analitico, e l’impostazione della filosofia aristotelica e tomistica, con la sua peculiare apertura alla prospettiva scientifica.

In seguito direi che il convegno ha seguito una traiettoria che è cominciata con la filosofia, nel suo versante metafisico tradizionale ma anche nella linea fenomenologica e filosofico-cognitiva moderna, per finire nell’ambito scientifico, cioè neurobiologico. Sullo sfondo si delinea la novità empirica degli ultimi decenni: stiamo scoprendo in maniera dettagliata le strutture e funzioni encefaliche collegate all’attività cosciente dell’uomo (e degli animali). Una chiarificazione di questa tematica dal punto di vista filosofico richiede una definizione della coscienza e dell’auto-coscienza e delle loro modalità, gradi e contenuti. In questo senso, Ariberto Acerbi ed io stesso abbiamo insistito sul carattere intenzionale della coscienza, aperta in un modo strutturale all’essere, alla verità e al bene, e sul fatto che la coscienza va situata nel quadro della vita, cioè come un modo superiore di essere e di vivere, non però intesa come una monade solitaria, ma nella sua relazionalità con le altre persone e con Dio stesso, attiva specialmente nel momento del dialogo con gli altri e non in una solitaria auto-referenzialità.

Sara Heinämaa, fenomenologa finlandese, si è soffermata sul concetto di persona di Husserl (selfhood, soggetto, io) il quale non è, come alcuni credono, unico, trascendentale e atemporale (io kantiano), ma invece è individuale, corporeo, biografico, socializzato e incorporato nella cultura, con una particolare presa della temporalità nel suo avvertire la morte e quindi la nostra finitezza. Questa concezione della coscienza personale non ha niente di cartesiano ed è più ricca della visione heideggeriana dell’esistente (Dasein).

Fabio Paglieri (CNR, Roma), dal canto suo, seguendo un’impostazione di psicologia cognitiva, ha preso in considerazione le diverse strategie seguite dalle persone per auto-controllare il loro comportamento futuro quando ci sono vincoli esterni, tendenze e ragioni che obbligano a fare scelte difficili di cui dopo possiamo pentirci oppure rimanere soddisfatti.

Quindi a questo livello la coscienza umana è stata vista come auto-coscienza in rapporto all’essere, come “modo di essere più alto” (metafisica), come temporalizzazione che matura in una cultura (fenomenologia) e come capacità di auto-controllo razionale della condotta secondo strategie complesse (psicologia cognitiva).

E gli scienziati, che cosa hanno apportato sul tema della coscienza?

Sanguineti: La prima esposizione, svolta da Carmen Cavada (Università Autonoma di Madrid), ha presentato una visione complessiva dei circuiti neurali coinvolti nei fenomeni della coscienza. La sua relazione ha dimostrato come la coscienza non è un fenomeno univoco, ma comporta una serie di aspetti e livelli. Esiste una base “minima” che è la coscienza in stato di veglia, con i suoi gradi (per non parlare del sonno e delle sue diverse fasi), al di sopra della quale c’è la coscienza in quanto avvertenza del mondo esterno e, infine, la coscienza come avvertimento di quanto accade nel proprio soggetto, nel suo corpo, nei suoi stati. È stato molto interessante il concetto di coscienza “disattenta” o “spensierata”, con un correlato neurale denominata la “rete di default del cervello” (brain’s default network), fondamentale come momento in cui i nostri pensieri scorrono attivamente, anche se sembrano stare in riposo, e quindi contribuiscono a sedimentare le esperienze ed a prepararci per ciò che faremo in seguito con selezione e intenzionalità.

Ranulfo Romo (Universidad Autónoma del Messico) si è soffermato invece sulla delicata attività neurale deputata al riconoscimento percettivo di oggetti presentati ai sensi ma anche elaborati e depositati nella memoria, attività che poi porta a compiere scelte comportamentali o “decisioni percettive”. Romo, da scienziato rigorosamente empirico, ha studiato questi aspetti in esperimenti compiuti su scimmie collaboratrici, quindi scegliendo quadri percettivi e di risposta motoria semplici ma fondamentali.

Natalia Moratalla López (Università di Navarra) considerò, da parte sua, gli aspetti di sincronizzazione e coordinamenti temporali operati dal cervello nei fenomeni della coscienza, che danno luogo alla percezione soggettiva del tempo, contando anche con le rotture della sincronizzazione dei ritmi cerebrali collegati al superamento del tempo e alla sua manipolazione nei “viaggi mentali nel tempo”, nonché ai collegamenti tra il passato, il presente e il futuro. La conclusione di Moratalla era l’individuazione nella mente umana di una struttura temporale della coscienza pur superata dalla coscienza personale, non confinata, come accade negli animali, nel puro presente “qui ed ora”, il che punta al carattere “extra-cosmico” del pensiero umano.

Infine, Tito Arecchi (fisico, Università di Firenze), basandosi sulla distinzione tra apprensione percettiva e giudizio umano creativo, ha evidenziato come la prima funzione cognitiva può essere descritta da una traiettoria nello spazio degli stati secondo l’inferenza di Bayes e a certi intervalli temporali della percezione coerenti con tale impostazione bayesiana, mentre la traiettoria e i tempi correlati al pensiero umano creativo, come si vede specialmente nelle sequenze linguistiche, non sono soddisfatti da tale impostazione, ma al contrario, risultano conformi ad un’inversione delle equazioni probabilistiche di Bayes, e inoltre comportano una violazione della temporalità della fisica classica, in coerenza, al contrario, con i tempi quantistici. Da questi rilevamenti, pur nella loro tecnicità, Arecchi ha concluso che per l’autocoscienza umana non può esistere un vero e proprio correlato neurale, e che non è possibile il progetto di creare una coscienza artificiale a base informatica.

Da questi risultati emergono, a quanto pare, conclusioni scientifiche rilevanti per la filosofia della mente. Si è preso atto di questo fatto nelle conclusioni? Ci sono state conclusioni, o almeno lei ne proporrebbe alcune?

Sanguineti: È prematuro parlare di conclusioni in un senso esplicito e definito. Direi che si sono aperte strade per approfondimenti nella linea di un auspicabile arricchimento reciproco tra neurobiologia e filosofia dell’uomo e della coscienza. Credo che in questo convegno non sia stato presente, e lo vedo come un fatto positivo, né il materialismo monista e riduttivo, né il dualismo cartesiano che separa completamente la mente dal cervello. Le conclusioni saranno quelle che ogni partecipante a questo convegno riuscirà a maturare alla luce del materiale esposto e discusso. Nel dibattito finale ho proposto ai relatori una serie di domande di fondo, le “grandi domande” che oggi tutti si pongono: come risolvere il cosiddetto hard problem, cioè il fatto che un fenomeno non fisico quale la coscienza emerga da meccanismi fisici come sono i circuiti neurali? Che cosa pensare della possibilità di produrre artificialmente una “coscienza” in una macchina, così come un tempo si parlava di “intelligenza artificiale”? Dove stabilire il salto  tra la coscienza animale e la coscienza umana?

Non posso qui elencare le svariate risposte dei relatori, per non parlare degli interventi del pubblico e degli apporti dei 42 comunicatori, distribuiti in diverse sessioni (aspetti storici, sociali, etici, estetici, problemi di intelligenza artificiale, ecc.), alcuni di altissimo valore. Direi che, nonostante le sfumature, ci siamo trovati d’accordo sul fatto che la coscienza animale e l’autocoscienza umana sono simili e allo stesso tempo molto diverse, e che l’aspetto specificamente umano si può vedere specialmente a livello di linguaggio, di creatività, e in relazione al senso ampio ed esteso della temporalità caratteristico dell’uomo. Su questa base fenomenologica poi si può tentare un’ontologia che renda conto della struttura della persona umana, situata nel “mondo della vita” e con un rapporto profondo con l’ambito dell’essere. In definitiva, incontri come questi sono molto stimolanti, incoraggiano allo studio, aprono prospettive agli scienziati, al di sopra della loro specialità, e orientano in modo più concreto e incisivo gli studi filosofici. Questo è stato per me il miglior risultato del nostro convegno sulla coscienza.