L'impegno della Santa Sede per la nuova Europa

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CITTA’ DEL VATICANO, sabato, 24 marzo 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervento pronunciato questo venerdì da monsignor Dominique Mamberti, Segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, al Congresso organizzato a Roma dalla Commissione delle Conferenze Episcopali della Comunità Europea (COMECE) in occasione del 50° anniversario della firma dei Trattati che sancirono la fondazione della Comunità Economica Europea.




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Eminenze, Eccellenze,
Onorevoli Parlamentari,
Cari amici!

Sono lieto di partecipare a questo importante Convegno, perché ritengo importante che, come Cristiani, ci interessiamo alla “costruzione” dell’Europa evitando indebite generalizzazioni, come quella che riduce la questione all’alternativa fra un appoggio incondizionato ed un rifiuto categorico. Credo cioè opportuno allargare l’orizzonte, confrontandoci su “quale” Europa desideriamo, nella consapevolezza che abbiamo diritto di partecipare al dibattito, secondo il nostro specifico. Del resto, l’Unione ambisce a porsi come comunità di valori. Pertanto, nel solco della dottrina cattolica sulla corretta laicità ed autonomia delle realtà temporali, i Cristiani hanno molto da dire e da dare perché detta comunità si realizzi in modo effettivo. E nell’offrire tale contributo, credo importante che i Cristiani conservino un sano realismo, il quale è consapevole, per esempio, che nelle ultime due legislature del Parlamento Europeo le posizioni della Chiesa cattolica ed il “Vaticano” sono stati attaccati quasi 30 volte ed ingiustamente accusati di indebita ingerenza in campo europeo.

Chiarito dunque lo “spirito” in cui intervengo, entro subito nel vivo dell’argomento, con alcune riflessioni sulla dimensione economica e sociale europea. Al riguardo, è noto che la globalizzazione costituisce la grande trasformazione storica a cui riferirsi per comprendere gli sviluppi e le prospettive dell’Unione. In tale contesto, è facilmente comprensibile che l’Europa, per ridiventare un attore globale, cerchi di definire un certo numero di politiche comuni, che in ambiti strategici consentano di non reagire alla sfida uti singuli, perché ciò condanna a subire il divide et impera. Queste osservazioni conducono immediatamente alla questione energetica, oggi di grande attualità. Secondo il Libro verde sull’energia del marzo 2006, nei prossimi 20 o 30 anni le importazioni copriranno il 70% circa di fabbisogno energetico dell’Unione, contro l’attuale 50%, ed in parte proverranno da regioni insicure. Ma solo l’Europa quale soggetto singolo può operare una politica energetica efficace.

Ciò che mi preme e mi compete sottolineare è tuttavia la dimensione etica di tale problematica. All’inizio del corrente anno, il Santo Padre ha ricordato che alcuni Paesi vivono in condizioni di arretratezza, anche a motivo del rialzo dei prezzi dell’energia, e ha messo in guardia dalle ingiustizie e dagli antagonismi provocati dalla corsa alle fonti di energia. (cfr. Messaggio per la Giornata della Pace, 1° gennaio 2007, n. 9). La nozione fondamentale di bene comune ed il principio di solidarietà potrebbero illuminare la politica europea in tale ambito, la aiuterebbero ad instaurare un clima di fiducia e a dare vita a progetti di lungo periodo e su vasta scala, ispirati alla non discriminazione nell’accesso alle risorse, agli investimenti ed alle concessioni.

Non è chi non veda la difficoltà di questa sfida, almeno fino a quando gli Stati continueranno a considerare il rifornimento energetico una questione eminentemente di sicurezza nazionale. Tuttavia, se i bisogni materiali fossero armonizzati con le istanze etiche ad essi connesse, l’Europa si unirebbe nell’impegno di ridurre i consumi di combustibili fossili e nella diversificazione, e con ciò aiuterebbe anche la pace nel mondo e la protezione dell’ambiente. Sempre più chiaramente, infatti, emerge il nesso inscindibile fra la pace con il creato e la pace tra gli uomini. La distruzione dell’ambiente, un suo uso improprio o egoistico e l’accaparramento violento delle risorse della terra, generano lacerazioni, conflitti e guerre.

Più in generale, in relazione alle sfide economiche, la Chiesa cattolica, sulla base della sua dottrina sociale, promuove ed auspica un sano equilibrio fra l’Europa economica e quella sociale, affinché si sostengano reciprocamente, attraverso politiche adatte al mondo di oggi. Non dobbiamo infatti dimenticare che, secondo un rapporto della Commissione Europea del 19 febbraio scorso, 1 Europeo su 6 vive ancora sotto la soglia nazionale di povertà, corrispondente al 60% del reddito medio nazionale.

Per favorire il benessere dei Paesi arretrati e, più in generale, la qualità stessa della vita, sarebbe necessario, fra l’altro, incentivare gli investimenti nella ricerca e nell’innovazione – fattori chiave di sviluppo, nell’attuale economia della conoscenza. Ciò è tanto più importante, se corrisponde al vero quanto ho letto, ossia che, attualmente, l’Unione Europea crea meno laureati in materie scientifiche dell’India e che, nonostante l’Unione vanti circa due milioni di addetti alla ricerca, i progetti sono spesso frammentati a livello nazionale.

La Chiesa Cattolica è convinta che, nella misura in cui mirano al bene comune e rispettano la dignità umana, scienza e tecnologia sono strumenti essenziali e da incoraggiare. Non si possono tuttavia negare i gravissimi ed inaccettabili risultati di una ricerca che non abbia la persona umana al centro dei suoi obiettivi: mi riferisco, per esempio, al fatto che il VII programma quadro favorisca indirettamente la distruzione degli embrioni. Una democrazia che, anziché servire la vita umana, la metta ai voti ed appoggi chi la sopprime, sembra preda della prevaricazione e dell’intolleranza. La volontà espressa dalla Commissione o dal Parlamento Europeo non dovrebbe pertanto essere considerata sufficiente a definire ciò che è bene o male su argomenti così gravi. Se ciò avvenisse, si finirebbe col dare involontariamente ragione a quanti lamentano una strategia, sollecitata da grandi interessi tecno-industriali, che si rivolge alla politica per ottenere strumenti giuridici che tutelino detti interessi. Tale strategia considera l’etica come un ostacolo, anziché come un aiuto al benessere. Di fronte a tali questioni, i Cattolici impegnati nell’ambito pubblico dovrebbero essere consapevoli che è in gioco il significato stesso della loro attività politica ed il futuro dell’Europa!

Ma tale futuro dipende anche da un’altra problematica, che è di carattere demografico. E’ noto che nessun Paese dell’Europa Occidentale ha un tasso di nascite per donna che corrisponda al livello minimo di mantenimento della popolazione (2,1 figli per donna). La caduta del tasso di fecondità, l’invecchiamento delle generazioni e l’aumento della vita media, che peraltro non può che farci gioire, fanno diminuire la crescita annuale e causano crescenti difficoltà alla coesione sociale, alla preservazione dei sistemi di protezione sociale e di quelli sanitari. Sia sotto il profilo economico che etico, sarebbe tuttavia ingiusto finanziare il modello sociale europeo a spese delle generazioni future; la solidarietà inter-generazionale è un valore da rispettare ed incentivare. D’altro canto, è ormai consolidato il fatto che l’immigrazione non vada considerata come “la” soluzione dei problemi demografici, per quanto sia parte di tale soluzione.

Mi preme però aggiungere che le cause più profonde della crescente denatalità non sono di ordine economico-sociale, ma psicologico e morale. Si tratta, anzitutto, di individualismo e di una profonda crisi di fiducia nel futuro, da parte delle nuove generazioni. La Chiesa è pronta a contribuire per porre rimedio a tale pessimismo; ma le istituzioni politiche ed economiche dovrebbero avere il coraggio di rimettere in questione uno stile di vita consumistico ed edonistico; inoltre, dovrebbero sostenere la vita e la famiglia con azioni risolute su vari fronti: abitazioni, supporto finanziario ai genitori, sviluppo di asili nido, ecc. In un mondo in cerca di testimonials convincenti, le famiglie con figli restano l’espressione più visibile di fiducia nella vita, nel futuro e nella vitalità della propria cultura. La famiglia è pilastro del modello sociale europeo: il suo apporto – in termini di educazione, ma anche di stabilità affettiva e sociale – non può essere sopperito da altri servizi pubblici.

Alla luce di quanto precede, vorrei aggiungere che i Cristiani impegnati nello spazio pubblico europeo, per essere pienamente coerenti con la loro fede, nell’attuale contesto culturale e politico debbono considerare come prioritario e qualificante per il loro impegno pubblico, la tutela della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale, e della struttura naturale della famiglia, come unione fra un uomo e una donna, fondata sul matrimonio.

Ma vorrei ora soffermarmi su altre sfide che occupano l’odierna agenda europea. Ve ne sono infatti di rilievo e che non voglio pertanto tralasciare. Mi riferisco al cosiddetto “allargamento” ed alla sfida istituzionale. Per quanto concerne l’adesione all’Unione Europea, sappiamo che sono decisivi i cosiddetti “criteri di Copenhagen” e che, fra tali criteri, c’è la piena garanzia dei diritti umani e della libertà religiosa. La Santa Sede considera che tale garanzia sia molto importante e ne sollecita l’osservanza, non solo a livello legislativo ed amministrativo, ma anche nel vissuto sociale, sia per gli individui che per le comunità. Inoltre, se l’allargamento è politica di sicurezza e di stabilità per l’UE, non vanno sottovalutati i “costi” che ciò comporta per i cittadini. Non soltanto in termini economici, pur di grande rilievo, ma anche culturali. La politica dell’allargamento non dovrebbe cioè minacciare la condivisione di quei principi e valori, forgiati dal cristianesimo, che hanno reso l’Europa un faro di civiltà per il mondo intero. Solo così si avrebbe un’autentica “integrazione” e si eviterebbe il rischio di cedere o di svalutare l’identità di questo continente, che è storica e culturale, prima che geografica o politica.

Anche per quanto riguarda la seconda problematica sopra accennata, ossia quella istituzionale, va sottolineato che la Santa Sede non ha titolo per esprimere preferenze per l’una o l’altra soluzione istituzionale o costituzionale e perciò vuole coerentemente rispettare la legittima autonomia dell’ordine civile (Ecclesia in Europa, n. 19). La Santa Sede è però consapevole che sarebbe difficile pretendere consenso su un attore politico di cui restino incerte le regole di funzionamento interno. Circa l’eventuale trattato costituzionale europeo, all’inizio di quest’anno Papa Benedetto XVI ha ribadito l’auspicio che esso tuteli i valori naturali fondanti la dignità umana, salvaguardi i diritti istituzionali delle Chiese e riconosca esplicitamente il patrimonio cristiano di questo continente. Tale riconoscimento non conferirebbe un carattere confessionale all’Europa e nemmeno contrasterebbe con la sua laicità.

Certo, come ha scritto Max Scheler: “Mai, in nessun luogo, i semplici trattati hanno creato una comunità”. Insomma: non sarà la ratifica del trattato costituzionale europeo a fare nuova l’Europa. Si tratta, dunque, di lavorare sulla coscienza dei Popoli europei e di quanti li governano. E la Chiesa desidera dare il suo contributo, in quanto ritiene di portare in se stessa i rimedi alle difficoltà e le speranze del domani” (Giovanni Paolo II, Ai Vescovi d’Europa, 5 ottobre 1982). Non ci si può dunque che rammaricare per gli “avvocati” sempre più ferventi del laicismo, i quali lo considerano una sorta di ideologia quasi assoluta ed unificante, per quanti sono senza religione e sembrano credere che, nel cristianesimo, stia “in nuce” la debolezza dell’Unione Europea e dei suoi stati membri. Ma la storia, con verità e crudezza, si è già incaricata di dimostrare il contrario: quando le ideologie neo-pagane hanno assolutizzato lo stato, dissolvendo ogni forma di pluralismo, le democrazie sono crollate ed i diritti della persona sono stati violati e travolti. Dunque, proprio per tutelare il valore della sana laicità in Europa, è necessaria la presenza del cristianesimo, espressione tangibile di una realtà che esiste e trascende i regni di questo mondo. In questa linea, Toqueville ha osservato: Il dispotismo non ha bisogno della religione, la libertà sì. Il laicismo, in fondo, è una forma d’intolleranza, presentata come la quintessenza della tolleranza.

Certamente non si può assimilare l’Europa alla cristianità e nemmeno ridurre la cristianità all’Europa, ma è indubbio che il Cristianesimo non è soltanto uno degli “ingredienti” del “cocktail” europeo. Tocca in primis alla Santa Sede, oltre che a tutti i cristiani, di ricordare a questo continente che non può abbandonare il cristianesimo come si abbandona un compagno di viaggio che diviene straniero; non può tradire i valori cristiani, come un uomo non può tradire le sue ragioni di vivere e di sperare, senza cadere in una crisi drammatica.

Questo è l’impegno della Santa Sede! Questo è lo sforzo al quale ognuno di noi può validamente contribuire, nel proprio lavoro e con la propria coerenza di vita. Per noi cristiani, è evidente che i valori di cui ho parlato sono riconducibili ad una Persona, che abbiamo incontrato: tale “avvenimento” è proposta di senso, di realizzazione e di civiltà, una proposta che non imponiamo a nessuno, ma che, semplicemente, chiediamo di poter offrire.