L'impegno della UE affinché la primavera araba sia un'occasione di rinascita

A Bruxelles si è svolto un seminario sui cristiani nel mondo arabo

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ROMA, venerdì, 11 maggio 2012 (ZENIT.org) - L’Europa in difesa della libertà religiosa: nodo centrale della prossima politica dell’Unione. Il 9 maggio al Parlamento Europeo, studiosi, testimoni ed europarlamentari si sono confrontati nell’ambito del seminario «I cristiani nel mondo arabo ad un anno dalla primavera araba», organizzato dalla Commissione delle Conferenze episcopali europee (COMECE).

Diversi europarlamentari hanno espresso la comune volontà di sostenere la minoranza cristiana In Medio Oriente e nel Nord Africa, promuovendo valori e diritti umani: su tutti la libertà religiosa.

«Per anni abbiamo evitato di intervenire – ha detto l’on Mario Mauro Capo della delegazione del deputati del PDL nel gruppo Partito Popolare Europeo – a causa del pregiudizio errato per cui la presenza cristiana nel mondo arabo sarebbe frutto del colonialismo e a causa del timore che una nostra eventuale risoluzione fosse percepita come il rilancio di un progetto egemonico». Oggi però l’Europa guarda con apprensione alla minoranza cristiana in Medio Oriente e Nord Africa, ai nuovi assetti politici ed alle nuove Costituzioni.

La primavera araba purtroppo non ha mantenuto le aspettative. I giovani colti e padroni dei media che erano scesi in piazza per chiedere diritti e democrazia non hanno saputo conquistare il vuoto di potere lasciato dalla caduta dei regimi.

«Nel poco tempo che ha preceduto le elezioni – ha spiegato Berthold Pelster, responsabile della comunicazione di Aiuto alla Chiesa che Soffre in Germania – i ragazzi non sono riusciti a dar vita a nuovi partiti politici e soltanto pochi di loro sono stati eletti nei nuovi parlamenti».

Oltre alla vittoria elettorale di partiti islamisti, il giornalista ha mostrato l’emergere di raggruppamenti aggressivi e violenti: primo fra tutti quello dei salafiti. «E’ preoccupante pensare che questi gruppi possano avere un’influenza nel processo politico in atto e nel nuovo corso delle società mediorientali».

Come rappresentante di Aiuto alla Chiesa che Soffre, Pelster è stato invitato – insieme ai delegati di Open Doors e Pew Forum – a fotografare la situazione attuale in Medio Oriente e Nord Africa. Tra i Paesi che destano maggiore preoccupazione, spicca il regno saudita, dove vive un milione di cristiani – prevalentemente stranieri – ma è proibito mostrare oggetti devozionali e celebrare funzioni religiose.

«Qualche settimana fa – ha detto il giornalista – il gran muftì Abdul-Aziz ibn Abdullah Al ash-Sheikh ha perfino chiesto che fosse vietato costruire Chiese in tutta la Penisola arabica e che fossero abbattute tutte le preesistenti, anche nei Paesi del Golfo». Dall’Arabia Saudita all’Iraq - «la peggiore persecuzione cristiana» - nel corso della quale, dall’inizio della guerra nel 2003, oltre duemila cristiani sono stati uccisi o rapiti, centinaia di migliaia costretti a fuggire e oltre trenta Chiese sono state colpite da ordigni e da attacchi armati.

E ora la Siria, dove caos e guerra civile potrebbero condurre a una situazione simile a quella irachena, se non addirittura più tragica «ponendo fine ad una lunga tradizione di convivenza pacifica tra cristiani musulmani».

Di fronte ad uno scenario tanto angosciante è necessario agire. «L’esistenza della Chiesa in Siria o in altre realtà del mondo arabo – ha concluso Pelster - dipende dal nostro operato politico. Noi possiamo fare in modo che la primavera araba sia realmente un’occasione di rinascita per la minoranza cristiana e per tutto il Medio Oriente».