"L'importante è fiorire dove il Signore ci ha piantato"

La testimonianza di fede e di vita di Agnese Pedersoli, dodici figli, diciannove nipoti, salita alla casa del Padre lo scorso 18 luglio

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ROMA, martedì, 31 luglio 2012 (ZENIT.org) - Mercoledì 18 luglio 2012 ha vissuto il suo transito alla casa del Padre a Rivolta d’Adda, diocesi di Cremona, Agnese Pedersoli. 

Riportiamo di seguito una testimonianza raccolta nel 1995 dal giornale della Coldiretti di Cremona, Il coltivatore cremonese:

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"Sono nata ricca. Lo fui fino all’età di otto anni. Ma ero incontentabile. Ho capito dopo il perché: perché avevo tutto. Ero l’ultima di dieci fratelli, ero coccolata, ogni desiderio veniva soddisfatto. Solo un minimo di disciplina: a tavola dovevo per esempio mangiare tutta la minestra che mi veniva servita".

È l’inizio del colloquio con Agnese Pedersoli Messa, 72 anni, dodici figli, 19 nipoti. L’ultimo figlio, Pietro, è frate francescano. "E’ un grande segno di benevolenza del Signore" sussurra.

Agnese abita a Cascine Monache, in quel di Rivolta d’Adda, appena al di qua del fiume per andare a Cassano. Una piccola cascina che contiene barchessale e abitazione. Alla parete di destra: una vecchia falce "celtica", un contenitore per abbrustolire la polenta, una
catena per il camino, attrezzi: "sono ricordi cari della nostra vita di coltivatori dirette – dice – ed ha occhi cangianti dal verde al castano.

In cucina: giornali e riviste dovunque. "Filippo si chiamava mio marito. È stato un coldiretto della prima ora, molto amico di Luigi Ferri. Da parte sua (di Filippo) eran 17 fratelli: durante la guerra in 12 erano al fronte! Tranne uno, disperso in Russia, gli
altri sono sopravvissuti. Suo fratello, Enrico, fu fatto prigioniero in Africa: di lui non abbiamo saputo nulla per quattro anni. Sono nata a Flero nel bresciano.

La 'quota 90' del ’29, per la nostra azienda fu il crollo: avevamo avuto due anni di seguito l’afta; si fecero debiti che, con la rivalutazione della Lira, ci misero sul lastrico.
Abbiamo fatto trasloco a Nasolino dove frequentai la scuola fino alla quinta elementare. Piansi tanto, perché volevo andare avanti negli studi; ma non era possibile: non c’erano mezzi. Pazienza.

Io sono sempre vissuta nella sovrabbondanza, in tutto: nella ricchezza materiale, nella povertà, nel lavoro, in famiglia. Riflettendo fin da piccola sul destino di tanti parenti ho sempre trovato la gioia di vivere. Era un dono la vita che mi è stata data e che era fiorita
intorno a me. Una svolta (o un ritorno, non so) mi capitò a 14 anni: lavoravo in uno stabilimento di filatura e di tessitura. Ero, allora, in convitto presso le suore di Maria ausiliatrice. Da loro ho appreso a vivere di fiducia nel Signore.

I miei genitori eran buoni cristiani, ma Provvidenza volle che fossero quelle suore i miei secondi genitori. Mi hanno segnato per sempre. I tanti fatti che mi sono successi e quelli dei miei familiari mi sono sembrati un grande disegno del Signore, che allora ho intuito, si dice così? e capì che lui mi anticipava, andando oltre ai miei progetti. Professore, prende un caffè?".

E suo marito? "L’ho incontrato a Nasolino. Era un tipo schivo, un po’ timido, ma pieno di buoni sentimenti. Non ci pensavo a sposarlo. Però è stato perseverante ed ha vinto". Mi mostra la sua foto: un volto fiero e romantico, deciso. "Ci siamo voluti bene. Con
lui ci siamo sistemati qui su 97 pertiche in affitto. Dopo la fabbrica, ho sempre lavorato anche io in campagna. Otto anni dopo, mio marito si ammalò di tubercolosi; in seguito si riprese bene. Non c’è mai mancato il necessario, ma solo con la fede abbiamo capito il senso delle cose e siamo vissuti in pace".

Agnese sale al piano di sopra cercando un paio di foto. Mi mostra i ritagli di giornale, tra i quali alcuni del nostro mensile e un biglietto scritto da lei: una scrittura sorprendentemente bella, ordinata, col taglio molto basso delle “t“ e un ampio girale delle “g” e “f”: rilevano una profonda riflessione e grandi affetti, uniti a uno
spiccato senso del reale (le “a”).

Cosa ne pensa della nostra Coldiretti? Lentamente: "Viviamo un po’ tutti sull’orlo di un abisso, non solo la nostra organizzazione, che mi è sempre piaciuta, ma l’Italia, l’Europa… Ho l’impressione che la maggior parte della gente abbia perso il senso delle proporzioni: trascura le cose più importanti, essenziali e si spende troppo per cose secondarie. Per questo i bambini di Sarajevo invidiano i nostri cani, i nostri gatti; c’è gente che difende la vita degli animali e sostengono l’aborto. Non è facile oggi trovare delle persone serie, di buon umore, in pace. Via di questo passo si confonde il bene con il male o, come in Jugoslavia, l’aggressore con l’aggredito. Son cose già successe in passato. Ricorda quella volta in Germania?".

Agnese accenna ad una conversazione in bus sul Nazismo. Mi pose una domanda, alla quale ancora oggi non so rispondere. Entra in cucina il figlio Antonio: braghe corte, cotto dal sole, una testa ricciuta su un tronco atletico. Un altro figlio armeggia in cortile con un trattore. "Chi sta ad ascoltarti oggi? Che cosa ascoltiamo? Non c’è amore neppure per le cose, anche se le dominiamo con la tecnica. Ha visto quei vecchi attrezzi là fuori? Per me sono pezzi di vita. Io sono piena di ricordi, che cambiano valore man mano che vi rifletto. Il mio Filippo mi appare oggi in una luce diverso rispetto ieri. E così è tutta la storia, lei lo sa, professore. Fra poco mi nascerà il diciannovesimo nipotino.

Ma se grande è il pericolo dello smarrimento, grandi sono anche le occasioni di salvarsi. Tutto si bilancia. Oh non pensi che sia senza dispiaceri! Non li rifiuto, però: mi aiutano a capire. Qui sto bene, tutto mi è familiare; mi piacerebbe tanto andare in Russia, vedere San Pietroburgo, Mosca….

Grande turista la signora Agnese: lei sta bene dovunque, perché vede tutto dalla fonte dell’eccedenza.