L’importanza dell’apostolato dei laici secondo il Concilio Vaticano II

Intervista a Russell Shaw

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WASHINGTON, D.C., martedì, 6 dicembre 2005(ZENIT.org).- Uno dei problemi nella Chiesa, sin dagli anni ‘70, è quello dell’eccessiva importanza riservata al ministero dei laici a discapito dell’apostolato dei laici.



Così si esprime Russell Shaw, giornalista cattolico ed ex Segretario delle relazioni esterne della Conferenza episcopale USA.

Shaw, corrispondente da Washingon per il quotidiano “Our Sunday Visitor” nonché editorialista delle riviste “Crisis” e “Columbia” è anche consultore del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali.

In occasione della ricorrenza, nel mese di novembre, del 40° anniversario del Vaticano Secondo, Shaw ha condiviso con ZENIT la sua opinione sul Decreto conciliare relativo all’apostolato dei laici.

Cosa ha indotto i Padri conciliari ad adottare una visione più ampia dell’apostolato dei laici, come risulta nel decreto “Apostolicam Actuositatem”?

Shaw: Due ordini di fattori: i fatti e la teologia.

I fatti erano i seguenti. Anzitutto, a causa della secolarizzazione e dell’anticlericalismo, i preti e gli ecclesiastici non avevano di fatto accesso a molte aree della società di diversi Paesi. Di conseguenza - e questo è il secondo fatto - se la Chiesa voleva essere presente in quegli ambiti, poteva farlo solo attraverso i laici. Ai tempi del Concilio il problema era particolarmente grave a causa del “silenzio della Chiesa” oltre cortina, ma anche del silenzio crescente in Occidente.

L’elemento teologico era quella di un nuovo intendimento di una Chiesa come comunione, che troviamo espresso nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa “Lumen Gentium”. Al posto del precedente modello della piramide rovesciata, la Chiesa veniva ora vista come una realtà strutturata in modo gerarchico, con diversi uffici e funzioni, in cui tuttavia ogni membro possiede una fondamentale eguaglianza in dignità e diritti. In questo senso si parla della Chiesa come “Corpo di Cristo” e “Popolo di Dio”.

D’importanza fondamentale, tra i diritti e doveri dei membri della Chiesa che scaturiscono dal battesimo, vi è il diritto-dovere di partecipare alla missione della Chiesa. Il termine generico di questa missione è apostolato. Pertanto, la partecipazione dei laici alla missione della Chiesa è propriamente definito come “apostolato dei laici”.

Altrettanto fondamentale è - come insegna la “Lumen Gentium” - che i laici, così come gran parte degli ecclesiastici e religiosi, sono chiamati da Dio ad aspirare ai più alti livelli di santità; ad essere santi. Questo è espresso molto chiaramente nel capitolo V della Costituzione sulla Chiesa, mentre la situazione dei laici in relazione alla Chiesa e alla missione è trattata nel capitolo IV.

Il Decreto sull’apostolato dei laici è quindi un’applicazione pratica e programmatica dei principi posti dalla “Lumen Gentium”, tanto che i due documenti sono tra loro complementari.

Quali sono i diritti e i doveri dei laici rispetto all’apostolato di cui parla il Decreto e come si applicano alla vita quotidiana?

Shaw: A differenza dell’impostazione preconciliare dell’apostolato dei laici propria dell’Azione cattolica - ovvero l’idea che l’apostolato dei laici sia una forma di partecipazione in risposta ad una delega gerarchica - il Concilio insegna che i laici hanno il diritto e il dovere di portare avanti azioni apostoliche semplicemente perché sono membri della Chiesa.

La chiamata all’apostolato giunge al laico da Cristo e si fonda sul battesimo e sulla cresima. Non è un qualcosa di delegato dalla gerarchia, anche se ovviamente per agire in nome della Chiesa i laici dovranno ottenere l’autorizzazione della gerarchia.

Pertanto, il Consiglio avalla l’idea di un apostolato autonomo dei laici, che può assumere due forme: l’apostolato individuale e l’apostolato di gruppo. Tutti i laici cattolici, uomini e donne, che partecipino o meno ad un apostolato di gruppo, sono chiamati a svolgere un apostolato individuale.

Tutto questo è illustrato nel Decreto sull’apostolato dei laici, il cui messaggio fondamentale è questo: “la vocazione cristiana infatti è per sua natura anche vocazione all\'apostolato” (“Apostolicam Actuositatem”, n. 2).

I laici sono chiamati ad attuare questa visione dell’apostolato nella vita quotidiana attraverso un discernimento personale. In che forma Dio ci chiama, qui ed ora, a servire il nostro prossimo e a portare avanti l’opera redentrice di Cristo, che è la missione della Chiesa?

La risposta individuale, basata su un discernimento vocazionale, rappresenta la forma specifica d’apostolato che la persona svolgerà. Gli altri potranno avanzare consigli generali, individuare diverse opzioni plausibili, ma in definitiva, il discernimento della vocazione personale è un qualcosa che la persona deve fare per conto proprio.

Credo che tutto questo sia illustrato bene nel mio nuovo libro “Catholic Laity in the Mission of the Church”, pubblicato da Requiem Press.

Secondo il documento, i laici non si devono limitare ad un apostolato parrocchiale e sono esortati ad estendere la propria azione apostolica a livello nazionale e persino internazionale. Cosa significa questo per un laico?

Shaw: La parrocchia non è il luogo privilegiato per i laici in cui svolgere l’apostolato. Così come non lo è qualsiasi struttura o istituzione ecclesiastica. L’apostolato dei laici è propriamente indirizzato al mondo secolare, e lì deve essere svolto. Come riferisce “Apostolicam Actuositatem” i laici “devono assumere il rinnovamento dell\'ordine temporale come compito proprio” (n. 7).

L’eccessiva importanza riservata attualmente all’attività dei laici all’interno delle istituzioni e strutture ecclesiastiche risale agli anni ’70. Il Concilio Vaticano Secondo ha detto poco, troppo poco sul ministero dei laici.

Riguardo alla partecipazione dei laici alla missione della Chiesa, il Concilio ha parlato soprattutto dell’apostolato dei laici, chiarendo anche fin troppo bene che si tratta principalmente di un apostolato diretto a portare il Vangelo nel mondo. Non vorrei essere frainteso: il ministero dei laici è una cosa buona. Ma ponendo l’accento sul ministero anziché sull’apostolato, come oggi solitamente si fa, otteniamo esattamente il contrario di quanto voluto dal Concilio.

Considerata la diminuzione del numero di preti, soprattutto in Occidente, qual è l’importanza dell’ “Apostolicam Actuositatem”?

Shaw: La diminuzione del numero dei preti e dei religiosi rende ancora più importante il ruolo dei laici nel ridare lo slancio. Ma è importante essere chiari: se parliamo delle diverse forme del ministero - i ministri dell’Eucaristia, i catechisti laici e cose simili - stiamo parlando del ministero dei laici e non dell’apostolato.

L’esigenza di affrontare la secolarizzazione della società attraverso l’apostolato dei laici esiste indipendentemente dalla scarsità di personale ecclesiastico e religioso, ed è un’esigenza che si rende sempre più pressante.

Qual è l’apostolato della famiglia di cui parla il Concilio?

Shaw: L’espressione può essere riferita a diverse cose.

Una di queste è l’apostolato “alle” famiglie, che consiste essenzialmente nell’impegno a formare e sostenere famiglie e matrimoni sani. L’esigenza è evidente in un momento in cui la metà dei matrimoni negli Stati Uniti finiscono con un divorzio e in cui la pressione per la legalizzazione del matrimonio omosessuale è molto forte ed è riuscita in qualche caso a prevalere.

L’apostolato “della” famiglia si riferisce all’impegno delle coppie e delle famiglie a svolgere in qualità di famiglia un apostolato, aiutando il proprio prossimo e gli amici attraverso il buon esempio e la parola. Anche le famiglie possono e devono unirsi per un sostegno reciproco. Il Papa Giovanni Paolo II parla a lungo di questo, e ne parla molto bene, nella sua Esortazione apostolica “Familiaris Consortio”.

Qual è il ruolo della formazione apostolica e spirituale, nell’ambito della chiamata all’apostolato?

Shaw: La formazione all’apostolato è assolutamente essenziale e non può essere disgiunta da una formazione spirituale. Uno dei contributi più preziosi dato dai “nuovi” movimenti laici come l’Opus Dei, Comunione e Liberazione, i Neocatecumenali ed altri è l’importanza che essi affidano alla formazione continua dei laici.

Questo è doppiamente importante perché quasi tutta l’attività di formazione dei laici oggi è diretta al ministero dei laici. Certamente i ministri laici devono essere formati, e devono essere formati anche molto bene. Ma anche chi prende sul serio l’apostolato nel mondo secolare ha bisogno di una forte e continua formazione e purtroppo credo che in molti casi non la stia ricevendo. In qualche modo sembra che questo non rappresenti una priorità per molte parrocchie e scuole cattoliche.

Vi è un’altra questione essenziale e solitamente ignorata sulla formazione dei laici, che il Papa Giovanni Paolo II ribadisce nella sua Esortazione apostolica “Christifideles Laici”. Si tratta del fatto che la formazione dei laici ha, o almeno dovrebbe avere, una natura specificamente vocazionale.

“La formazione dei fedeli laici ha come obiettivo fondamentale”, afferma il Papa, “la scoperta sempre più chiara della propria vocazione e la disponibilità sempre più grande a viverla nel compimento della propria missione” (n. 58). Il Papa sta parlando della formazione dei laici per il discernimento vocazionale. I gruppi e movimenti laici sembrano aver preso seriamente in considerazione queste parole. Mi auguro che molte altre persone lo facciano.