L'Incarnazione di Dio e la divinizzazione dell'uomo

Meditazione teologica sul Natale e sul mistero del Dio "diventato carne" (Seconda puntata)

Roma, (Zenit.org) Robert Cheaib | 435 hits

«Sia lodate Colui che manifestò la Sua umanità / Come sacramento della sua divinità folgorante // E poi apparse nel Suo creato / nell'immagine di chi mangia e beve // In modo che il Suo creato l’ha potuto vedere / come se dritto negli occhi Lo guardasse». Questi versi, belli in sé, acquisiscono una particolare importanza data l’identità di chi li ha pronunciati. Non è sant’Efrem il Siro, ma è Mansur Al-Hallaj, un mistico musulmano.

Non sono gli unici versi del mistico che fanno riferimento a Gesù come a Dio, e ci fanno pensare a quei «semina Verbi» di cui parla san Giustino. I semi del Verbo presenti in ogni cultura. È difficile cogliere il senso di questi versi enigmatici, ma non è senza fondamento affermare che la coscienza mistica di Al-Hallaj ha sicuramente intuito, nei limiti del possibile, che se Dio è amore (Hobb in arabo), Dio non può che farsi uno con l’amato (habib), con l’umanità. L’amore è una forza unitiva: non è solo un’affermazione teologico-filosofica di Dionigi pseudo-Areopagita; è una coscienza primordiale di ogni creatura che sperimenta un barlume della luce dell’Amore.

È interessante che Al-Hallaj utilizza un termine molto significativo nella fede cristiana, si tratta della parola sacramento (sirr). Semplificando, la teologia insegna che «il sacramento è quella realtà che fa ciò che dice/significa». L’umanità di Cristo è il Sacramento dei sacramenti, il Sacramento primordiale Ursakrament (E. Schillebeeckx). Gesù è «il sacramento dell’incontro con Dio», è segno, strumento, presenza reale, manifestazione, compimento e promessa del Regno di Dio. Gesù è l’autobasileia, il Regno in persona. È l’avvento e l’avvenimento dell’Eschaton. Cristo è il senso dell’uomo e il futuro dell’uomo, ma è anche la manifestazione di Dio e la sua presenza.

Nella prima puntata di questa meditazione, abbiamo parlato dell’Incarnazione di Dio e dell’umanizzazione dell’uomo. In questa parte facciamo un salto e un progresso necessario: l’Incarnazione è in vista della divinizzazione. In che senso? Nel senso che la fede cristiana non termina nell’essere bravi uomini e donne. Sarebbe troppo poco. Essere bravi mortali non basta al cuore dell’uomo. L’uomo aspira all’infinito di Dio. San Basilio utilizza parole forti per esprimere questa idea: «L’uomo è un animale che ha ricevuto la chiamata ad essere Dio». Siamo stati creati per essere resi «partecipi della natura divina».

La creazione per le nozze

Forse si può chiarire facilmente quanto enunciato con un monito che madre Teresa soleva dire alle Missionarie della Carità: «Non siamo assistenti sociali, siamo spose di Cristo». L’opera d’amore gratuito fatto dalle sorelle è qualificata da un distintivo ben preciso: l’amore per/di Cristo. La puntualizzazione di madre Teresa entra in una lettura nuziale dell’economia della salvezza di cui sant’Efrem è stato un grande maestro.

Per Efrem, Dio crea per unirsi all’umanità. Dio non avrebbe dato l’esistenza se non fosse stato capace di donare se stesso. In questo senso l’Incarnazione è il presupposto della creazione. Dio crea l’umanità per sposarla. L’Arpa dello Spirito Santo la mette così: «Nel giardino era pronta / una bella stanza nuziale». Il dilemma del rifiuto causato dal serpente, non fa desistere lo Sposo celeste, e il santo diacono di Nisibi rilegge tutta la storia della salvezza in chiave nuziale. Il desiderio di tutta l’umanità è in verità desiderio dell’Unigenito di Dio. Così, ad esempio, Tamar non attende da Giuda un figlio qualsiasi, ma il Cristo nascosto in lui:«Poiché il Re era celato in Giuda / Lo rubò Tamar dai suoi fianchi ».

Come la creazione, così anche l’alleanza del Sinai è un patto nuziale, una casta festa di nozze: «Una casta festa di nozze ha avuto luogo nel deserto, / con la camera nuziale posta sul monte Sinai. / Il Signore è disceso e ha preso in fidanzamento / La figlia di Abramo, suo amato amico».

L’incarnazione di Gesù è l’espressione profonda dell’amore folle di Dio che per amore si unisce all’umanità: «Il primo-nato [Ihidoyo] si avvolse in un corpo / Come un velo per nascondere la sua gloria. / Lo Sposo immortale brilla nella sua veste». Efrem intuisce già ciò che sarà detto nel Concilio Vaticano II: «Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo» (GS 22). Quest’unione sarà l’inizio delle nozze che si compiranno sulla croce. Ma perché Dio si è fatto uomo? Esploriamo nel secondo punto la risposta dei Padri.

Ammirevole scambio

«Dio si è fatto uomo affinché l’uomo diventasse Dio». È la convinzione di tanti Padri, come sant’Ireneo, sant’Atanasio, solo per fare qualche nome. I Padri orientali considerano la necessità dell’incarnazione non sotto il registro della necessità, ma nell’ottica della natura dell’agire di Dio. Dio non salva delegando (sia anche a una sua opera), ma assumendo. Da qui la lapidaria espressione di san Gregorio di Nazianzo: «Ciò che non è stato assunto, non è stato salvato». Detto in termini affermativi: Dio salva solo ciò che assume. Proprio come un fuoco che trasforma le realtà toccandole, compenetrandole, così la salvezza – che non è altro che vivere della vita stessa del Dio-Trino-Amore – si raggiunge e si vive non come un’impresa umana, ma come accoglienza dell’invasione dell’Amore folle di Dio, che in Cristo ci ha amati e ha consegnato se stesso per noi e a noi. Nell’incarnazione abbiamo anche la piena partecipazione alla divinità. Dato che l’uomo non poteva unirsi a Dio salendo verso Dio, Dio discese verso l’uomo, discese nell’uomo, Dio divenne uomo. Scrive san Tommaso d’Aquino: «Quanto alla piena partecipazione alla divinità che è la vera beatitudine dell’uomo e il fine della sua vita, tale partecipazione ci viene conferita per l’umanità di Cristo».

La via della divinizzazione

Ma come avviene concretamente la divinizzazione dell’uomo? Entrare nella gloria del Cristo incarnato, essere divinizzati avviene tramite la dimora in Dio e per questa vi è un’unica via: quella dell’osservare e del vivere il nuovo comandamento che perfeziona l’antico. Qual è l’antico comandamento che riassume tutta la legge? Mi piace dirlo partendo da un simpatico ma edificante racconto ebraico:

«Una volta un pagano andò da Shammai e gli disse: “Mi converto all’ebraismo a condi-zione che tu mi insegni tutta la Torah mentre io sto su un piede solo”. Con un bastone in mano Shammai lo scacciò subito. Il pagano andò da Hillel e di nuovo espresse il suo desiderio: “Mi converto all’ebraismo a condizione che tu mi insegni tutta la Torah mentre sto su un piede solo”. Hillel lo accolse nell’ebraismo e lo istruì in questo modo: “Quello che non vuoi sia fatto a te, non farlo agli altri. Questa è la Torah, il resto è commento. Va’ e studia!”».

Questo stesso comando è riassunto in modo affermativo da Gesù: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti» (Mt 7,12; cf. Lc 6,31). Ma Gesù darà una misura ancora più eccedente di questo comando. Non più il naturale amore proprio, ma il soprannaturale amore suo: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34).

Vivere la realtà del Natale è cogliere, accogliere e vivere secondo l’immagine del Verbo incarnato: l’immagine dell’«amore folle» (Eros manikon) eloquentemente espresso nella carne di Cristo. Solo così possiamo avere una vera intelligenza dell’autodonazione di Dio perché solo «chi vive nell’amore vive in Dio e Dio vive in lui».