"L'incontro tra papa Francesco e Putin è stato un grande successo politico e diplomatico" (Prima parte)

Lo afferma Dario Citati, direttore del Programma di ricerca "Eurasia" dell'IsAG. Con lui abbiamo parlato anche delle scelte di Mosca sui temi etici e della crescita del cristianesimo in Russia

Roma, (Zenit.org) Federico Cenci | 529 hits

È un episodio di rilievo storico quello che si è consumato lo scorso 25 novembre in Vaticano. Se la visita di un Presidente russo al Romano Pontefice non costituisce una novità, assume tuttavia profondo valore simbolico il fatto che un nuovo Papa abbia incontrato il capo di Stato della Russia prima di quello degli Stati Uniti. Nell’attuale quadro geopolitico, del resto, appare evidente come la “Terza Roma” abbia sopravanzato il governo statunitense in merito a questioni di stretto interesse vaticano.

Il comune impegno per risolvere pacificamente la crisi siriana, nonché la cooperazione per difendere la libertà religiosa ed affermare i valori etici e morali nella società, sono oggi, tra Russia e Santa Sede, “il più fecondo terreno d’incontro”. È quanto ritiene Dario Citati, Direttore del Programma di ricerca “Eurasia” dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG). Lo abbiamo intervistato per approfondire la questione dei rapporti tra Santa Sede e Mosca, per capire le scelte del governo russo in materia di temi etici e per analizzare la straordinaria crescita del Cristianesimo in Russia a vent’anni dalla caduta del comunismo.

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La Russia è l’unico Paese industrializzato dove la popolazione che si dichiara credente aumenta esponenzialmente. Pertanto, negli ultimi anni il numero di matrimoni e nascite ha ripreso ad aumentare, mentre quello degli aborti a diminuire. A cosa dobbiamo questa incoraggiante tendenza?

Da un lato al fatto che la riscoperta dei valori tradizionali e religiosi, in sé stessa spontanea, viene sostenuta dalle autorità civili. La Federazione Russa è uno Stato laico, ma le sue istituzioni non sono indifferenti verso il ruolo della religione nella vita sociale. Dall’altro lato, questa tendenza viene enfatizzata dal percorso diametralmente opposto intrapreso dall’Unione Europea e dagli USA. La verità è che, negli ultimi anni, non è tanto la Russia ad essere divenuta un Paese più religioso, ma sono gli Stati del sistema occidentale che hanno accelerato un processo di emarginazione delle proprie tradizioni dallo spazio pubblico. Questo genera l’impressione che in Russia sia in atto una sorta di clericalizzazione generalizzata, quando invece l’indifferentismo e la secolarizzazione sono più diffusi di quanto comunemente si creda, soprattutto nelle grandi città. La crescita del Cristianesimo in Russia è un fatto reale, che apparirebbe però meno eclatante se non assistessimo contemporaneamente al fenomeno inverso in Europa e negli USA.

Lo scrittore Aleksander Solzenicyn 25 anni fa sosteneva che per il popolo russo ristabilire un legame con il proprio passato dopo il comunismo sarebbe stato facile. Alla luce della crescita del Cristianesimo in Russia, possiamo ritenere indovinata questa previsione? Decenni di ateismo di Stato sono soltanto un ricordo?

Solenicyn riteneva il bolscevismo un “corpo estraneo” rispetto alla tradizione culturale russa ed era quindi convinto che, abbattuto il comunismo, la restaurazione dei valori religiosi avrebbe seguito un corso quasi naturale. In parte si può concordare con quest’analisi, ma occorre tener conto che la religiosità russa è segnata da una storia peculiare, in cui una tensione spirituale universalistica si intreccia a doppio filo al bisogno di affermare l’originalità nazionale. Da questo punto di vista la riscoperta della fede non è esente dal rischio di strumentalizzazioni. Durante l’epoca sovietica, l’ideologia comunista fu usata come strumento di mobilitazione delle masse fondendo messianismo e patriottismo: è importante che oggi non accada lo stesso con la fede religiosa, che deve essere sinceramente creduta e vissuta per resistere alle sfide del mondo contemporaneo e non limitarsi a fungere da provvisorio referente identitario.

A novembre il presidente russo Putin ha incontrato papa Francesco in Vaticano. Come valuta questo asse diplomatico tra Oltretevere e Mosca teso alla risoluzione della crisi siriana?

È stato un grande successo politico e diplomatico per entrambi, e soprattutto ha segnato la strada giusta per la Siria evitando la guerra. Per la Russia si è trattato di un impegno necessario anche in virtù della presenza strategica di Mosca nella regione. La valutazione che si può trarre da quest’azione congiunta, paradossalmente, è però la relativa incapacità di capitalizzare appieno la vittoria diplomatica. Due autorevoli soggetti internazionali che in Occidente sono spesso bersaglio di aspre critiche, la Chiesa Cattolica e la Federazione Russa, hanno attuato una condotta saggia ed equilibrata, nonché rispondente alle aspettative dell’opinione pubblica mondiale. Questo dovrebbe implicare un maggior rispetto per le loro posizioni anche su altri temi, ma ciò dipenderà dalla capacità di riequilibrare un’immagine mediatica che li rappresenta molto più come oggetto di critiche pregiudiziali che come esempi da imitare.

Gli altri temi cui fa riferimento sono il giusnaturalismo e la difesa dell’identità cristiana?

Esatto. Difesa del diritto naturale e dell’identità cristiana rappresentano oggi il più fecondo terreno di incontro tra Mosca e la Santa Sede, che possono fare fronte comune su molte tematiche. La celebre scena del bacio all’icona mariana del Presidente russo in occasione dell’incontro con il Papa ha avuto un forte impatto presso l’opinione pubblica e gli osservatori, che intuiscono come le posizioni russe non possano essere ridotte alla sola realpolitik.

(La seconda parte segue domani, giovedì 23 gennaio)