L’influenza del Paradiso di Dante sulla prima enciclica di Benedetto XVI

Come egli stesso riconosce presentando i contenuti del documento

| 1157 hits

CITTA’ DEL VATICANO, lunedì, 23 gennaio 2006 (ZENIT.org).- La prima enciclica di Benedetto XVI, “Deus caritas est”, si ispira al “Paradiso” di Dante, come ha confessato il Santo Padre stesso questo lunedì.



Incontrando i partecipanti ad un congresso organizzato dal Pontificio Consiglio “Cor Unum”, il Pontefice ha affermato che la visione del poeta è stata decisiva per cercare di recuperare il vero significato della parola amore.

“L\'escursione cosmica, in cui Dante nella sua ‘Divina Commedia’ vuole coinvolgere il lettore, finisce davanti alla Luce perenne che è Dio stesso, davanti a quella Luce che al contempo è ‘l’amor che move il sole e l’altre stelle’”, ha affermato il Papa citando la fine del Paradiso (XXXIII, v. 145).

“Luce e amore sono una sola cosa. Sono la primordiale potenza creatrice che muove l\'universo. Se queste parole del Paradiso di Dante lasciano trasparire il pensiero di Aristotele, che vedeva nell\'eros la potenza che muove il mondo, lo sguardo di Dante tuttavia scorge una cosa totalmente nuova ed inimmaginabile per il filosofo greco”, ha riconosciuto.

“Non soltanto che la Luce eterna si presenta in tre cerchi ai quali egli si rivolge con quei densi versi che conosciamo: ‘O luce etterna che sola in te sidi, / sola t\'intendi, e da te intelletta / e intendente te ami a arridi!’”, ha detto citando i vv. 124-126.

“In realtà, ancora più sconvolgente di questa rivelazione di Dio come cerchio trinitario di conoscenza e amore è la percezione di un volto umano – il volto di Gesù Cristo – che a Dante appare nel cerchio centrale della Luce”, ha proseguito.

“Dio, Luce infinita il cui mistero incommensurabile il filosofo greco aveva intuito, questo Dio ha un volto umano e – possiamo aggiungere – un cuore umano”.

“In questa visione di Dante si mostra, da una parte, la continuità tra la fede cristiana in Dio e la ricerca sviluppata dalla ragione e dal mondo delle religioni; al contempo, però, appare anche la novità che supera ogni ricerca umana – la novità che solo Dio stesso poteva rivelarci: la novità di un amore che ha spinto Dio ad assumere un volto umano, anzi ad assumere carne e sangue, l\'intero essere umano”, ha continuato il Santo Padre.

“L\'eros di Dio non è soltanto una forza cosmica primordiale; è amore che ha creato l\'uomo e si china verso di lui, come si è chinato il buon Samaritano verso l\'uomo ferito e derubato, giacente al margine della strada che scendeva da Gerusalemme a Gerico”, ha aggiunto.

Scrivendo l’enciclica, secondo quanto ha confessato, il Papa voleva “tentare di esprimere per il nostro tempo e per la nostra esistenza qualcosa di quello che Dante nella sua visione ha ricapitolato in modo audace”.

“Egli narra di una ‘vista’ che ‘s’avvalorava’ mentre egli guardava e lo mutava interiormente” (cfr. Par., XXXIII, vv. 112-114).

“Si tratta proprio di questo: che la fede diventi una visione-comprensione che ci trasforma”, ha affermato. “Era mio desiderio di dare risalto alla centralità della fede in Dio – in quel Dio che ha assunto un volto umano e un cuore umano”.

“La fede non è una teoria che si può far propria o anche accantonare. È una cosa molto concreta: è il criterio che decide del nostro stile di vita. In un\'epoca nella quale l\'ostilità e l\'avidità sono diventate superpotenze, un\'epoca nella quale assistiamo all\'abuso della religione fino all\'apoteosi dell\'odio, la sola razionalità neutra non è in grado di proteggerci. Abbiamo bisogno del Dio vivente, che ci ha amati fino alla morte”.