L’insostenibile leggerezza del digiuno

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di padre Renato Zilio*

ROMA, venerdì, 8 aprile 2011 (ZENIT.org).- Give up. Lo ripete per ben tre volte quasi per assicurarsi di aver detto la parola-chiave del cristianesimo in tempo di Quaresima. Sì, il suo senso è chiaro: “tagliare giù”. Insieme ad un gruppo di giovani studenti il discorso cade oggi sulla Quaresima cristiana. Tim, un atletico giovane cinese con un sorriso che vi incanta vi dirà tranquillamente che lui è ateo. Tania, invece, turca, è naturalmente musulmana. Altri non si pronunciano, non praticano nulla. E, così, John spiega che il segreto della Quaresima cristiana è giustamente questo “tagliare qualcosa”. Tagliare un rapporto da cui si è diventati dipendenti come il cibo, il fumo o un’altra realtà... Ci coglie di sorpresa, poi, quando ci chiede che cosa noi abbiamo “given up!” e trovargli subito una risposta non è facile. D’altronde, lui non lo dice, ma ogni cristiano lo fa per privilegiare una relazione fondamentale. Quella con Dio.

La discussione si arresta quando oso spiegare il digiuno, imparato qualche anno fa in terra svizzera, un mondo sensibile all’ecologia e all’esprit de finesse. Ormai il digiuno è per me diventato un’abitudine. Anzi, un appuntamento atteso. “What we learn with pleasure we never forget” ripeteva qualcuno. Affrontare l’esperienza di un digiuno completo del cibo per otto giorni è veramente un’esperienza straordinaria. E i motivi non mancano.

Anne Michèle Stern con i suoi articoli aveva lanciato e conduce ora questa iniziativa nella Svizzera romanda. Raccomanda di entrarvi delicatamente, in punta di piedi, anche se l’esperienza può sembrare dura. Il giorno prima, allora, sarà unicamente una mela che prenderà il posto del pasto. Alla fine, altrettanta delicatezza nell’uscirne: per altri tre giorni qualche yogurt, frutta... Così, durante otto giorno solo una semplicissima dieta liquida: acqua, tè o tisane con qualche goccia di miele, quanto basta. Tuttavia, ben presto, superati i primi morsi della fame, vi si svelerà un segreto... quello di percepire altrimenti la vita che state vivendo.

Un’attenzione e un rispetto particolari si attivano per il vostro corpo, incurante ormai della normale attività di trasformazione degli alimenti. Rinasce anche un bel senso di corpo comunitario, anzi ne diventa un aspetto prioritario. Si digiuna in gruppi di una quindicina di persone, incontrandosi un paio d’ore al giorno per uno scambio e dei momenti di spiritualità. Comunitario sarà anche il suo obiettivo, perchè il ricavato di una settimana senza cibo sarà devoluto alla solidarietà, alla Repubblica del Congo quest’anno.

Lentamente. Diventa questa una parola d’ordine. Si lavora ugualmente come sempre, ma con un altro ritmo. Più lento e più rispettoso del nostro corpo e degli altri. Un altro senso della vita viene inoculato sotto la vostra pelle, quasi un antivirus che pur togliendovi qualche energia vi trasmette il senso di una grande libertà. Essa, in fondo, “non è fare ciò che si vuole” precisava Bossuet “ma volere ciò che si fa”. Ed è concentrare, allora, ogni cura e attenzione nei propri gesti, nei propri rapporti, improntandoli alla non-violenza, alla pace e alla contemplatività. Ti trovi a guardare gli altri tuffarsi nel cibo, preoccupati della buona ricetta, angustiati “di cosa mangeremo e di cosa berremo”... mentre il vostro pensiero tra una tisana e l’altra si libra sull’essenziale. Ed è chiedersi che cos’è mai vivere... Sentire la vita come vero dono di Dio... The best è farne dono ad altri... Uno sguardo di gratuità e di compassione vi accompagna ad ogni passo. Un senso più acuto e grande di vivere vi fa respirare a pieni polmoni. E vi riempie la testa.

Vi inseguirà, perfino, una strana empatia con milioni di altri uomini che digiunano per causa della loro religione. Austerità della fede in Allah che “taglia” per un mese il rapporto con ogni cibo ed ogni bevanda durante il giorno, per aver il tempo di accostarsi all’altro, alla comunità o a Dio. Paradossalmente, per molti che sono distanti dalla fede “è la scoperta del linguaggio cristiano” afferma Anne Marie Stern. Sì quell’antico valore del digiuno, perdutosi nei secoli e diventato poi un’irrisoria proibizione della carne. In tempi in cui la cucina, il mangiare e la sua celebrazione diventano spesso spettacolo culinario in diretta TV con una pubblicità alimentare esorbitante, ecco una forte testimonianza di vita spirituale da riprendere. Digiunare insieme. D’altronde, anche Kofi Annan, ex segretario delle Nazioni Unite, prima di un’importante decisione da prendere aveva l’abitudine di praticare un digiuno di tre giorni...Forse, il prossimo anno un’esperienza di digiuno verrà in mente anche voi. Lasciatevi allora tentare, ne vale la pena!


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*Padre Renato Zilio è un missionario scalabriniano. Ha compiuto gli studi letterari presso l'Università di Padova, e gli studi teologici a Parigi, conseguendo un master in teologia delle religioni. Ha fondato e diretto il Centro interculturale di Ecoublay nella regione parigina e diretto a Ginevra la rivista "Presenza italiana". Dopo l'esperienza al Centro Studi Migrazioni Internazionali (Ciemi) di Parigi e quella missionaria a Gibuti (Corno d'Africa), vive attualmente a Londra al Centro interculturale Scalabrini di Brixton Road. Ha scritto “Vangelo dei migranti” (Emi Edizioni, Bologna 2010) con prefazione del Card. Roger Etchegaray.