L’integrazione tra psicologia e filosofia

Intervista con il professor Michael Pakaluk

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di Genevieve Pollock




ARLINGTON, Virginia, venerdì, 30 ottobre 2009 (ZENIT.org).- In un istituto fondato solo qualche decennio fa, gli studiosi stanno cercando di porre rimedio ad un problema annoso: la frattura tra psicologia e filosofia; tra scienza e pensiero cattolico.

Michael Pakaluk è uno di questi studiosi. È docente di filosofia e insegna presso l’Institute for the Psychological Sciences, con sede ad Arlington, in Virginia (USA).

È autore di molti articoli scientifici e di diverse pubblicazioni, tra cui il volume del 1998, della serie “Clarendon Aristotle”, sui libri VIII e IX dell’Etica nicomachea, e “Aristotle’s Nicomachean Ethics: An Introduction” (Cambridge, 2005). La sua opera più recente è “The Appalling Strangeness of the Mercy of God”, ed è in fase di pubblicazione da Ignatius Press.

In questa intervista rilasciata a ZENIT, Pakaluk parla di un progetto di integrazione attualmente in corso presso l’Istituto, che unisce psicologia, filosofia e teologia in un modo sia teorico che pratico.

In cosa consiste il progetto di “integrazione” che si sta sviluppando all’Istituto di scienze psicologiche?

Pakaluk: Il progetto “Integrazione” dell’Istituto di scienze psicologiche mira semplicemente a studiare la psicologia in un contesto di armonia tra fede e ragione.

Chiaramente, questo tipo di “integrazione” può essere perseguita in qualsiasi disciplina, ma può rivelarsi maggiormente importante – e potenzialmente più proficua – in campi come quelli della filosofia e della psicologia, che trattano delle realtà fondamentali della vita umana.

Giovanni Paolo II una volta ha sottolineato, rivolgendosi a degli psichiatri, che “per la sua propria natura, il vostro lavoro spesso vi porta sulla soglia del mistero umano”.

Se a questo aggiungiamo un’ulteriore premessa, la famosa frase della Gaudium et spes che “in realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”, ne consegue per una sorta di sillogismo che la psicologia è inevitabilmente integrativa in questo senso.

Se questo è ciò che significa “integrazione”, perché l’Istituto di scienze psicologiche di Arlington è unico nel suo genere? L’integrazione non dovrebbe essere propria di ogni programma cattolico di psicologica?

Pakaluk: Quando la gente lodava Madre Teresa definendola una “santa vivente”, lei solitamente si limitava ad insistere che stava solo facendo ciò che ogni cristiano dovrebbe fare.

Allo stesso modo, alla gente che loda l’Istituto di scienze psicologiche per la sua originalità, mi sembra corretto rispondere che noi cerchiamo solo di fare ciò che ogni Dipartimento di psicologia di un’università cattolica dovrebbe fare.

Eppure questi Dipartimenti non lo fanno. Se non mi crede, vada a vedere i siti Internet delle note e storiche università cattoliche, per vedere come i Dipartimenti di psicologia si descrivono.

Sono rimasto impressionato quando sono andato a vedere, l’altro giorno, il sito di un’università molto famosa. Anzitutto, la pagina web dava una definizione inadeguata di psicologia, come “la scienza del comportamento umano”. Poi, nelle tre pagine di descrizione del corso, non è stato possibile trovare una singola parola su Cristo, sull’uomo creato a immagine di Dio, sulla Chiesa o sulla visione cristiana della persona umana. Non una singola parola.

Poi ho controllato le biografie dei 20 o più professori del Dipartimento, in cui erano descritti i loro interessi e le loro ricerche, e – di nuovo – neanche una singola parola sulla fede cattolica.

Neanche a dire che i professori non collocavano la psicologia in un contesto interdisciplinare. Uno la collegava al multiculturalismo; un’altro all’endocrinologia; un’altro a fenomeni sociali come il femminismo; e così via. Quindi il principio per cui la psicologia debba essere integrata con altre discipline è avvalorato.

Tuttavia, a quanto sembra, la visione della persona umana che si è andata sviluppando nel pensiero cattolico non rappresenta una di quelle aree.

Un modo per capire lo spirito dell’Istituto di scienze psicologiche è il seguente. Personalmente ho conosciuto e preso parte a seminari estivi in cui gli studenti universitari e i docenti di alcune discipline accademiche si riuniscono, per una settimana o due, per discutere dei collegamenti tra la fede cattolica e la propria disciplina di studio.

Invariabilmente i partecipanti dichiarano con entusiasmo che sono state le settimane più rivitalizzanti e interessanti della loro vita, in cui sono emerse nuove idee di ogni tipo, in uno spirito di vera collaborazione creativa.

All’Istituto di scienze psicologiche noi cerchiamo di adottare di questo tipo di approccio come regola e non come rara eccezione.

Dunque l’integrazione perseguita dall’Istituto comporta una specifica visione della persona umana. Ci può dire di più al riguardo?

Pakaluk: Certamente. All’Istituto noi rigettiamo ogni sorta di riduzionismo, secondo cui l’essere umano è “null’altro che” un animale o una macchina biologica. Al contrario, noi affermiamo che l’uomo è dotato del libero arbitrio e di una particolare facoltà razionale.

Rigettiamo l’idea che gli esseri umani siano entità individualistiche e autonome, sostenendo invece – con Aristotele e gli antichi – che siamo per natura esseri relazionali e sociali.

Infine, e questa è forse la cosa più importante, rigettiamo il cartesianesimo, secondo cui il singolo essere umano è di fatto composto di due distinte sostanze, un corpo e una mente, e sosteniamo che è importante vedere sempre la persona umana come un essere incarnato.

Riteniamo che sia importane per un medico, non solo essere specializzato in determinate scienze umane – come la neurologia o l’etologia – ma anche acquisire una conoscenza della stessa natura umana, del tipo che forse oggi solo dei romanzieri d’eccellenza raggiungono, se sono veramente bravi.

A tale riguardo, Walker Percy ha scritto: “Secondo Pope, l’uomo è lo studio più adatto all’umanità. Ma si tratta di un compito arduo, soprattutto oggi, dove non esiste uno studio dell’uomo, ma centinaia di specializzazioni che studiano questo o quell’aspetto dell’uomo”.

Un risvolto dell’integrazione, quindi, è quello di arrivare a cogliere l’insieme della realtà della persona umana, a cogliere la stessa natura umana.

Questo tipo di integrazione si attua, oltre che nella teoria, anche nella pratica?

Pakaluk: Certamente, così come il cristianesimo è dogmatico ma implica anche un certo stile di vita e un certo modo di relazionarsi con gli altri.

Va sottolineato che l’approccio clinico dell’Istituto di scienze psicologiche si inserisce in questo progetto di integrazione. Lo scopo della pratica clinica è la salute mentale dell’intera persona; pertanto, l’intera persona e non solo frammenti di essa devono essere presi in considerazione.

L’integrazione porta persino ad un nuovo modo di svolgere la scienza e di metterne in pratica gli esiti. Quando io spiego “L’abolizione dell’uomo” agli studenti dell’Istituto, sottolineo il passaggio della terza lezione, in cui Lewis auspica una “nuova filosofia naturale”, che è tale per cui “quando essa spiega non finisce mai di spiegare” e “i cui seguaci non sarebbero soddisfatti delle parole solo e meramente”. Spiego inoltre agli studenti dell’Istituto che noi cerchiamo di studiare almeno una realtà naturale in questo modo.

L’Istituto di scienze psicologiche celebra quest’anno il suo decimo anniversario. Si tratta di una tappa importante, eppure l’Istituto ha una storia relativamente giovane, considerando che la psicologia esiste ormai da centinaia di anni. Perché i cattolici sono stati, a quanto pare, così lenti nell’assumersi questo lavoro di integrazione?

Pakaluk: È vero che alcuni programmi di psicologia protestanti, come è quello del Fuller Theological Seminary, parlano di “integrazione” ormai da diversi decenni. Ma è anche vero che i cattolici non sono rimastati con le mani in mano.

Ricordo che generalmente, per il mondo intellettuale, fino a non molto tempo fa, la psicologia era considerata come una branca della filosofia. La psicologia ha acquisito una sua autonomia solo attraverso lo sviluppo dei metodi empirici ad essa confacenti; e anche, curiosamente, sulla base dell’influenza del freudianesimo, secondo cui l’inconscio, proprio per la sua non-razionalità, non poteva essere oggetto della filosofia.

I pensatori cattolici non potevano accogliere la visione dell’essere umano propria del comportamentismo, che era la direzione che la psicologia empirica, sulla spinta freudiana, stava prendendo. E pertanto la visione tradizionale della psicologia come una parte della filosofia è sopravvissuta più a lungo nell’ambito cattolico.

Questa visione è stata superata, poi, quando negli anni Sessanta le università cattoliche hanno abbandonato l’impostazione tomistica come principale quadro organizzativo della conoscenza. Da allora vi è stata una “dis-integrazione” tra psicologia e filosofia – e teologia –, a cui l’Istituto di scienze psicologiche sta cercando di porre rimedio.

Lei è specializzato in filosofia classica e in particolare nell’etica aristotelica. In che modo la sua specializzazione si inserisce in ciò che l’Istituto sta cercando di portare avanti?

Pakaluk: Il collegamento tra l’etica aristotelica e la psicologia clinica può sembrare remoto. Invece, la teoria etica di Aristotele si dimostra essere altamente rilevante per la psicologia clinica.

Nella psicologia clinica si sta sviluppando un nuovo indirizzo denominato “psicologia positiva”, fondato essenzialmente su una visione delle virtù simile a quella riscontrata in Aristotele. Si sostiene che gli psicologi, a loro svantaggio, abbiano dato troppa attenzione alle malattie mentali e troppo poca alle forme della prosperità umana – le virtù – che possono costituire una sorta di difesa dalle malattie mentali.

Inoltre, la teoria aristotelica dell’amicizia risponde ad una deficienza propria della “razionalità psicologica” dell’impostazione tomistica, così come tradizionalmente insegnata. Il tomismo è eccellente nell’identificare la “costituzione” della natura umana – le sue capacità, le abitudini e le sue azioni – ma, francamente, è carente nel trattare quelle cose che sono maggiormente importanti per le malattie mentali, ovvero lo sviluppo e i rapporti umani.

Si può anche aggiungere che una forma di integrazione perseguita dall’Istituto di scienze psicologiche è quella tra l’antico e il moderno. L’Istituto tiene certamente conto della visione classica della psicologia come “studio dell’anima”.

Aristotele e San Tommaso d’Aquino rappresentano i filosofi ufficiali dell’Istituto? 

Pakaluk: No, noi non abbiamo filosofi ufficiali e siamo sicuramente eclettici.

Aristotele e San Tommaso sono importanti, ma lo sono altrettanto Sant’Agostino ed Edith Stein, e incoraggiamo gli studenti a trarre ciò che possono da pensatori meno sistematici e più intuitivi come Victor Frankl, Walker Percy, e anche G.K. Chesterton.
    
In conclusione, forse il filosofo più importante per noi è Karol Wojtyla, in quanto nel suo libro “Amore e responsabilità” fornisce ciò che io ritengo essere il migliore esempio di quel tipo di approccio integrativo che noi cerchiamo di perseguire.