L'Italia ha bisogno di un "risveglio della speranza"

La prolusione del cardinale Bagnasco all'Assemblea Generale della CEI

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di Luca Marcolivio

ROMA, lunedì, 21 maggio 2012 (ZENIT.org) -  La crisi italiana è molto profonda e soltanto il cattolicesimo può fornire al Paese una risposta adeguata. Questo il senso profondo della prolusione del cardinale Bagnasco, arcivescovo di Genova e presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), all'apertura dell'Assemblea Generale della CEI.

Bagnasco ha esordito ricordando le vittime e i danneggiati del sisma che ieri notte ha colpito l'Emilia-Romagna. “Siamo vicinissimi a quelle comunità – ha detto il presidente della CEI -. Ci stringiamo ad esse, preghiamo per i morti e i feriti, siamo solidali ai loro parenti, e ci impegniamo a fare per intero la nostra parte affinché la vita normale possa riprendere al più presto”.

La “condizione complessiva” del popolo italiano è qualcosa che desta “angustia”, tuttavia, proprio per questo, tutti vorremmo “essere in grado di intravvedere i primi bagliori di qualcosa di nuovo e che dovrà poi maturare attraverso un paziente, lungimirante servizio”.

Accanto ai molti rischi che il cittadino corre nell'ambito di una crisi “assai più ampia del previsto”, è più che opportuno inquadrare anche “i segnali positivi e le potenzialità che realisticamente sono alla nostra portata”, ha proseguito il porporato.

“La vita – ha aggiunto - è un dono troppo grande per non applicarsi ad assaporarla sempre, anche nelle fasi più aspre, dalle quali tuttavia possono trapelare i sussurri del nuovo”.

Inoltre, sebbene la “pensosità preoccupata” di molte persone sia “non solo legittima ma anche sacrosanta”, essa non deve tramutarsi in “cupezza”, né in “oppressione paralizzante”. Se così fosse, sarebbe un “cedimento sul fronte dell’amore che Dio ha per noi, che ci fa resistenti alla prova e capaci di futuro”.

Di fronte ai segnali di “pronunciato risentimento”, quando non di “ostilità dichiarata e violenza sanguinaria”, bisogna reagire “con ogni determinazione” per lasciare “spiragli a quel futuro che è diritto di ogni comunità”, ha detto Bagnasco.

La crisi economica sociale e le “difficoltà del vivere”, oggi come in passato, spingono la gente a “guardare alla Chiesa come ad un interlocutore vicino e concreto”, ha osservato Bagnasco. Ciò trasmette ai Vescovi la percezione della propria “distinta responsabilità”.

In una situazione di difficoltà come quella attuale, il Paese deve evitare “ricette minimali” o “precipitose”. Un ciclo economico e sociale si è “definitivamente interrotto” ed il nuovo sarà “comunque diverso”.

L'Italia, tuttavia, ha affrontato in passato prove non meno dure ed ha comunque conquistato “il posto che oggi occupa tra le nazioni più sviluppate del pianeta”. Per farcela si dovette “mangiare pane duro, spesso senza companatico” e la parola d'ordine era: “lavorare, sacrificarsi, crescere. Non si badava alla fatica, si facevano sacrifici inimmaginabili, ma si correva insieme”.

Poi giunse la degenerazione del consumismo e dell'indebitamento, mentre “a volte ci davano fastidio i vicini più poveri che, approfittando dell’esposizione geografica del Paese, varcavano il mare o affrontavano ogni genere di peripezie con l’obiettivo di partecipare in qualche modo al nostro benessere”, ha proseguito il presidente della CEI.

Oggi la crisi ha raggiunto tali livelli che nessuno si può permettere di minimizzare. Bisogna piuttosto rispondere “con un cambiamento altrettanto epocale”, sopratutto mentale, per quanto la mente, secondo Bagnasco, sia “la più lenta a lasciarsi modificare”.

Accanto alla crisi economica e politica non va trascurata la crisi del mondo dell'informazione, con numerosi episodi di “comunicazione selvaggia”. Alludendo anche al recente scandalo della pubblicazione di documenti riservati del Vaticano, il cardinale Bagnasco ha ricordato che la deontologia giornalistica non si può “usare a proprio piacere secondo circostanze e interessi”, in quanto essa ha “regole, doveri e limiti precisi”.

Non è quindi lecito violare il “diritto alla libertà e a quella riservatezza che rientra nello statuto proprio dell'uomo e nelle fondamenta della civiltà”, in nome del diritto di informare.

“Ci addolora, e molto – ha aggiunto Bagnasco - che affiori qua e là una sorta di gusto a colpire la Chiesa, quasi che ne potesse venire un qualche vantaggio: vero è il contrario, sono atti criminosi che appesantiscono tutti e certo non procurano gloria né onore ai protagonisti, noti o ignoti che siano”.

Nella seconda parte della prolusione, il presidente della CEI ha esortato ad un “risveglio della speranza”, la cui assenza, come ricordava l'illustre  teologo Piero Coda, è il “sintomo più prossimo alla morte biologica e spirituale”.

La speranza è strettamente legata alla prima delle virtù teologali: non a caso papa Benedetto XVI ha indetto, a partire dal prossimo ottobre l'Anno della Fede, senza la quale, ha commentato Bagnasco “vi è il niente”. L'Anno della Fede assieme all'istituzione del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, costituisce “una scossa molto importante, che è impossibile ignorare”.

Luogo virtuoso di cammino della Chiesa, oggi come ieri, è la parrocchia. Essa non è un “luogo di routine a misura dei “soliti noti”: è il miracolo di Dio dispiegato sul territorio, dove lo straordinario è racchiuso sotto forme abituali ma non per questo meno perentorie e incisive”, ha detto Bagnasco.

Di fondamentale importanza, non solo per gli storici e i teologi ma per tutti i fedeli è la ricorrenza del 50° anniversario del Concilio Vaticano II, del quale è ormai possibile una “serena valutazione di ciò che ha rappresentato nelle nostre Chiese” e che, nondimeno, è “un autentico dono di Dio”, come ha ricordato Benedetto XVI.

Una riflessione successiva è stata dedicata dal cardinale Bagnasco alla crisi dell'Europa che tuttavia è “un bene troppo grande perché resti un’incompiuta sospesa nell’aria”. Se l'Europa non diventerà una “avventura culturale e spirituale”, oltre che economica, “non riuscirà a plasmare il sentimento di appartenenza, e non sarà mai una comunità di destino”.

La comunità intera, italiana, europea e mondiale, deve riscoprire “la grande lezione del servizio”, della “gratuità” e del “dono”, attraverso tutti i mezzi possibili, a partire dal volontariato.

In merito alla disaffezione per la politica, Bagnasco ha ammonito che gli italiani ormai non tollerano più “demagogie e furbizie, né mediocri tatticismi”. “Si deve piuttosto scommettere sull'intelligenza dei cittadini, ormai disincantati e stanchi”, ha aggiunto.

Nel delicato settore del lavoro, in particolare i giovani devono “finalmente ricevere dei segnali concreti, che vadano oltre la precarietà, la discriminazione, l’arbitrarietà”. Al tempo stesso, tuttavia, vanno evitate le “tentazioni parassitarie” e l'inclinazione all'indebitamento.

Il presidente della CEI ha poi espresso il proprio sostegno ai sacerdoti che – sia al Nord che al Sud – “si trovano a far fronte al sistema mafioso, alle sue minacce e alle sue intimidazioni”. Ha quindi promesso che l'impegno della Chiesa contro la malavita non verrà mai meno, sottolineando, a seguito a fatti di sangue come quello di Brindisi, che l'Italia “non tende di per sé ad eccessi né ad estremismi” e che la logica della violenza e del fanatismo ancora una volta non prevarrà.

Dopo aver ricordato l'imminenza dell'Incontro Mondiale di Milano (30 maggio-3 giugno), dedicato alla Famiglia, unica struttura antropologica che “ci consenta di proiettarci nel futuro”, Bagnasco ha infine menzionato la recente beatificazione dell'economista Giuseppe Toniolo, un evento che rappresenta un “autentico colpo d’ala, di cui sarà bene non disperdere la spinta” per tutto il laicato cattolico italiano in un momento di profondi cambiamenti.