L'Italia tra etica del bene comune e etica della potenza

Il rispetto dei principi etici e civili, compresi quelli che riguardano la vita privata e le relazioni con gli altri, è la via migliore per raggiungere la felicità che la vita può dare

Roma, (Zenit.org) Carmine Tabarro | 673 hits

Se Platone vagheggiava una repubblica di “ottimati” onesti e sapienti, oggi la classe dirigente e gran parte della società civile italiana sono poco interessati al capitale civile, all'etica del bene comune e della virtù. Questi comportamenti stanno uccidendo la speranza del paese, alimentando la decrescita economica, sociale e umana, provocando vari danni alle fasce meno protette del paese.

Si tratta di una constatazione abbastanza inquietante che richiama l'affermazione pratica della corrente filosofica utilitarista e di potenza, che nasce con la riflessione del filosofo inglese, Jeremy Bentham. Ovvero, una filosofia che persegue il massimo dell'utilitarismo individuale slegato da qualsiasi principio etico. Addirittura Bentham affermava che una società virtuosa sarebbe destinata all'estinzione.

Un esempio sintetizza bene il clima culturale avverso all'etica del bene comune: gli allenatori delle squadre di calcio quando mandano in campo i calciatori dicono di volerli “cattivi” o “cinici”, che per loro significa efficaci. Questa "innocente affermazione" non è altro che il risultato del pensiero dominante: chi è “cattivo”, chi segue il suo self-love vince, chi è buono no. Un pensiero comune non solo nello sport, ma purtroppo anche nella vita.

Tale cultura è maggioritaria da qualche secolo a questa parte in Occidente e ‘grazie’ alla globalizzazione si sta rapidamente espandendo. Essa ha trovato la sua consacrazione teoretica nel pensiero di Friedrich Nietzsche, il filosofo preferito da Mussolini e Hitler. Non solo: sempre in questa linea viene divulgata a tutti i livelli l’interpretazione di Darwin che vede l’uomo e la natura esattamente nella medesima prospettiva che descrive la forza e la furbizia come l’arma migliore per vivere. Per cui anche da sinistra (dove il darwinismo ha ormai sostituito il marxismo quale riferimento teoretico) si declina l'uomo e la società in questa ottica darwinistica spietata, rapace.

Ciò è molto preoccupante. Il problema non è solo l’immoralità pratica, che da sempre accompagna la storia dell'uomo, ma la debolezza del sentire etico (nel senso delle virtù e del bene comune) che fonda la differenza tra moralità e immoralità, tra civiltà e inciviltà. Gli uomini e le donne, hanno sempre frequentato le trasgressioni a livello etico, ma un tempo quando si era immorali ci si sentiva fuori posto (peccatori nella versione cattolica, inadempienti agli obblighi della coscienza nella versione laica). Oggi invece l'immoralità è divenuta un valore positivo, perché fa sentire furbi e quindi vincenti. Questa dimensione, spesso affermata da Papa Francesco, vale tanto per chi si dice cattolico, quanto per chi si definisce "laico".

Il problema - come denunciato in tutta la sua vita teologica e pastorale da Benedetto XVI - è la dittatura del relativismo che include anche l’etica. Torna quindi il dubbio: "Perché il bene dovrebbe essere meglio del male, se il male talora risulta più efficace?".

A tale quesito si può rispondere solo appoggiandosi al primo fondamento dell’etica del bene comune che affonda le sue radici nella teologia e nelle scienze umane.
È infatti un clamoroso falso ideologico che la cattiveria e l’immoralità siano più efficienti e appaganti del bene e della giustizia. Lo dimostrano gli Stati nei quali è più bassa la corruzione (Danimarca, Norvegia e in genere i paesi del nord Europa), nei quali è più alto il tasso di benessere sociale e individuale. L’etica della virtù e del bene comune, soprattutto quando aperta all'evento cristiano, fa vivere a livello interpersonale la logica della relazione fraterna ed armoniosa che abita la persona sia dal punto di vista fisico che psichico.

Diversi studi dimostrano che l'uomo e la donna sono felici tanto più sono sane le relazioni con Dio, con la famiglia, la comunità, la scuola, il lavoro. Viceversa una vita aggressiva, fondata sul self-love, sulla volontà di potenza, è infelice e malata, soprattutto se esposta a relazioni disarmoniche e violente.

Per il credente, il segreto della vita in tutte le sue dimensioni è l’equilibrio tra l'uomo e Dio che ci chiama a vivere ed alimentare l’etica del bene comune e delle virtù in una relazione di fraternità inclusiva con l'altro. Lo stesso processo riguarda anche i non credenti che vivono queste stesse relazioni.

Nel nostro paese purtroppo c'è un nutrito numero di individui che si credono furbi perché trasgrediscono le regole del etica del bene comune  e civile: questo gruppo è formato, da una parte, da elementi che aderiscono a questa forma teorica e prassica; dall'altra  parte, da individui che semplicemente ignorano le conseguenze dei loro comportamenti trasgressivi: approssimazione, diffidenza, nervosismo, disattenzione, scarsa fiducia, instabilità politica, decrescita economica,  tasse elevatissime cui corrispondono servizi spesso ben poco elevati e via dicendo.

In sintesi, rispettare l'etica del bene comune e civile, comprese quelle che riguardano la vita privata, è la via migliore per raggiungere quel poco o tanto di felicità che la vita può dare.