L'Occidente deve capire meglio l'Islam

Intervista con monsignor Paul-Mounged El-Hachem, nunzio apostolico emerito in Kuwait

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ROMA, venerdì, 20 aprile 2012 (ZENIT.org) - In collaborazione con Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), Mark Riedemann ha intervistato per Where God Weeps (Dove Dio Piange) monsignor Paul-Mounged El-Hachem, nunzio apostolico emerito in Kuwait. Originario dal villaggio libanese di Akoura, nel 2005 è stato nominato da papa Benedetto XVI l’aveva nominato nel 2005 nunzio apostolico di Yemen, Qatar, Bahrain, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, e delegato apostolico in Arabia, che include Arabia Saudita e Oman.

Può raccontarci come è arrivato a questa posizione?

Mons. Paul-Mounged El-Hachem: Per 29 anni sono stato professore di Diritto islamico presso la Pontificia Università Lateranense. Nel 1997, ho patrocinato una conferenza a Lugano sulle relazioni tra cristiani e musulmani in Libano e in Medio Oriente. Il cardinale Joseph Ratzinger, ora Papa Benedetto XVI, era presente. Benedetto XVI, consapevole della necessità di migliori rapporti tra cristiani e musulmani, mi ha nominato nunzio di quella zona Allora avevo 71 anni.

Esiste un’idea errata che negli Stati arabi e del Golfo non ci sono cristiani, quando invece ce n’è una grande comunità?

Mons. Paul-Mounged El-Hachem: Ci sono comunità cristiane molto grandi in tutti i Paesi del Golfo. Il Kuwait, ad esempio, ha una popolazione di circa 3,1 milioni di abitanti, di cui 1 milione sono cristiani. La popolazione cattolica è di circa 400.000: la maggior parte sono indiani e filippini.

È vero che la maggioranza dei cristiani sono in realtà lavoratori stranieri?
Mons. Paul-Mounged El-Hachem: Sì, si tratta di operai ma anche professionisti, come medici e ingegneri. È quasi la stessa proporzione in tutti i Paesi e possiamo dire che i cristiani costituiscono ovunque almeno un terzo o un quarto della popolazione.

Nonostante questa minoranza importante, la vita di un cristiano negli Stati del Golfo non è sempre facile?

Mons. Paul-Mounged El-Hachem: Varia da Paese a Paese. In Kuwait abbiamo tre chiese cattoliche ufficialmente riconosciute come chiese. Anche le altre comunità - armeni, ortodossi greci ed ortodossi copti - hanno le loro proprie chiese.

In molti di questi Paesi i cristiani scontano restrizioni alla loro libertà. In alcuni Paesi, come l’Arabia Saudita, non è possibile costruire chiese, mentre in Qatar la Chiesa ha questa opportunità. C’è in generale “libertà di religione” o solo “libertà di culto” e qual è la differenza?

Mons. Paul-Mounged El-Hachem: In Qatar, in effetti, ho inaugurato una grande chiesa cattolica a Doha, uno dei più grandi centri cattolici di tutto il mondo. L’emiro del Qatar ha donato 600.000 metri quadrati per costruire 16 chiese cristiane. Ora rispondo all’importante domanda che Lei ha posto, sulla differenza tra libertà religiosa e libertà di coscienza. Il Libano è l’unico paese nel mondo arabo e nel Medio Oriente che dichiara apertamente, nell’art. 9 della Costituzione, che ogni libanese ha piena libertà di coscienza, il che significa che può scegliere la religione che vuole e, se vuole cambiare religione, un musulmano può liberamente diventare cristiano e un cristiano può convertirsi all’Islam senza alcuna difficoltà. Questo concetto è ben radicato nella legge.

La maggior parte dei governi di questi Paesi assumono la posizione: sei un ospite, sei una minoranza nel nostro Paese. Si ha la libertà di culto ma non la libertà di evangelizzare. I servizi liturgici devono svolgersi all’interno delle chiese o su terreni della Chiesa e non c’è libertà di coscienza nel senso che un musulmano non può convertirsi ad un’altra religione.

Mons. Paul-Mounged El-Hachem: È vero e devo dire che in alcuni Paesi, tra cui il Kuwait, ci sono centri culturali che ufficialmente dovrebbero dare agli stranieri un’idea della cultura del Kuwait e della religione musulmana, ma che in realtà sono strutture per fare proselitismo e convertire cristiani all’Islam: ciò viene fortemente incoraggiato, ma ad un musulmano non è mai ufficialmente permesso di convertirsi al cristianesimo.

Assumendo che la maggioranza dei musulmani vuole vivere in pace e sono moderati, perché non sentiamo mai parlare di questa maggioranza silenziosa? Perché si parla solo dei fondamentalisti e della violenza contro i cristiani?

Mons. Paul-Mounged El-Hachem: Quello che sta dicendo è molto, molto importante. I Paesi occidentali dovrebbero avere una migliore comprensione dell’Islam. Il loro comportamento e la loro interazione non dovrebbero incoraggiare i fondamentalisti e fanatici a prendere il potere. Sono certo al 100% che la maggioranza dei musulmani non ha approvato gli eventi dell’11 settembre. È stata un’azione portata avanti da fondamentalisti come Bin Laden. Questo fanatismo e la reazione violenta è stata una risposta al comportamento di alcuni Paesi. Un altro tema che ha cambiato, drammaticamente, il comportamento e la mentalità di molti musulmani è la questione israelo-palestinese.

Ritiene sia questo è il nocciolo della questione?

Mons. Paul-Mounged El-Hachem: Sì. L’altro punto essenziale sono le conseguenze del modo in cui è stato fondato lo Stato d’Israele e di come gli israeliani si comportano nei confronti degli arabi. Se ritorniamo indietro nella storia e scopriamo la cordiale accoglienza che gli ebrei hanno ricevuto dagli arabi quando sono ritornati in Medio Oriente prima della fondazione dello Stato d’Israele, prima della quale più di 500.000 ebrei vivevano in Egitto. Più di 200.000 vivevano a Beirut, in Libano, e più di 300.000 nello Yemen, in un rapporto perfetto e armonioso. I primi ebrei immigrati in Palestina sono stati accolti con molta ospitalità dagli arabi, che vendevano loro terreni. Ci fu convivenza pacifica fino alla fondazione dello Stato di Israele. Da quel momento, specie per il fatto che gli ebrei hanno dichiarato Gerusalemme come loro città, i musulmani si sono sentiti umiliati. Tutto questo contribuisce ad un antagonismo più profondo e provoca un’ulteriore radicalizzazione dell’Islam.

Qual è la risposta?

Mons. Paul-Mounged El-Hachem: La risposta è la pace. La risposta è quello che la Santa Sede ha suggerito sin dall’inizio: due Stati per due popoli con confini definiti e garantiti, con la reinstaurazione delle buone relazioni che ebrei e musulmani avevano prima della fondazione dello Stato di Israele nel 1948.

Per quanto riguarda le relazioni radicalizzate tra cristiani e musulmani, qualcuno ha suggerito l’idea di una ‘secolarizzazione positiva’, una sorta di altra variante – suppongo - della separazione tra Stato e fede?

Mons. Paul-Mounged El-Hachem: Nei paesi occidentali questo è possibile. L’idea di secolarizzazione non è possibile in Medio Oriente. È un concetto che non esiste né per cristiani, né per i musulmani, perché i popoli del Medio Oriente sono religiosi per natura. È molto più corretto parlare di citoyenneté, una “cittadinanza per tutti’ per cui è consentito ai cittadini di perseguire i propri valori religiosi. L’Islam non è solo religione, ma è al contempo, religione e cultura. Ogni atto di ogni musulmano ha un valore sia religioso che culturale. Non potrò mai dimenticare quando l’allora presidente del Libano, Rafic Al-Hariri, prima del suo assassinio, ha voluto introdurre l’idea che la religione debba essere insegnata solo in moschea o in chiesa. Uno dei leader di spicco di Hezbollah mi ha detto: “Che cosa pensa di fare Hariri? Vuole cancellare Dio dal Libano ma non lo può fare... Dio ha il diritto di esserci in Libano”.

Si tratta quindi del riconoscimento delle cittadinanze, indipendentemente della tradizione religiosa?

Mons. Paul-Mounged El-Hachem: Sì, riconoscere l’uguaglianza, indipendentemente dalla fede religiosa, che tutti abbiano gli stessi diritti, che doveri e obblighi siano riconosciuti e radicati nella legge dello Stato. L’ideale per noi è la Costituzione del Libano che ritengo possa essere il nostro modello. Penso che l’altro programma importante per il mondo musulmano di oggi è la comprensione della democrazia, dei diritti dell’uomo e dell’importanza di tutte le forme di libertà. Una delle più grandi decisioni del Concilio Vaticano II, che per me è stata un meraviglioso atto di coraggio, è la dichiarazione di libertà religiosa, la quale afferma che ogni essere umano ha il pieno diritto di avere una religione che vuole.

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Questa intervista è stata condotta da Mark Riedemann per Where God Weeps, un programma televisivo e radiofonico settimanale, prodotto da Catholic Radio and Television Network, in collaborazione con l’organizzazione internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre.

In rete:
Aiuto alla Chiesa che soffre: www.acn-intl.org
Aiuto alla Chiesa che soffre Italia: www.acs-italia.glauco.it
Where God Wheeps: www.wheregodweeps.org

[Traduzione dall’inglese a cura di Paul De Maeyer]